Siete già stati qui?
Prima volta, ha risposto Diana all’uomo che ci ha mostrato la casa, e che sembrava così incapace di fornire le informazioni più banali, frasi che in teoria avrebbe dovuto avere scavate nella testa come sciara di pietre lavica per averle ripetute centinaia di volte ad altri ospiti prima di noi. E invece no.
Doveva essere il proprietario e probabilmente di quella casa non si occupava mai, o solo in rarissimi casi, da cui quel suo modo imbarazzato e vagamente sfuggente, quel suo rivolgerci domande che non erano solo ripetizioni di altre domande “Siete già stati qui?”, ma che erano domande vere.
Prima volta, ha risposto Diana, poi l’uomo si è rivolto anche a me e io ho detto: sì, quando ero un bambino. Anche la mia era una risposta vera, sebbene inutile, perché le uniche due categorie possibili erano chi fosse lì per la prima volta e quindi da istruire vagamente su dove andare e cosa vedere e chi invece era di ritorno e quindi poteva escludere ulteriori spiegazioni sul luogo.
Forse per la mia risposta o forse per una specie di incapacità di quell’uomo il dialogo non è proseguito in quel senso e in nessun altro.
Lui ha aperto porte, mostrato bagni, indicato un foglio con la password del wifi.
Ah, guarda i libri lei. Se vuole può anche leggerli, ha detto a me.
Non abbiamo parlato di soldi sebbene dovessimo ancora pagare.
Al momento di congedarci io ho abbozzato una parola ancora, ma non mi veniva in mente il termine, così ho cercato dei sinonimi per spiegare cosa avevo in testa, delle parole collegate, ma quella parola che cercavo era un’espressione tecnica che pur avendo senz’altro a che fare con l’acqua e l’idraulica non aveva al suo interno (giacché ero certo che fosse un termine composto da due parole) al suo interno non aveva concetti collegati in alcun modo all’acqua e ai liquidi.
Non sapevo proprio come fare a farmi capire e il signore non aveva la più vaga idea di che cosa io gli volessi dire. Mi sentivo un po’ in imbarazzo, questa volta io, e il proprietario se ne è andato via forse per sdrammatizzare facendo riferimento al mio essere già stato qui, da bambino, e che pertanto mi sarei orientato nel paese senza alcuna difficoltà.
La casa ha una terrazza da cui si vede il mare, ma sotto di noi passa una strada. Una strada poco o per nulla trafficata, per lo più persone a piedi, ma comunque cose, persone, bambini, che noi dal nostro punto di vista rialzato non vediamo, mentre Diana mangia dei semi di mais metà al sole e metà in ombra e io scrivo questo, all’ombra, ascoltiamo queste voci senza vedere le persone che passano, per lo più bambini nordafricani, lingue arabe, forse perché qui in tanti sono partiti, come il figlio del padrone di casa, o almeno l’ho immaginato quando ci ha detto di guardare un certo sito Internet che lui, il figlio, aveva fatto e me lo sono visualizzato in qualche città lontanissima a tentare di fare un lavoro culturale, ma stavo proiettando cose mie, fatto sta che i lavori qui sono coperti da persone immigrate, che poi fanno dei figli, che poi vanno a scuola e passano sotto la terrazza. É un lunedì mattina, di giugno, tra poco finirà l’anno scolastico. Mi fa pensare, questa terrazza, al mito della caverna di Platone, ma al contrario. Posso sospettare che a questi suoni corrisponda un mondo, delle persone che ridono, che giocano a pallone, una donna al telefono con la sorella che sta ancora in Nordafrica, chissà di cosa parlano, ma potrebbe anche esserci un uomo che attiva dei pulsanti e genera dei suoni.
Però, mi chiedo, perché quest’uomo dei suoni dovrebbe farlo?
Intorno a una parola che non ci viene in mente, o a dei ricordi di me bambino in questa isola, scomparsi, trent’anni dopo, intorno a questa assenza si possono costruire delle cose, usare delle metafore, dei sinonimi, oppure delle scene per provare a risignificare quello che crediamo, sospettiamo, avevamo in mente.
Ma posso davvero?
L’unica cosa che mi sembra di ricordare è che trent’anni fa non ci fossero tutte queste piante grasse, se non sia cominciata allora, o finita secondo i punti di vista, questa storia delle piante ornamentali e la scomparsa delle piante da frutto, ma è davvero un pensiero che faccio così, per perder tempo, riempire uno spazio vuoto.
Autoclave, ho detto al padrone di casa che stava già scendendo le scale e si allontanava. Era questa la parola che cercavo.
Già, autoclave, ha detto lui, ma ormai è troppo tardi, non esistono più le autoclavi, adesso c’è un chip che regola tutto, ha detto mentre scendeva quelle scale che portano dalla terrazza alla strada.
giugno 2026
