Racconti, San Frediano (2013-2015)

Un terribile amore per il meteo

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Mia madre accende il vecchio televisore utilizzando due telecomandi, ma lo schermo rimane nero a lungo e prima si sentono solo le voci. Dopo alcuni minuti cominciano a vedersi le prime figure.

«È vecchia» dice mia madre, «è per questo che fa così. Ma funziona ancora bene».
Ne parla come se parlasse di sé.
All’ora di cena il vecchio televisore acceso e sullo schermo il meteo regionale.
Suonano di sottofondo musiche andine, mentre la voce di un generale dell’aeronautica ci guida nei recessi del tempo atmosferico: il più sottovalutato degli argomenti.
«Proprio un bell’uomo», fa mia madre «il tipo che piace a me» Continua a leggere

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San Frediano (2013-2015)

Pomeriggio. Poste centrali a pagare una bolletta

Del gas o della luce, non ricordo.
Poi tornavo a casa, passando per Ponte Santa Trinita e mi mettevo nella scia di un muratore che aveva finito di lavorare. Il muratore, con i suoi pantaloni sporchi di polvere e calcina, con le sue scarpe a norma anti-infortunistica, con il suo passo veloce, ma stanco al contempo. Si accendeva una sigaretta e ne respiravo le volute di fumo che a lui si accodavano e andavamo così, ad un andatura simile, quasi all’unisono, come se lui fosse uscito adesso dal suo lavoro e andasse a casa, mentre io circa due ore prima dal mio e dopo fossi andato alle poste centrali a pagare una bolletta, del gas o della luce, non importa ai fini del racconto. Continua a leggere

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San Frediano (2013-2015)

LA VERITÀ DEL LUNEDÌ

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La giornata di lavoro è stata così massacrante che anche il mio gioco a calcetto ne ha risentito.
Non massacrante: offensiva. Per l’intelletto e non solo per il mio, ma per quello umano, per i sogni che uno può fare trovandosi qui o altrove, per quelle che chiamano capacità. Il gioco a calcetto ne ha risentito e si potrebbe quasi dire con lessico calcistico che non sono mai sceso davvero in campo, ma sono rimasto in ufficio ancora oltre l’orario di lavoro, anche oltre l’ulteriore orario di lavoro ulteriore.
Diceva il Cecco a nessuno in particolare – anche lui oggi ha giocato malissimo – che non c’era con la testa, era già pronto a partire con un treno notturno per Vienna, con i soldi in tasca che non dovrà cambiare una volta arrivato, la solitudine, i discorsi ridotti al minimo fino a incontrare Rosa. Continua a leggere

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San Frediano (2013-2015), Stanza 251

Tra le persone più pratiche che ho conosciuto ci sono senza dubbio i poeti

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Tra le persone più pratiche che ho conosciuto ci sono senza dubbio i poeti. Penso all’abilità con cui scelgono parole come umettare, oppure penso alla parola nettàre. Io non ho scritto mai una poesia, solo una volta l’incipit, dedicato al quartiere in cui ho abitato due anni e che fa così:

Oltrarno, putrida latrina

Ho provato ad andare avanti, ma ho lasciato perdere perché credo che la poesia sia come l’amore, se funziona vuol dire che va bene e che c’è, altrimenti vuol dire che si è sbagliato, che ci si è confusi con altre cose.

Ho fatto vedere a Diana la poesia quell’incipit di poesia e lei ha detto: è bello perché è un novenario. Lei ha questa capacità comune a tutte le ragazze che ho avuto, di contare. Ho sempre trovato fidanzate che contavano, contavano cose differenti, ma comunque contavano. Diana per esempio conta le sillabe e questo suo argomento di conteggio me la rende graditissima.

Comunque dicevo dei poeti e di come non ho mai conosciuto nessuno più pratico, che è da un lato un modo per dire che io poeta non sono e quindi neppure una persona pratica, ma anche un modo per dire proprio la cosa che dico.

Penso a Ferruccio, che è il mio amico più poeta che conosco, il vecchio Ferruccio che stanotte ha attraversato il mare tra Sicilia e Sardegna. La traversata è avvenuta senza problemi, come riporta la pagina facebook di suo padre, che seguo (questo per dire solo che Ferruccio è a tutti gli effetti un poeta vivente).

Lui è davvero bravissimo a utilizzare parole, penso ad esempio alla parola ghirlanda, oppure… non mi viene in mente nient’altro, e in verità anche ghirlanda ora che ci penso è il nome di una via, Via Ghirlandaio sarebbe, abbreviata in ghirlanda, e fa parte di una toponomastica che appartiene sicuramente più a me che a lui, che lavoro all’ufficio postale tutto il giorno (anzi mezza giornata perché faccio il part-time) e passo le giornate a sentir parlare di vie. Alla fine se ci penso mi sembra di essere diventato uomo solo da quando ho quel lavoro e conosco le vie della città, mentre prima avevo zone avvolte da nebbia come fosse una fiaba (era bello non conoscere le strade, in verità).

Penso alle parole usate dal poeta Ferruccio senza pensare a nessuna parola in particolare, ma all’uso che lui riesce a farne, a come è pratico nel metterne una dietro l’altra a formare delle melodie, e se una non gli piace o non ci sta bene ne prova un’altra, e alla fine la trova, perché è una persona pratica, io credo. Sceglie sempre delle parole che ci stanno benissimo, Ferruccio, mentre io dopo quel mio unico incipit che è stato alla fin fine casuale, non ho saputo più come rigirarmi. Sarà che non sono pratico, mi dico, sarà che Ferruccio ha più dimestichezza con le parole umettare, con il verbo nettàre, che io non so nemmeno che vuol dire.

Mi piacerebbe molto finire di scrivere la mia poesia, forse un giorno che Ferruccio torna dal mare (ma è possibile che lui non torni mai dal suo viaggio in barca a vela, neanche a dicembre inoltrato, nemmeno nelle giornate cortissime di gennaio e poi fredde madide di febbraio lo vedremo gironzolare per il quartiere) gli chiederò di aiutarmi a ultimarla, o forse gli manderò queste mie parole a un fermo posta di un porto del sud, e lui le leggerà con le gambe penzoloni dalla barca che sfiorano il mare.

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Fogli sparsi, San Frediano (2013-2015)

Racconto di Natale

Racconto di Natale, Simone LisiIl Natale per fortuna passa in fretta, ma la sera è ancora lunga. Come sono tristi le persone che in questo giorno portano fuori il loro cane per i bisogni. Sono tristi sempre, ma in questo giorno lo sono ancora di più.

Ascolto un cd come ai vecchi tempi, nel salotto della casa in Santo Spirito, dopo i cinque giorni di sfratto. Tornato con le tre cose che mi ero portato via e una sorta di fiuto per quello che la padrona di casa ha spostato, per quello che i due danesi hanno smosso o visto, di noi, e infine per il passaggio dell’ex inquilina, Ilaria, che si è ripresa alcune cose come pentole e indubbiamente quello che credevo essere il mio comodino e invece era suo. Era un comodino carino. Fa niente.
Io torno a sedermi in salotto come se niente fosse, ma invece lo sento che c’è qualcosa che mi dà sottilmente fastidio e mi fa pensare a un altro scasso, diverso eppure simile, alle Cure, a casa di mia madre, da parte di alcuni ladri, giusto ieri che era Vigilia e sembrano giorni e giorni fa.
Ieri che avevo lavorato e mia madre mi diceva al telefono dei ladri e io che le chiedevo se avessero portato via il pc con dentro i miei testi in unica copia: non se l’avessero stuprata, ma dov’erano i miei testi e il mio computer.

Natale 2013

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Concerti al Volume, San Frediano (2013-2015)

Uyuni al Volume

uyuni, Volume, Firenze, simone lisiGli Uyuni erano in ritardo di ore, per la cena: colpa di Gioacchino, pensavo io, e non del sound-ceck. Così che alla fine, con il mio coinquilino Lapo avevamo deciso di non aspettarli e di mangiare. Dopo arrivava Giulia e anche tutti gli altri. Mangiavamo hamburger e insalata comprati da me alla Conad e cucinati da Lapo. Il cibo era bastato per tutti. Poi eravamo scesi.

Iniziava il concerto e io dicevo piano in un orecchio a Lapo: «Vedi come risulta chiaro chi è il leader, quello con gli occhiali, come ha detto di chiamarsi? Poldo,Ponio, Lompa, e retrospettivamente lo si sarebbe potuto capire anche durante la cena che fosse lui il leader, quello che poi era scivolato via, quello preoccupato, quello che a breve sarebbe partito per Londra. E non il sosia del nostro amico Niccolò Francolini, il batterista, e neppure la tastierista, non loro che dicevano: – Beh lui se ne andrà a Londra, a raggiungere la sua ragazza. Che vada».
E Lapo diceva: «È vero, a posteriori capisco che lui fosse il front man, ma prima no, durante la cena non avrei saputo dirlo».
Chi aveva ragione?

Poi il concerto al Volume e gli Uyuni erano molto bravi, davvero bravi, e quella sera la cornice del Volume era ai suoi massimi livelli di splendore, come non capitava da tempo. Con alcuni ragazzi americani che si esaltavano in prima fila perché si sentivano come a casa, ma una casa immaginaria. Uno di loro con i lunghi capelli che diceva solo alcune frasi in spagnolo (¡Diez mas!) si era messo alle spalle del Bompa e ballava come se fosse da solo in una stanza, come vorremmo ballare tutti, ma non possiamo. Poi c’era Doriano, maestro di scacchi con occhiali da sole di notte, come Mastroianni, che batteva le mani sul tavolo a un ritmo esclusivo suo, e infine quelle due milfone che ci puntavano, come mi diceva Lapo, e io neanche ci avevo fatto caso, solo quando me lo faceva notare lui. E pensa che dieci anni fa neanche esisteva il concetto di milf, noi avremmo parlato forse di donne agé, e forse non avremmo visto niente perché non esisteva il concetto.

Poi, dopo il bis e il tris, il concerto era finito. Salutavo tutti e me ne tornavo a casa.

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Fogli sparsi, Racconti, San Frediano (2013-2015)

The Eye in the Ass

to Matthew Licht

When I got my Ph.D. in moral philosophy in June, 2008, there were only a few items on the list of things I wouldn’t do: eat the flesh of relatives killed in ritual sacrifice, waste water, or screw a friend’s woman.

This last rock-solid, Ten Commandments-style precept was by far the stupidest, but somehow I couldn’t let it go. Silly, I thought. As though a woman belongs to someone. An OK rule for Mesopotamian shepherds, maybe. Nevertheless, when I finished my degree at Columbia, I still believed in that third rule alone. Shortly thereafter, I left academic life. My morally abject colleagues disgusted me. I ditched their world and started fresh, with no regrets, even though my moral conceptions had been influenced. I remained true to my conviction, and never screwed a friend’s woman.

In April 2011, I was sharing an apartment near Prospective Park with Laura and her boyfriend Cyril. Laura entered my room dressed in jeans and bra. She rubbed against me like a cat, pushed her pointy tits in my face. I said, “C’mon Laura, quit it.”

She looked at me and said, “Huh? You come off like some fascist blasphemer whoremaster jack-off artist but you don’t want to grab these?”

“Course I want to, but what about Cyril?”

And that was that. Didn’t even matter that Laura was no big deal, physically, or that she and Cyril broke up shortly thereafter, which made life in that Brooklyn closet impossible. I remained true to my moral imperative.

Years passed and I hooked up with Mary Ann, who gave me a different view of morality. In other words, stop thinking about it all the time, and try to live like everyone else. We had our habits, worked regular full-time jobs, ate out a lot. Life became a minor concern, and morality was no longer an interesting topic for discussion. We often went out with our friends Bill and Samantha—to restaurants, movies, or just for a walk. Mary Ann would say, “What a lovely day. Let’s go for a walk.” So I’d call Bill and Samantha. We felt good with them, there was no tension. On October New England evenings, we’d walk along the shore, listen to music, stop somewhere for beer or coffee, and it was great. At night, in bed, Mary Ann and I would talk about them, and us. Pretty banal, but the truth was that I really wanted to fuck Bill’s wife, Samantha. I dreamt about her after our evenings out together, after dinners where my cock stayed pointed straight at her. I used to dream about her in every possible position, but there was nothing doing. She was my friend’s woman, no matter which way I turned it. Prohibition, I thought, is the perfect fuel for desire. She’s not that hot, and even kind of dumb, I told myself, but that didn’t change anything. I wouldn’t trade her for Mary Ann, I thought, in fits of exactly the sort of typical bourgeois paranoia I wanted to avoid. That’s what I’ve turned into, I thought. But the situation refused to change.

One evening when Bill was vising relatives in Connecticut and Mary Ann was out on Cape Cod with her sister, Samantha called and invited me to a party she’d organized. Of course I went. She wasn’t looking her best, maybe due to the stress of getting a party together, or getting up the nerve to phone me. So we spent the evening following different interests: she socialized while I got looped. But we kept an eye on each other in all the rooms of the house we were in, and every now and then we clinked glasses, drank a toast to nothing, to the end of the world, the triumph of evil, to Satan, the horsemen of the apocalypse. When the party was over, we went home together.

Bill and Samantha’s place glowed with an unfamiliar reddish light. We drank a nightcap on the sofa, then our bodies came together and we started kissing and touching each other. She had a habit of putting a finger crosswise on her lips, and it always seemed like a No Go sign. Now her lips silently said, here we are. Finally, I touched her tits, which I’d scoped and studied the best I could. And they were worth the wait: big and firm. While I was grabbing them, she got my pants down and jacked me off nice and slow. We were hot, but there was some tension, a block. My moral philosophy degree had come back to haunt me right when I was finally about to reject and abjure an ancient self-imposed prohibition. I turned Samantha around and entered her from behind. I humped her easy, then picked up the pace. She twisted back to face me, moaning softly. That’s when I spotted the eye in her ass.

The eye was watching me. At first I thought it was a ping-pong ball, or a pustule, but I wasn’t grossed out. It was an eye, no doubt about it, and it looked a lot like my friend Bill’s eye. I stopped cold. Samantha asked, what’s wrong?

Nothing, I said, and started in again, pretending nothing was wrong, but that clever eye was staring. At times it seemed benevolent, but mostly angry, mean, and it never looked away while I fucked my friend’s wife. So I spat on the eye, again and again, until it closed. I stuck a finger against her asshole and pushed. The eye closed further, closed in on itself. She turned around and gave me the OK go ahead signal, so I stuck it in her ass, pushing the eye as far as I could into the depths of her rectum. I came hard, full of rage, pulled out my cock and made her lick it. She looked me right in the eye while my sperm dripped off her chin, then I took off, just like in some porn flick that’s not even worth talking about.

Days passed, as they will, and many more, until Mary Ann came back from Cape Cod and we got together with Bill and Samantha again. Samantha and I acted like nothing had happened, but there was one thing no one could ignore: Bill was wearing a piratical eye-patch. He explained he’d been injured while skiing. A ski-pole had blinded him, but he said he was lucky: a few millimeters deeper and he’d have been dead. There was some really complicated, expensive surgery possible, but he said he probably wouldn’t risk it. Basically, he liked the way he looked with an eye-patch. Samantha and Mary Ann laughed. I felt a pain in my eye, like a burn, a wound, as though a closed eye were watching me from within. I didn’t smile and I didn’t say anything.

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