In fuga dalla bocciofila

Marguerite e Juliene | L’unico amore possibile è quello incestuoso

Mi ha spiegato Vinicio, dopo aver fatto tutta una lunghissima sparata sul significato della pornografia, secondo cui quello che noi in verità ricerchiamo nei porno non sono tanto le tette, la sborra in the face, le segretarie, le adolescenti bagnatissime, gli scolli larghi da cui intravedere un capezzolo, No, quello che noi ricerchiamo nel porno è sempre e solo una cosa:

è il cazzo Continua a leggere

Standard
In fuga dalla bocciofila

Big Hero Six | Videogame

Il vicino di posto pakistano si è impossessato del bracciolo comune. Voliamo sopra i Balcani, in direzione sud-sud-est, meno cinque ore all’arrivo. La nostra compagnia aerea, tranne lo spazio, ci ha fornito quasi tutto: coperta, cuffie cuscino, calzini blu colore della compagnia e un kit di sopravvivenza con dentifricio e mascherina e tappi per le orecchia. Il cibo non è male, se ti piace il genere. A me piace, a Flavio e Walter no, perché qualcuno gli ha detto che non è buono. Anzi mi schifano mentre mangio tutto il menù beef. Poi però il dolce che gli ho offerto se lo sono mangiato, quei deficienti. Continua a leggere

Standard
In fuga dalla bocciofila

Alla ricerca di Vivian Maier | Vivian chi?

Vivan Maier, dicevamo lasciando la sala del cinema, non ho mica capito se facesse delle belle foto, ma non potrai negare che non abbia una bella storia.
Bah, un bel look, vorrai dire.


Ecco il punto, aggiungevamo, è che ci piace troppo pensare che tra la nostra robaccia nei cassetti, tra i nostri bigliettini delle scuole elementari e medie, tra i nostri diari segreti ci sia qualcosa di pazzesco che è solo in attesa di venir scoperto, rivalutato, che un giorno verrà in cui sarà non dico apprezzata, ma considerata.
Che tra cento anni quella nostra registrazione in formato midi, la nostra canzone registrata malissimo sarà una hit prima in classifica dall’altra parte del mondo.
Fa bene al morale. Continua a leggere

Standard
In fuga dalla bocciofila

Quo vado? | Adelphi

Si dice che la casa editrice Adelphi abbia avuto la funzione storica di portare i borghesi rivoluzionari ad assumere posizioni più reazionarie dagli anni settanta in poi.

La funzione di Checco Zalone è oggi quella di traghettare (senza creare allarmismi) la popolazione italiana piccolo borghese verso posizioni più miti nei confronti dei diritti acquisiti e nello specifico dei diritti dei lavoratori. La questione diritti dell’individuo tipo l’uguaglianza tra uomo e donna, i matrimoni gay o l’affermarsi della famiglia non-tradizionale di cui Zalone parla in modo apparentemente favorevole prende solo atto di un’evidenza e di una tendenza generale (è da intendersi quasi come un compromesso, e a conti fatti superfluo), mentre il punto chiave è ancora (come era stato nei film precedenti) il tema del lavoro.
La perdita del posto fisso viene presentata in Quo vado? come un atto dovuto, necessario. Come conseguenza di una cattivissima gestione politica, ma anche (e soprattutto) come una colpa dei lavoratori stessi. Il diritto del lavoratore è convertito in cattiva coscienza. Se il lavoratore non ha più diritti e posto fisso è in fondo colpa sua.
Ma, e qui sta la morale zaloniana, la cosa non deve spaventare nessuno: dopo un certo giro di pellegrinaggi si tornerà al punto di partenza, un lavoro si troverà, il cambiamento è solo gattopardiano: si va da posizioni reazionarie a posizioni altrettanto reazionarie. Non cambierà niente, nessuno ci farà del male, saremo solo un po’ più buoni. Forse andremo lontano, forse cambieremo vita, emigreremo, ma saremo sempre i soliti simpatici furbi italiani che in fondo hanno ragione su tutto, che la famiglia è patriarcale, che lavorare fa schifo e basta con ‘sta minchiata dei diritti delle donne e dei gay (per non parlare dei neri o di qualsiasi altra etnia).
Dopo il lungo viaggio sereno nella perdita dei diritti saremo appena un po’ più poveri e buoni di come eravamo prima: la messa una volta l’anno?, tirare un po’ la cinghia e anche questa generazione in qualche modo se la caverà. Per le successive, boh, si starà a vedere. Mentre intorno a noi tutti perdono il lavoro (nella sala si respira l’odore dell’ansia) proviamo a innamorarci. Innamoriamoci, mentre i ghiacci si sciolgono e masse di popolazione africane non hanno accesso ai farmaci di base. Innamoriamoci e proviamo a ridere (ma che ansia si respira in questo film) tutto si metterà per il meglio anche se i beni confiscati alla mafia verranno poi ripresi dagli stessi, anche se verremo licenziati, se niente è garantito. Innamoriamoci (qualsiasi cosa questo possa significare, nulla forse?, un modo di dividere l’affitto?) o almeno proviamoci.
Poi le luci si accendono e con facce dure usciamo fuori dal cinema. Ecco dove andiamo.

Se si prescinde dal valore d’uso dei corpi delle merci, rimane loro soltanto una qualità, quella di essere prodotti del lavoro. Eppure anche il prodotto del lavoro ci si trasforma non appena lo abbiamo in mano.
Karl Marx; Il capitale

Standard
In fuga dalla bocciofila

Irrational man | Fine corsa

Si può invertire una tendenza?

Si può fare un film su un tema universale come il binomio caso-destino, oppure rileggere un tema come per esempio, vediamo… uno qualunque, facciamo il tema del delitto perfetto?
Sì può?
Si può partire per capodanno, andare a trovare qualcuno che sta lontano e nemmeno si dormirà con lui, ma in un albergo in centro, in quel paese sperduto sulle montagne, con il rumore di un trolley che ci accompagna?
Si può?
Partire così, invertire una tendenza, andare al cinema alle 18 a vedere Star Wars e poi alle 21.30 a vedere Bella e perduta di Pietro Marcello? Ma quando si mangia?
Si può scrivere un pezzo su Guadagnino in cui si parla della ricchezza, di Pantelleria, di Dobermann che scivolano tra le nostre gambe come pesci di fiume, si può?
Si può tornare a vedere Allen malgrado tutto, malgrado non abbia più niente da dire, ecco qua, niente di niente, che la sua voce sia solo una rilettura di temi universali che non faranno invertire nessuna tendenza, ma la confermeranno.

Così le nostre partenze per Capodanno, i nostri amori spacciati a riempire questi giorni di ferie, le fughe a casa, le sbronze distanti, a sancire che anche domani è vacanza, e certo i nostri cinema a sottolineare niente, dai quali usciremo così, con la nebbia intorno e le micro-particelle d’acqua in bocca.

Irrazionale, dici?

Standard
In fuga dalla bocciofila, Senza categoria

Due parole sul 56esimo Festival dei pop(oli)

20151011_110100

Già che anche per quest’anno è passato il Festival e Ernestina mi guarda dietro ai suoi occhiali dalla montatura leggera, sotto al cappellino, con occhi scintillanti e dice: cosa faremo adesso delle nostre sere? Mentre intorno a noi una piazza assume il venerdì sera come evento reale e in un certo senso qualcosa di cui è vero noi necessariamente assegneremo un valore morale (il lavoro quale alienazione, il week-end quale pillola compensatoria, il capitalismo come continuazione e dispiegamento di concetti giudaico cristiani), ma che di fatto è semplicemente qualcosa che accade, in quella piazza, a quei tavolini, e Ernestina appunto con i suoi occhiali, il suo viso da gran visir del documentario, che poi con fare perentorio (perentorio?) continua il suo discorso dicendo: mi ricorderò sempre di questo Festival, perché Staron mi ha cambiato la vita, come farò a tornare alla fiction dopo questa meraviglia? E mentre lei mi dice questo e i lavoratori a cottimo lasciano le loro postazioni al tornio e si dirigono verso i bar della piazza a bere come noi le loro birre che aprono e dischiudono il week end io penso che ha ragione Ernestina, seppur sia la solita esagerata, quella delle fittonate, che Staron era superbo, ma che c’è in questo suo giudizio anche della foga astrologica (il suo ascendente leone), c’è un lato empatico verso il lavoro della moglie di Staron, ma c’è anche del vero, perché anche io me lo ricorderò sempre di questo Festival, come un Festival felice, con Ernestina a vedere Staron e svicolare i film mondani, mentre lei dice questo io penso fondamentalmente due cose, la prima è un pezzo che vorrei scrivere sulla bocciofila che si intitolerebbe Una domanda per Staron, anche nella versione in inglese A question for Staron, in cui parlo di come avrei voluto chiedere una cosa a Staron, su Dio, una domanda al regista polacco di Siberian Lesson, circa il principio di indeterminazione di Bohr, di cosa pensa di questa legge della fisica in relazione al suo fare documentario, se crede nella possibilità reale di dissolversi dietro la camera, se si crede forse Dio, in grado di vedere davvero, senza esser visto, e poi dopo aver fatto questa domanda in sala, in una sala semi deserta perché snobbata per altri film più di cartello, scusarmi immediatamente e dire solo che in verità avevo preso la parola e il microfono solo per ringraziarlo personalmente, a nome mio ed Ernestina, di come ci aveva fatto bene e come ci erano piaciuti i suoi film, questo avrei domandato e affermato, se solo la sera dell’ultimo film con Staron direttore della fotografia, Il premio, lui non fosse stato assente, già altrove, dalla sua famiglia in Polonia, pertanto la domanda sarebbe rimasta ipotetica, incompiuta abortita, e anche il pezzo sulla bocciofila solo un’idea scatologica dentro a un pezzo di costume, ecco, in quella piazza del venerdì con occhi lievemente arrossati (completamente) per le nostre ore davanti al tornio-schermo, io pensavo in parte a Staron e in parte alla contraddizione del Festival dei Popoli, alla sua vocazione da un lato pop alla sua necessità di essere “eventista”, di creare eventi così da richiamare il grande numero, e quindi proporre film che fossero di facile appeal, oltre a tutto un lato social/fotografico/video/logo/immaginifico ultra pop e a la page, che però andava a scontrarsi con un’essenza documentarista, antropologica refrattaria a questo, un mondo nerd, un mondo di nicchia, che del pop se ne frega, che il pop lo contempla, ma solo come aberrazione da studiare, da contemplare, qualcosa di fondamentalmente altro da sé, ecco io mi chiedevo quando sarebbe esploso in modo manifesto questa tensione tra le due anime del Festival dei popoli, questa tensione di vite che scavava dentro al cuore del Festival cittadino, ma forse era solo un modo per alienarmi e non pensare alla mia giornata di lavoro, al mio lunedì senza ponte, al fatto che un altro anno era precipitato su di me.

Standard