San Frediano (2013-2015)

LA VERITÀ DEL LUNEDÌ

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La giornata di lavoro è stata così massacrante che anche il mio gioco a calcetto ne ha risentito.
Non massacrante: offensiva. Per l’intelletto e non solo per il mio, ma per quello umano, per i sogni che uno può fare trovandosi qui o altrove, per quelle che chiamano capacità. Il gioco a calcetto ne ha risentito e si potrebbe quasi dire con lessico calcistico che non sono mai sceso davvero in campo, ma sono rimasto in ufficio ancora oltre l’orario di lavoro, anche oltre l’ulteriore orario di lavoro ulteriore.
Diceva il Cecco a nessuno in particolare – anche lui oggi ha giocato malissimo – che non c’era con la testa, era già pronto a partire con un treno notturno per Vienna, con i soldi in tasca che non dovrà cambiare una volta arrivato, la solitudine, i discorsi ridotti al minimo fino a incontrare Rosa. Continua a leggere

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San Frediano (2013-2015), Stanza 251

Tra le persone più pratiche che ho conosciuto ci sono senza dubbio i poeti

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Tra le persone più pratiche che ho conosciuto ci sono senza dubbio i poeti. Penso all’abilità con cui scelgono parole come umettare, oppure penso alla parola nettàre. Io non ho scritto mai una poesia, solo una volta l’incipit, dedicato al quartiere in cui ho abitato due anni e che fa così:

Oltrarno, putrida latrina

Ho provato ad andare avanti, ma ho lasciato perdere perché credo che la poesia sia come l’amore, se funziona vuol dire che va bene e che c’è, altrimenti vuol dire che si è sbagliato, che ci si è confusi con altre cose.

Ho fatto vedere a Diana la poesia quell’incipit di poesia e lei ha detto: è bello perché è un novenario. Lei ha questa capacità comune a tutte le ragazze che ho avuto, di contare. Ho sempre trovato fidanzate che contavano, contavano cose differenti, ma comunque contavano. Diana per esempio conta le sillabe e questo suo argomento di conteggio me la rende graditissima.

Comunque dicevo dei poeti e di come non ho mai conosciuto nessuno più pratico, che è da un lato un modo per dire che io poeta non sono e quindi neppure una persona pratica, ma anche un modo per dire proprio la cosa che dico.

Penso a Ferruccio, che è il mio amico più poeta che conosco, il vecchio Ferruccio che stanotte ha attraversato il mare tra Sicilia e Sardegna. La traversata è avvenuta senza problemi, come riporta la pagina facebook di suo padre, che seguo (questo per dire solo che Ferruccio è a tutti gli effetti un poeta vivente).

Lui è davvero bravissimo a utilizzare parole, penso ad esempio alla parola ghirlanda, oppure… non mi viene in mente nient’altro, e in verità anche ghirlanda ora che ci penso è il nome di una via, Via Ghirlandaio sarebbe, abbreviata in ghirlanda, e fa parte di una toponomastica che appartiene sicuramente più a me che a lui, che lavoro all’ufficio postale tutto il giorno (anzi mezza giornata perché faccio il part-time) e passo le giornate a sentir parlare di vie. Alla fine se ci penso mi sembra di essere diventato uomo solo da quando ho quel lavoro e conosco le vie della città, mentre prima avevo zone avvolte da nebbia come fosse una fiaba (era bello non conoscere le strade, in verità).

Penso alle parole usate dal poeta Ferruccio senza pensare a nessuna parola in particolare, ma all’uso che lui riesce a farne, a come è pratico nel metterne una dietro l’altra a formare delle melodie, e se una non gli piace o non ci sta bene ne prova un’altra, e alla fine la trova, perché è una persona pratica, io credo. Sceglie sempre delle parole che ci stanno benissimo, Ferruccio, mentre io dopo quel mio unico incipit che è stato alla fin fine casuale, non ho saputo più come rigirarmi. Sarà che non sono pratico, mi dico, sarà che Ferruccio ha più dimestichezza con le parole umettare, con il verbo nettàre, che io non so nemmeno che vuol dire.

Mi piacerebbe molto finire di scrivere la mia poesia, forse un giorno che Ferruccio torna dal mare (ma è possibile che lui non torni mai dal suo viaggio in barca a vela, neanche a dicembre inoltrato, nemmeno nelle giornate cortissime di gennaio e poi fredde madide di febbraio lo vedremo gironzolare per il quartiere) gli chiederò di aiutarmi a ultimarla, o forse gli manderò queste mie parole a un fermo posta di un porto del sud, e lui le leggerà con le gambe penzoloni dalla barca che sfiorano il mare.

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Fogli sparsi, San Frediano (2013-2015)

Racconto di Natale

Racconto di Natale, Simone LisiIl Natale per fortuna passa in fretta, ma la sera è ancora lunga. Come sono tristi le persone che in questo giorno portano fuori il loro cane per i bisogni. Sono tristi sempre, ma in questo giorno lo sono ancora di più.

Ascolto un cd come ai vecchi tempi, nel salotto della casa in Santo Spirito, dopo i cinque giorni di sfratto. Tornato con le tre cose che mi ero portato via e una sorta di fiuto per quello che la padrona di casa ha spostato, per quello che i due danesi hanno smosso o visto, di noi, e infine per il passaggio dell’ex inquilina, Ilaria, che si è ripresa alcune cose come pentole e indubbiamente quello che credevo essere il mio comodino e invece era suo. Era un comodino carino. Fa niente.
Io torno a sedermi in salotto come se niente fosse, ma invece lo sento che c’è qualcosa che mi dà sottilmente fastidio e mi fa pensare a un altro scasso, diverso eppure simile, alle Cure, a casa di mia madre, da parte di alcuni ladri, giusto ieri che era Vigilia e sembrano giorni e giorni fa.
Ieri che avevo lavorato e mia madre mi diceva al telefono dei ladri e io che le chiedevo se avessero portato via il pc con dentro i miei testi in unica copia: non se l’avessero stuprata, ma dov’erano i miei testi e il mio computer.

Natale 2013

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Concerti al Volume, San Frediano (2013-2015)

Uyuni al Volume

uyuni, Volume, Firenze, simone lisiGli Uyuni erano in ritardo di ore, per la cena: colpa di Gioacchino, pensavo io, e non del sound-ceck. Così che alla fine, con il mio coinquilino Lapo avevamo deciso di non aspettarli e di mangiare. Dopo arrivava Giulia e anche tutti gli altri. Mangiavamo hamburger e insalata comprati da me alla Conad e cucinati da Lapo. Il cibo era bastato per tutti. Poi eravamo scesi.

Iniziava il concerto e io dicevo piano in un orecchio a Lapo: «Vedi come risulta chiaro chi è il leader, quello con gli occhiali, come ha detto di chiamarsi? Poldo,Ponio, Lompa, e retrospettivamente lo si sarebbe potuto capire anche durante la cena che fosse lui il leader, quello che poi era scivolato via, quello preoccupato, quello che a breve sarebbe partito per Londra. E non il sosia del nostro amico Niccolò Francolini, il batterista, e neppure la tastierista, non loro che dicevano: – Beh lui se ne andrà a Londra, a raggiungere la sua ragazza. Che vada».
E Lapo diceva: «È vero, a posteriori capisco che lui fosse il front man, ma prima no, durante la cena non avrei saputo dirlo».
Chi aveva ragione?

Poi il concerto al Volume e gli Uyuni erano molto bravi, davvero bravi, e quella sera la cornice del Volume era ai suoi massimi livelli di splendore, come non capitava da tempo. Con alcuni ragazzi americani che si esaltavano in prima fila perché si sentivano come a casa, ma una casa immaginaria. Uno di loro con i lunghi capelli che diceva solo alcune frasi in spagnolo (¡Diez mas!) si era messo alle spalle del Bompa e ballava come se fosse da solo in una stanza, come vorremmo ballare tutti, ma non possiamo. Poi c’era Doriano, maestro di scacchi con occhiali da sole di notte, come Mastroianni, che batteva le mani sul tavolo a un ritmo esclusivo suo, e infine quelle due milfone che ci puntavano, come mi diceva Lapo, e io neanche ci avevo fatto caso, solo quando me lo faceva notare lui. E pensa che dieci anni fa neanche esisteva il concetto di milf, noi avremmo parlato forse di donne agé, e forse non avremmo visto niente perché non esisteva il concetto.

Poi, dopo il bis e il tris, il concerto era finito. Salutavo tutti e me ne tornavo a casa.

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Fogli sparsi, Racconti, San Frediano (2013-2015)

The Eye in the Ass

to Matthew Licht

When I got my Ph.D. in moral philosophy in June, 2008, there were only a few items on the list of things I wouldn’t do: eat the flesh of relatives killed in ritual sacrifice, waste water, or screw a friend’s woman.

This last rock-solid, Ten Commandments-style precept was by far the stupidest, but somehow I couldn’t let it go. Silly, I thought. As though a woman belongs to someone. An OK rule for Mesopotamian shepherds, maybe. Nevertheless, when I finished my degree at Columbia, I still believed in that third rule alone. Shortly thereafter, I left academic life. My morally abject colleagues disgusted me. I ditched their world and started fresh, with no regrets, even though my moral conceptions had been influenced. I remained true to my conviction, and never screwed a friend’s woman.

In April 2011, I was sharing an apartment near Prospective Park with Laura and her boyfriend Cyril. Laura entered my room dressed in jeans and bra. She rubbed against me like a cat, pushed her pointy tits in my face. I said, “C’mon Laura, quit it.”

She looked at me and said, “Huh? You come off like some fascist blasphemer whoremaster jack-off artist but you don’t want to grab these?”

“Course I want to, but what about Cyril?”

And that was that. Didn’t even matter that Laura was no big deal, physically, or that she and Cyril broke up shortly thereafter, which made life in that Brooklyn closet impossible. I remained true to my moral imperative.

Years passed and I hooked up with Mary Ann, who gave me a different view of morality. In other words, stop thinking about it all the time, and try to live like everyone else. We had our habits, worked regular full-time jobs, ate out a lot. Life became a minor concern, and morality was no longer an interesting topic for discussion. We often went out with our friends Bill and Samantha—to restaurants, movies, or just for a walk. Mary Ann would say, “What a lovely day. Let’s go for a walk.” So I’d call Bill and Samantha. We felt good with them, there was no tension. On October New England evenings, we’d walk along the shore, listen to music, stop somewhere for beer or coffee, and it was great. At night, in bed, Mary Ann and I would talk about them, and us. Pretty banal, but the truth was that I really wanted to fuck Bill’s wife, Samantha. I dreamt about her after our evenings out together, after dinners where my cock stayed pointed straight at her. I used to dream about her in every possible position, but there was nothing doing. She was my friend’s woman, no matter which way I turned it. Prohibition, I thought, is the perfect fuel for desire. She’s not that hot, and even kind of dumb, I told myself, but that didn’t change anything. I wouldn’t trade her for Mary Ann, I thought, in fits of exactly the sort of typical bourgeois paranoia I wanted to avoid. That’s what I’ve turned into, I thought. But the situation refused to change.

One evening when Bill was vising relatives in Connecticut and Mary Ann was out on Cape Cod with her sister, Samantha called and invited me to a party she’d organized. Of course I went. She wasn’t looking her best, maybe due to the stress of getting a party together, or getting up the nerve to phone me. So we spent the evening following different interests: she socialized while I got looped. But we kept an eye on each other in all the rooms of the house we were in, and every now and then we clinked glasses, drank a toast to nothing, to the end of the world, the triumph of evil, to Satan, the horsemen of the apocalypse. When the party was over, we went home together.

Bill and Samantha’s place glowed with an unfamiliar reddish light. We drank a nightcap on the sofa, then our bodies came together and we started kissing and touching each other. She had a habit of putting a finger crosswise on her lips, and it always seemed like a No Go sign. Now her lips silently said, here we are. Finally, I touched her tits, which I’d scoped and studied the best I could. And they were worth the wait: big and firm. While I was grabbing them, she got my pants down and jacked me off nice and slow. We were hot, but there was some tension, a block. My moral philosophy degree had come back to haunt me right when I was finally about to reject and abjure an ancient self-imposed prohibition. I turned Samantha around and entered her from behind. I humped her easy, then picked up the pace. She twisted back to face me, moaning softly. That’s when I spotted the eye in her ass.

The eye was watching me. At first I thought it was a ping-pong ball, or a pustule, but I wasn’t grossed out. It was an eye, no doubt about it, and it looked a lot like my friend Bill’s eye. I stopped cold. Samantha asked, what’s wrong?

Nothing, I said, and started in again, pretending nothing was wrong, but that clever eye was staring. At times it seemed benevolent, but mostly angry, mean, and it never looked away while I fucked my friend’s wife. So I spat on the eye, again and again, until it closed. I stuck a finger against her asshole and pushed. The eye closed further, closed in on itself. She turned around and gave me the OK go ahead signal, so I stuck it in her ass, pushing the eye as far as I could into the depths of her rectum. I came hard, full of rage, pulled out my cock and made her lick it. She looked me right in the eye while my sperm dripped off her chin, then I took off, just like in some porn flick that’s not even worth talking about.

Days passed, as they will, and many more, until Mary Ann came back from Cape Cod and we got together with Bill and Samantha again. Samantha and I acted like nothing had happened, but there was one thing no one could ignore: Bill was wearing a piratical eye-patch. He explained he’d been injured while skiing. A ski-pole had blinded him, but he said he was lucky: a few millimeters deeper and he’d have been dead. There was some really complicated, expensive surgery possible, but he said he probably wouldn’t risk it. Basically, he liked the way he looked with an eye-patch. Samantha and Mary Ann laughed. I felt a pain in my eye, like a burn, a wound, as though a closed eye were watching me from within. I didn’t smile and I didn’t say anything.

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Fogli sparsi, San Frediano (2013-2015)

Tre giorni con Laura Fabiani

Ho conosciuto Laura Fabiani il 24 Giugno del 2015, lo ricordo perché era il compleanno del mio coinquilino Sabino.

Avevamo organizzato una festa a casa, in questa casa che presto lasceremo. Laura Fabiani è arrivata e indossava un vestito nero e non parlava una parola di italiano. Abbiamo comunicato in spagnolo: Encantado Laura, me llamo Simón, como el Gazpacho.

Tutti quanti erano innamorati di Laura Fabiani, lei entrava nelle stanze e tutti si innamoravano.

Ho chiesto a Marcello, il suo impresario e schiavo, se gli andava di suonarcene una e loro ne hanno fatte tre o quattro in salotto per il compleanno di Sabino (lei stava in ginocchio a cantare con quella sua voce da uccellino, era forse una critica?). Marcello, l’impresario schiavo di lei, suonava la chitarra e faceva i cori. Dan, che un tempo era stato musicista famoso, ora era quello più schiavo di tutti. Stava gettato sul divano e nemmeno faceva schioccare le dita per tenere il tempo, con la sua camicia aperta, stava là buttato su un divano a fumare sigarette senza filtro, la camicia aperta e occhi solo per Laura Fabiani: ma lei chi avrebbe scelto di amare? Magari si sarebbe innamorata di me, pensavo. O del mio coinquilino irreversibilmente trentenne Sabino.

Laura Fabiani, Marcello e Dan Belozoglu sono rimasti a casa (quella casa che lasceremo a fine mese, ma che lasciare sta diventando un dramma: la caparra, la lavastoviglie rotta, la mensilità d’agosto da pagare o non pagare) sono rimasti a casa un fine settimana durante il quale abbiamo provato a non innamorarci di Laura Fabiani e della sua musica.

Poi una sera sono riuscito finalmente ad avvicinarla e a parlarci da solo, tutti intorno ci osservavano, Dan mi mandava dei chiarissimi messaggi con lo sguardo: ti tengo d’occhio, bada bene, e perfino la mia fidanzata Filomena di solito indifferente alle cose del mondo mi guardava come a dire: io e te siamo uguali, dopo sarà il mio turno per far innamorare Laura Fabiani. Solamente Marcello era con la testa altrove, a un vecchio amore del passato o forse sapeva che era impossibile che io la facessi innamorare.

Siamo andati a piedi a quel bar lungo il fiume dove avrebbero fatto un concerto e io e Laura abbiamo finalmente parlato, sempre in spagnolo. Lei mi ha detto di un ruolo per il cinema che avrebbe interpretato nell’inverno successivo, in cui avrebbe recitato la parte di una prostituta fantasma dell’Ottocento, e me ne ha parlato perché io le avevo raccontato una qualche storia sui fantasmi. Avevo ritirato fuori un argomento su cui mi sentivo sicuro per cercare di impressionarla, ma era stata una pessima idea, me ne rendevo conto mentre lo facevo.

Camminando con gli occhi di tutti puntati addosso, riutilizzavo un argomento già usato per tentare di impressionarla e mi rendevo conto che avevo perso la mia occasione.

Ad un bar lungo il fiume con davanti la città illuminata aspettavamo che fosse il loro turno per iniziare il concerto, partiva in loop quella canzone La vie en rose e Laura Fabiani diceva: sembra la Francia. Le lampadine a incandescenza le incorniciavano il viso.

Che la mattina dopo all’alba sarebbero ripartiti era al tempo stesso una pena e un sollievo.

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San Frediano (2013-2015), Verde Rivista

Donne pazze

1. Lezioni di yoga (Patricia)

Tutte le insegnanti di yoga che ho avuto erano donne pazze. La prima era un’americana con un viso da copertina e malgrado vivesse in Italia da anni, che avesse sposato uno di qua e che avessero pure una figlia, parlava un italiano orribile.

Andavo al suo studio in Corso Buenos Aires quasi ogni giorno perché fare yoga mi aiutava a non fumare e così dopo qualche mese eravamo diventati amici o quasi, pur senza comunicare mai, visto che io non parlo l’inglese e lei non parlava italiano. Eravamo diventati amici ugualmente perché la vedevo ogni giorno e riuscivo a capire dal suo modo di insegnare quando non c’era con la testa per le sue beghe personali, e così un giorno che doveva essere terribilmente triste e depressa, perché il suo matrimonio era alla frutta o forse suo marito le aveva detto che si sarebbero lasciati di lì a poco, e lei doveva averlo capito chiaramente malgrado i suoi problemi con la lingua italiana, un pomeriggio mi disse: vedi Simone, io lo so che tu scrivi racconti e di certo giudichi il mio italiano imperfetto, ecco ti chiederei la cortesia di fare caso a quando sbaglio qualcosa, un verbo, un sostantivo e dirmelo, magari al termine della lezione. Disse tutto questo in modo semi incomprensibile, mezzo in inglese mezzo in una lingua inventata da lei, fatto sta che io capii e le dissi: certo che sei veramente una grande maestra di yoga se hai intuito la mia avversità nei tuoi confronti dovuta al fatto che non parli la lingua del paese in cui abiti da anni, ma questo mi limitai a pensarlo e le risposi soltanto: va bene Patricia, lo farò, scandendo bene ogni parola e guardandola intensamente negli occhi.

Invece non lo feci mai, perché di lì a poco le lezioni di yoga iniziarono a saltare con sempre maggior frequenza a causa dei problemi personali della maestra e noi allievi ci trovavamo puntualmente davanti al portone sprangato a lamentarci di come facesse schifo quello studio e che la nostra insegnante non poteva farsi i cazzi suoi a quei livelli. Fu così che in molti decisero di cambiare palestra, mentre io ripresi semplicemente a fumare come un turco e ci misi anni prima di rimettere piede dentro a un altro studio di yoga.

2. Un enorme stronzo galleggiante (Ophelie)

Tutte le coinquiline con cui ho abitato erano donne pazze. Non penso tanto alla mia coinquilina tedesca Anika, che svuotò sul mio computer la pennetta Usb adducendo non so quali ragioni di spazio e solo in un secondo momento scoprì che dentro la cartella ANIKA c’era una sotto-cartella con scritto PRIVATE e al suo interno c’erano circa 100 giga di foto con le sue sessioni di sesso on line con il fidanzato Heindrich.

Senza volermi dilungare dirò solo che quelle foto zozze avevano qualcosa di inquietante e deprimente, che guardai attentamente una sola volta e poi cancellai, non perché Anika non fosse bella, ma per quel clima da morte a Venezia, tardo Impero, inquietanti sia le foto di lei che di lui, ma più quelle di lei. Quelle di Heindrich, o come lo chiamavo mentalmente la bestia bionda, erano più che altro banali, ma quelle di lei avevano qualcosa di oscuro e triste, di mobilio scadente sullo sfondo, di malato, di ombra sugli occhi, di tubercolotico, malgrado quelle pose provocanti da rivista erotica.

Ma non è questo a cui penso quando penso a coinquiline pazze. Penso principalmente alla mia coinquilina francese Ophelie, che era veramente una persona perbene e precisa e puntuale nei pagamenti e puliva sempre la casa ed era quasi nobiliare nei suoi modi e gesti e attitudini, ma poi regolarmente ogni volta che tornavo a casa e la trovavo al tavolo, in salotto a lavorare al pc, io entravo nel nostro bagno comune e trovavo ad attendermi dentro il water un enorme stronzo galleggiante. Ogni giorno che tornavo a casa questa storia.

Tuttavia per pudore io reagivo sempre come se niente fosse, tiravo l’acqua e mi dedicavo alle mie attività di igiene personale. Dopo uscivo dal bagno e la guardavo perplesso, là seduta al tavolo del salotto, sotto i suoi occhialini da precisa, e lei mi guardava di rimando, senza dire niente, abbozzando soltanto un sorrisetto. A distanza di anni mi chiedo cosa volesse comunicarmi Ophelie con quel sorriso, quale psicologia da gattino domestico, o se non fosse invece un disturbo mentale anche grave di cui sarebbe meglio fare poca ironia.

3. Solo questo (la sorella di Giovanna)

Le sorelle di tutte le fidanzate che ho avuto erano donne pazze. La sorella di Giovanna la ricordo pazza e bellissima. Le due sorelle e la madre abitavano in un quartiere a sud di Pescara, quartiere Fragolino lo chiamavano. La madre era una donna in carriera per cui non stava quasi mai a casa e tornava solo alla sera, così che prima del suo arrivo io dovevo sempre sgattaiolare via: la incrociai solo una volta e aveva indosso un tailleur, ma potrebbe darsi benissimo che questo particolare me lo invento.

La sorella di Giovanna era più grande di me di tre o quattro anni, che all’epoca ne avevo circa quindici. Vestiva sempre di nero e aveva capelli anche quelli neri e lunghi e liscissimi, e occhi truccati con eye-liner, mentre la mia ragazza Giovanna era tutta l’opposto, bionda e minuta, tranne per l’eye-liner che si metteva anche lei e che a quel tempo andava molto di moda.
Il padre era una qualche figura di cui non si poteva parlare né nominare, mi spiegò una volta Giovanna e che bastasse per le volte successive, alcolista o ex alcolista e al momento senza fissa dimora in una qualche stazione ferroviaria del centro Italia o centro Europa. Malgrado questo particolare le donne se la cavavano a meraviglia da sole e erano tutte e tre oggettivamente molto belle e autonome, ma in particolar modo la sorella di Giovanna.

Non ricordo il suo nome, ma ricordo chiaramente che all’epoca era fidanzata con il figlio di un famoso professore che insegnava storia all’Università di Roma. Giovanna mi raccontò che certe notti sua sorella e il figlio del professore uscivano a scrivere sui muri frasi del tipo: Viva Leone Trotsky! Viva Mao Tse Tung!, personaggi che all’epoca non conoscevo per niente, ma di cui andai a informarmi a grandi linee nella biblioteca della mia scuola superiore.

Non sono sicuro che la sorella di Giovanna mi rivolse mai la parola, ma ricordo che un giorno, ero a casa con Giovanna a giocare a carte per sublimare il fatto che non si scopasse mai – eravamo in cucina, a scanso di equivoci – la sorella passò senza dire niente alle spalle di Giovanna e il suo kimono si aprì mostrando il suo seno nudo. Solo questo.
Io non commentai in nessun modo l’accaduto.

4. La luce delle scale (Carlotta)

Le mie fidanzate precedenti sono state quasi tutte donne pazze. Ma la verità è che non vorrei dire nulla di male di nessuna e in particolare di Carlotta, e quindi dirò solo di come ci lasciammo, perché alla fine in qualche modo riuscimmo a lasciarci e fu una cosa veramente straziante e autolesionistica e creammo più fantasmi che il pianeta Solaris. Dirò di come ci lasciammo senza entrare troppo nei dettagli, esclusivamente quel momento finale, che ha qualcosa a che fare con la pazzia, io credo, o con il teatro, che sono poi due facce della stessa medaglia.

Stavamo là davanti alla porta della mia vecchia casa, quella casa che adesso hanno venduto dopo tutto il casino della gente morta dentro e oggi non sarebbe neanche lontanamente il caso di andare a suonare il citofono e chiedere posso entrare a vedere come è la situazione e parlare con i nuovi inquilini e dire loro che in quella casa ci ho vissuto per quasi dieci anni.

Ma la sera in cui mi lasciai con Carlotta, per lo meno da quel punto di vista, era ancora tutto tranquillo. Ricordo che era una sera di metà estate e che tutto era deciso: tra noi era finita, anche lei se ne era fatta una ragione e non restava che andasse via, non rimaneva nient’altro da fare. Ma il discorso davanti al portone si prolungava ancora in discorsi ulteriori, sempre nuovi. Oltre a questo, la luce delle scale ogni minuto che passava si spegneva lasciandoci avvolti da una completa oscurità. Tornavo a premere il pulsante di accensione della luce, mentre lei rimaneva immobile al buio, rimaneva immobile e in silenzio finché io non riaccendevo la luce delle scale e solo allora lei riprendeva a parlare, e quasi mi veniva il dubbio, nel momento in cui stavamo a mezzo metro di distanza senza vederci, che lei non fosse più là. Invece lei era ancora là, ma ancora per poco. Nei momenti di buio e silenzio era come se avvertissimo che di lì a poco quell’assenza sarebbe stata visibile, quella non presenza, o qualcosa del genere. Ogni volta dopo un minuto di discorsi inutili, discorsi che non avrebbero cambiato le cose tra noi, tornava a spegnersi la luce delle scale e noi stavamo nei nostri silenzi e oscurità, poi di nuovo riattaccavamo con discorsi a vuoto. E questo durò per tantissimo tempo, quasi un’ora io credo di luce e oscurità e sarebbe potuto durare chissà quanto. Finché il mio vecchio coinquilino Lopez uscì di camera e si offrì di accompagnarla a casa in motorino, perché la sua stanza affacciava sul vano scale e non ne poteva più con tutta quella storia.

5. Condannare e perdonare (Chiara)

Le mie amiche del segno dell’Acquario sono tutte quante donne pazze. Chiara per esempio, con cui adesso non ci vediamo né ci sentiamo più, era per certi versi una donna pazza e aveva dentro di sé questo senso del tragico dell’esistente per cui c’era sempre ciclicamente qualcuno da condannare e poi perdonare per qualcosa che aveva commesso e nello specifico quel qualcuno ero io.
Condannare e perdonare.

La cosa era stata anche divertente finché i motivi che la portavano a condannarmi erano per lo più stronzate tra amici o mezze litigate da ubriachi, ma poi un giorno arrivò nella mia vita la stella di Sigmund Freud, e così io andai da lei e le dissi: eh Chiara, ma ti rendi conto che il nostro è solo un rapporto inibito alla meta? E le spiegai tutto, così che ebbe inizio una parte della relazione non inibita alla meta.

Solo che dopo un po’ le cose scivolarono verso un piano promiscuo che lei non voleva accettare, anche perché io tendevo a non rendere eccessivamente manifesto e esplicito il tutto. E così le cose andarono in malora, e smettemmo con le nostre lunghissime chiacchierate inutili sulla vita dopo aver fumato, e in generale la nostra amicizia finì male, come sempre finiscono queste cose.
Era un Natale di tanti anni fa, io mi ricordo, le regalai un posacenere di design molto bello e indubbiamente pagato un sacco di soldi, ma fu solo quando lei lo scartò dalla confezione regalo e lo tenne in mano di fronte a me che io compresi qual fosse il vero regalo che le stavo facendo: un oggetto contundente con il quale avrebbe potuto tranquillamente uccidermi, tirandomelo in testa.

Non era pazza Chiara, era soltanto molto dura e sensibile, comunque il suo continuo processo di condanna e assoluzione si arrestò con quel posacenere di design, con cui si sarebbe potuto convertire in condanna e uccisione. Meglio così.

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San Frediano (2013-2015), Verde Rivista

Tre storie di fantasmi

1. Fantasmi di fantasmi

Le città sono interamente popolate di fantasmi. Sono le persone che non possiamo più incontrare, sono i nostri compagni di scuola, sono i nostri parenti alla lontana, sono le nostre fidanzate precedenti. Anche noi siamo fantasmi per loro e strisciamo lungo i muri per non vederli, scivoliamo sotto ai cornicioni, fingiamo una telefonata, attraversiamo il marciapiede, cambiamo direzione all’ultimo momento. Per questo motivo mio padre e la sua nuova moglie hanno scelto di trasferirsi a Londra e godersi la pensione. Niente più terribili pranzi per le feste comandate, ha detto lui, e mi sono chiesto se quel discorso avesse a che fare con me. Me ne sono fregato e per le vacanze di Pasqua sono andato a trovarli lo stesso, con la mia fidanzata Diana, che loro non sopportano. Sarà perché sovrappeso, o perché napoletana, ma a me non importa e la porto sempre con me.

L’appartamento a Elephante and Castle è confortevole e l’hanno pagato poco, per la pericolosità del quartiere forse, o per il crollo del mercato immobiliare, vai a sapere. Il pranzo pasquale è andato bene, e dopo, uscito un esile raggio di sole, siamo andati a fare due passi nel quartiere tutti e quattro insieme. Vedi, ha detto mio padre, la strada è sgombra, nessuna faccia conosciuta, ma a me non sembrava. I fantasmi c’erano ancora: erano i fantasmi dei fantasmi, era gente che assomigliava a gente che non volevo vedere, così che la dimensione, nel doppio affanno di capire se fossero i veri o i loro replicanti, era se possibile ancor più soffocante.

Le vacanze pasquali a casa di mio padre: il tempo non ha retto, la sera faceva proprio freddo. Diana ha già deciso che il prossimo anno andremo dai suoi parenti a Casandrino. Si mangia meglio e il clima è anche migliore.

2. I vecchi amici

Al lavoro presso le poste private capita di incontrare delle lettere per persone che conosco, o che conoscevo un tempo: un sollecito dell’amministratore per il mio vecchio allenatore di basket, oppure una bolletta dell’amico di mio padre con cui non parla da quindici anni. In questi casi, la cosa peggiore è che ci siano dei problemi nella consegna e io sia costretto a interagire con loro. Non è mai successo, almeno fino a oggi, quando è passata in ufficio a ritirare una raccomandata la madre del mio vecchio amico Elle.

La donna, già anziana all’epoca in cui io e suo figlio eravamo bambini, quando è entrata in ufficio mi è sembrata vecchissima. Portava con sé un bastone da passeggio, per vezzo piuttosto che per una reale utilità. Aveva una faccia ovale e vagamente da topo, pur senza essere una brutta donna. Da giovane non doveva essere stata una gran bellezza, quello no, ma con la vecchiaia il suo viso aveva trovato una certa grazia. Io ho pensato solo: chissà se mi riconoscerà, se ci sarà da affrontare tutto il complicato discorso sul mio fallimento, tutti quei discorsi di circostanza sul tempo che passa e in generale un discorso emozionale sul posto di lavoro, che è la cosa che più odio al mondo. Perché i piani devono restare separati e se si mescolano non ne può uscire proprio nulla di buono.

«Sono qui a ritirare la mia raccomandata», ha detto la madre di Elle, con quella sua voce da maestra delle elementari, buona ma decisa, rivolgendosi verso nessuno in particolare dentro l’ufficio.
Allora la mia collega più giovane si è alzata e le ha detto: «Prego Signora, mi servirebbe un documento» mentre io restavo incerto se continuare a fare finta di nulla o intervenire. Ed è stato allora che mi sono detto: ma perché mai? Quand’è stato che ho iniziato a farmi tutti questi problemi?
E così sono uscito da dietro la mia scrivania e sono andato incontro alla donna.
«Signora Elena,» le ho detto, «si ricorda di me? Sono Simone Lisi, l’amico di suo figlio..»
Lei dopo un momento di sospensione mi ha guardato fisso e ha detto: «Certo che mi ricordo, come potrei dimenticare? Tu uccidesti mio figlio, buttandolo nel lago. E vieni a chiedere se mi ricordo di te?»

I miei colleghi hanno smesso di fare le loro cose e sono rimasti in silenzio. La collega giovane che forse mi ama ha appoggiato la raccomandata della donna sul tavolo e ha parlato: «È qui che deve firmare». Io ho guardato la madre di Elle e ho detto: «Signora ma che dice? Suo figlio si è trasferito a Madrid, ogni tanto ci mandiamo qualche cartolina, ci scambiamo gli auguri per Natale e i compleanni, perché dice che l’avrei ucciso?»
«Ti sbagli, Elle è morto e sepolto. Non mi stupisce che tu l’abbia dimenticato, ma io no, lo ricordo bene. Ti ho riconosciuto immediatamente quando sono entrata nella stanza e ho pensato: chissà se farà finta di niente o verrà qui a dirmi qualcosa. Eccoti, maledetto».
«Signora, non capisco. Io e suo figlio da bambini eravamo buoni amici. Poi ci siamo un po’ persi di vista, è vero, è passato il tempo, ma ogni tanto ci sentiamo ancora. Forse non quest’anno, ma sono sicuro di aver ricevuto suo notizie l’anno scorso».
«Mio figlio è morto. Vedi questa raccomandata che sono venuta a ritirare? Contiene alcuni documenti che possono fare finalmente giustizia per l’uccisione di Elle. In questa lettera, adesso non c’è più motivo di mantenere la riserva, c’è la prova definitiva della tua colpevolezza».

La mia collega giovane ha interrotto la donna e le ha detto: «Signora mi scusi, ma c’è un problema…»
«Che problema?» ha detto lei.
«Vede, la raccomandata non è destinata a lei, ma a Elle Erre. Per ritirarla le servirebbe una delega, altrimenti non potrò darle la lettera».
«Non è possibile» ha detto la madre di Elle, alzando la voce, che tutti nell’ufficio sentissero. «La lettera è per me, e io non ho nessuna delega, mio figlio è morto, come pretende che io abbia una sua delega?»
«Guardi, qui c’è scritto un altro nome, non corrisponde. C’è un regolamento» ha detto la mia collega che forse mi ama, «per ritirare la raccomandata le serve una delega, oppure se la persona è deceduta, come lei dice, un foglio, una documentazione che attesti che lei è chi dice di essere. Mi spiace ma funziona così, esistono delle regole e non le ho decise io e queste regole, che a volte sembrano assurde, garantiscono il corretto funzionamento del sistema. Se ora io le dessi questa lettera metterei a rischio il mio lavoro, lei di certo capisce.»

«Ma la prego signorina» ha piagnucolato la madre di Elle, curvandosi sul bastone e rivolgendosi alla giovane, «questa lettera è davvero molto importante, è l’unica cosa che mi resta di mio figlio: senza questa lettera io sono una donna finita».

Allora sono intervenuto perché mi sentivo inutile. Ho guardato la mia collega e la vecchia e ho detto: «Va bene Vanessa, dai pure la raccomandata alla signora, garantisco io per lei».
Così la madre di Elle ha firmato e ha preso la sua raccomandata, ha firmato sul retro il contrassegno di avvenuta consegna, che io ho provveduto personalmente a spuntare e archiviare. Poi è uscita in silenzio dalla porta a vetri e noi ci siamo rimessi a lavorare. Era quasi l’ora di chiusura e c’era ancora molto da fare.

3. Dettato

Ho chiesto di nuovo ad Angela, la mia collega napoletana, se ha qualche storia di fantasmi da raccontare, perché la data del reading si avvicina e io non ho né tempo né idee.
Lei ha interrotto per un momento il suo battere di mani su tastiera senza sosta e ha detto: Storie di fantasmi? Sì, esatto, tipo quella dell’altra volta, andava benissimo.
Ma quale dici, quella di Eduardo?
Ma no, non quella, quella della sorella morta, quella là, dico sporgendomi dalla scrivania per capire se l’argomento può essere affrontato con leggerezza o se invece no, se a posteriori la cosa ha assunto contorni per cui è meglio non fare ironia.
Ma sono io che faccio la maggior parte della mia stessa preoccupazione, come spesso accade nella vita.
Allora lei ci pensa e poi mi fa: Una storia in effetti ci sarebbe.

Angela.
La mia collega Angela, con cui passo più tempo che con la mia famiglia, che con i miei amici, che con la mia stessa fidanzata focomelica di nome Paola.
La mia collega preferita, napoletana, con due figli, un marito ovviamente Ciro, tutti quanti a dieta, lei con i suoi problemi di scoliosi. È la vita, la scrivania, l’ufficio che ci fa questo effetto, ci rende pingui, ci rende animali da tavolo, ci rende batterici, ci rende osservatori, attenti alle ombre che strisciano ai lati del campo visivo, alle conversazioni telefoniche simultanee che si svolgono in due stanze attigue.

Angela.
Allora, questa cosa è accaduta al cugino di mia madre. Il cugino che si era trasferito a Milano con la moglie. Stavano in un palazzo davanti a una coppia di gente del posto. Un giorno questo loro vicino di casa muore e la donna rimasta sola si trova a dover affrontare le incombenze di ogni giorno. Non sapeva neanche come fare a pagare una bolletta, non conosceva nemmeno il numero del suo conto corrente. Non sapeva fare niente.

Allora il cugino e la moglie andavano di là dal pianerottolo a vedere come stava e a dirle ti serve una mano, ti possiamo aiutare, una qualche commissione, o semplicemente a consolare i suoi pianti. Fu allora che la vedova raccontò che a volte le veniva come da scrivere qualcosa e il suo braccio scriveva cose su un foglio. Il numero a ventisette cifre del conto corrente, ad esempio. Oppure altro: piccole frasi di senso compiuto, con indicazioni su come fare una certa operazione, dove si trovava un certo documento, o il contatore dell’acqua o del gas. Ma non era lei a muovere la mano.

Il cugino emigrante e la moglie pensarono si trattasse solo di una certa confusione per il lutto recente, un modo come un altro di non pensare, di delocalizzare, di spostare un dolore, una sindrome da arto mancante, ma alla rovescia, rilocato e ipostatizzato in parole su carta.

Ma non era questo. La donna era come trascinata via da sé e quel braccio furioso, quello scrivere testi come in una visione o guidati da qualcuno altro, era il fantasma del marito, che continuò a muovere la mano della moglie finché rimasero questioni irrisolte, bollette, fideiussioni, bollettini, fogli da firmare. E poi, così come era comparso, scomparve per sempre.

Angela conclude il racconto didascalica, continuando a inserire dati dentro al computer, senza interrompere il movimento delle mani, senza distogliere lo sguardo dallo schermo e io annuisco e commento, ma piano, senza smettere di tasteggiare e senza distogliere gli occhi dallo schermo. Anche noi siamo presi da un fantasma, che è il lavoro di oggi, da queste ore al computer, da queste scrivanie e sedie che non ricordano la forma dei nostri corpi, ma noi sì, che le ricordiamo.

Poi una volta tornato a casa accendo di nuovo il computer e scrivo questo testo. C’è ancora un fantasma che volteggia sopra di me. Guardo quelle che sembrano essere le mie mani, si muovono da sole sulla tastiera, scrivono qualcosa ma io non so cos’è. È un finale didascalico, come forse piacerebbe ad Angela.

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San Frediano (2013-2015), Scrittori Precari

Lettera d’amore per Diana

Gli imbianchini son persone, come te e me, lo sapevi? Benni è albanese e prima guidava i camion. Ora fa l’imbianchino precario, per Claudio. Claudio fa l’imbianchino da mille anni e prima di lui altri Claudi come lui hanno imbiancato, alzandosi presto al mattino, guidando il furgone fino in città. Lui, Claudio, vive a Montespertoli e tifa per la Juve, perché gli sta un po’ sul cazzo Firenze come città e i fiorentini, quindi anche la squadra; preferisce la Juve che gli dà l’idea di essere italiano e quindi basta, vaffanculo. Claudio è un tipo un po’ brusco.

A loro non interessa molto il calcio, era solo un canale che ho provato a usare per entrare nei loro cuori così bianchi, ed ha funzionato; al che oggi come ieri abbiamo mangiato tutti e tre insieme, anche se prodotti alimentari distinti. Loro le schiacciate della Coop e gli affettati nella carta argentata, tipo mortadella; io degli avanzi della cena di ieri, tipo del riso, oppure della focaccia ancora mezza surgelata. Mi hanno lasciato un po’ della loro schiacciata con l’uva; io invece ho preparato il caffè per tutti, che poi abbiamo bevuto parlando – sopratutto io – di sigarette, dello smettere, anche se loro non hanno mai fumato, oppure parlando di telefoni cellulari e di telefonia – Claudio ha idee affascinanti al riguardo – e parlando di te, anche se la conversazione, come ti dicevo, non l’ho innescata io, ma loro, e io l’ho solo riempita con parole scintillanti e concetti facili, ma non semplici, perché penso che poi con le mie parole nelle orecchie ci torneranno a casa.

Non dico niente di strano o di eccezionale: è il mondo del lavoro che a noi, a me e a te, appare così vicino, e invece per il lavoro verso di noi è quanto di più lontano, qualcosa di non transitivo. Cecina è vicina a Firenze, per un fiorentino, ma Firenze non è vicina a Cecina per un cecinese.
Stessa cosa per il lavoro, il rapporto tra lavoro e non lavoro, tra discorsi e silenzi. I nostri discorsi fasulli, che però rimbombano. Torno così alle immagini: mi piace questo. All’imbiancare, al togliere e poi mettere programmi craccati scaricati da Internet. Craccare e scaricare tutto.

Parlo di amore agli imbianchini, non è vero Diana, ma parlo di te, che insegni italiano in America e del nostro amato pathos-della-distanza-fuso-orario, di queste ore che ci dividono e non solo spazio. Loro mi ascoltano e annuiscono, senza capire e io pure non so cosa dico. Buongiorno amore mio, ben alzata.

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San Frediano (2013-2015), Scrittori Precari

Caffè Notte, attesa

La scrittura è diventata per me come la morale: qualcosa che faccio quando non ho la forza di fare altro. Quando aspetto.
Guardo fuori dalla finestra, dove si muovono masse di persone. Tra di loro non c’è nessuno che conosco. Aspetto Lapo, aspetto Silvia, aspetto Diana che torni dall’America, Leon Marco Camilla che tornino da dove sono, aspetto martedì 4 aprile per iniziare a lavorare.

Scrivo l’ennesima nota inutile grazie a un pastiche che non ho pagato perché non ho un euro sulla posta-pay. Qualcosa ci sarebbe, ma sono meno di venti euro, per cui avrei bisogno di un sportello bancomat a monete. Scrivo questa cosa inutile e attendo Silvia o Lapo, che arrivino a saldare il conto dei pastiche che intanto sono diventati due. L’attesa e lo scrivere hanno così una forma circolare. Fuori dalla finestra, ancora, masse di persone che si muovono.

Abbiamo praticato yoga in mezzo al traffico, coi sensi di marcia invertiti con lo sciopero degli autobus e dei benzinai, con la maratona che bloccava la città. Abbiamo praticato yoga con la musica di Lana del Rey, di Rihanna, di Jay-Z, con quella dei Radiohead – poveri Radiohead – e ancora con quella di Rihanna. Abbiamo praticato molto yoga ultimamente, ma questo è un pensiero di riserva, che faccio così, mentre aspetto al Caffè Notte e ascolto coso, eppure lo conoscevo, sì, è il cugino di qualcuno, è Raffo, che parla con lo sbronzo sardo del Caffè Notte.

Si direbbe che abbia appena lasciato la fidanzata. Dice che stavano insieme da sedici anni, o da quando aveva sedici anni, non riesco a sentire bene. Così Raffo l’avrebbe lasciata perché era diventato troppo. Sta dicendo davvero questa cazzata allo sbronzo di turno? Ora è a pezzi, dice Raffo con trasporto e occhi saettanti. È a pezzi, è devastato, spezzato in due, per finta, oltre che sbronzo, tutto per finta. Il sardo se la beve, lui sì che è sbronzo: si beve tutto. Replica a Raffo dicendo delle cose così lontane dalle cose finte di cui Raffo sta parlando, che quasi si avvicinano al senso profondo delle parole a vuoto di Raffo.

Ancora in attesa al Caffè Notte. Dopo aver mangiato le pizzette. Dopo l’ostello Tasso. Dopo aver pensato alla musica sbagliata che hanno messo a yoga e allo yoga, che è struttura. E forse basta.

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