Santa Croce (2017-...)

Note da Stromboli

Santo Santo Santo

Ho come l’impressione che passata una prima fase che definirei identitaria, oggi la questione di Padre Pio si sia molto ammosciata. Prima era un bel culto energico, poi da quando la santità è stata riconosciuta, non gliene frega più nulla a nessuno.
Sì, embè, un altro Santo in cielo. E festa finita.

Chiringuito

Il problema di questi chiringuiti e spiagge deserte annesse è che in ciascuno di esse troverai un tizio di Genova (ma che ha lavorato 25 anni a Milano) che non aspetta altro che insegnarti come si sta al mondo.

Il progetto

Diana mi ha chiesto se secondo me il nostro architetto stesse lavorando in quel momento al progetto della casa e io ho avuto la chiarissima sensazione, anzi visione, dell’architetto con un dito nel naso intento a estrarne un’enorme caccola.

Vacanze da soli

Benissmo fare le vacanze da soli, siete veramente in gamba, io non so se ce la farei, ma Cristo Santo che bisogno spasmodico di comunicare che avete, in queste due ore di gita intorno al vulcano, sembra siate rinchiusi da una settimana in isolamento, adesso so tutto di voi, della vostra vita, e pensa che sei in vacanza da solo, io in compagnia e da quando sono arrivato sull’isola avrò detto la metà delle tue parole.

A Stromboli

A Stromboli una delle cose più difficili è capire quali posti sono per fregare i turisti e dopo un po’ scopri quasi tutti sono dei posti per fregare i turisti.

Ma poi dopo un po’ cominici a capire come fare sebbene sia difficilissimo trovare un posto dove non ti fregano. In tabaccheria hanno le birre Messina a un euro e cinquanta, per dire.

In aliscafo

Una nuova frontiera dell’intrattenimento sono i documentari con animali tardo preistorici, cioè niente dinosauri, ma tigri dai denti a sciabola, mammut o altri collocati in contesti bucolici o glaciali, ma il punto di questi pseudo documentari è lasciarti il dubbio se siano animazioni al computer (sì, lo sono) o solo delle tigri molto pelose che vivono in Alaska, e mi chiedo allora perché invece di quella roba non abbiano deciso di fare un documentario classico su una tigre vera. Forse così gli costava meno? Probabile. O forse ciò che veramente mi rende ipnotica questa cosa, quello che mi aggancia, è quel dubbio sottile o sospetto che sia vero, falso, ben fatto, mal fatto. Certamente: inutile.

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Santa Croce (2017-...)

Cacciatore di sigarette

Dopo una decina d’anni lontani, in altre nazioni o città o più semplicemente quartieri, siamo tornati ad abitare con Diana nel quartiere in cui frequentammo l’università di Lettere e Filosofia, che è anche il luogo dove ci conoscemmo. È un quartiere con una sua certa bellezza, seppur poco esplicita, con scritte sui muri, scritte che si cancellano dai muri e vengono rifatte sempre uguali, muri carichi di umidità, piccoli bar anni settanta, elettricisti dove non c’è mai nessuno, alimentari con luci al neon dove la regola non scritta è che si può mangiare un pasto completo con una banconota del taglio più piccolo.

Non andiamo più in quegli alimentari e bar squallidi di un tempo, non perché adesso abbiamo più soldi, non è solo questo, ma è perché quei posti ci mettono una grande tristezza. C’è un bar ad esempio a cui andavamo quasi ogni giorno, un bar gestito da due uomini, vecchi oggi come allora, baristi talmente simili tra loro che credevamo fossero fratelli, o una coppia di amanti. Era quello un bar dove avevamo una scatola di biscotti al burro, biscotti inglesi per il the, che lasciavamo là se non finivamo e quando tornavamo la volta successiva trovavamo ad attenderci. Adesso ci fa spavento anche solo passarci davanti. Allora attraversiamo la strada, oppure alziamo il bavero sul mento e guardiamo fisso in avanti. C’era e c’è ancora la gastronomia di un certo Vittorio, chiamato da tutti Vittorino, ironicamente. Là era possibile, e mi dicono sia ancora così, mangiare con pochi euro, sebbene il punto di forza non fosse la convenienza, ma la quantità. Vittorio era famoso per le porzioni enormi. Forse ricordiamo male, non erano così grandi come pensiamo, ma dipende dal fatto che le cose del passato sembrano più grandi nella memoria. Non c’è dubbio che fossero enormi, ci diciamo, erano le sole porzioni in grado di placare la nostra fame inestinguibile. Anche da lui non torniamo mai, ci sembra che la fame di allora si sia per così dire asciugata, oggi andiamo solo in ristoranti dove le porzioni sono piccole, care e sapide. Paghiamo il conto sempre con grande piacere. E poi c’è il quartiere tutto intorno all’università che in dieci anni sembra esser cambiato. C’è ancora l’enorme, oscuro palazzo del rettorato, con le sue torri e i suoi cancelli e custodi, è vero, ma sembra che l’università sia deserta. Con la crisi economica gli studenti fuori sede che maggiormente animavano il quartiere hanno smesso di venire, o forse è che oggigiorno nessuno vuole più iscriversi alle facoltà umanistiche, visto la fine che abbiamo fatto noialtri. Gli studenti, che pure continuano a esistere, vanno a studiare nel quartiere nuovo, dove ci sono le facoltà di economia e giurisprudenza, i centri commerciali, gli svincoli che partono verso nord. Il vecchio quartiere universitario si è popolato di ristoranti per turisti, catene di oggettistica svedese e srilankesi che vendono birre a qualunque ora del giorno e della notte. Forse ci sbagliamo, diciamo, forse quei negozi c’erano anche dieci anni fa, e siamo noi che ricordiamo male o che siamo cambiati.

Ogni giorno, per tornare a casa dopo i nostri lavori, io e Diana attraversiamo il quartiere universitario, ognuno a un suo orario specifico. Non più stretti l’un l’altra sul marciapiedi, non più stringendoci addosso ai nostri maglioni e sciarpe di lana, ma ognuno dentro al suo cappotto pesante, ognuno all’oscuro di ciò che il vecchio quartiere risveglia nell’altro, sospettando che sia poi la stessa cosa. È così. Durante le mattine di sabato che sole danno significato alla vita (ma i sabati non possono bastare, ci diciamo quando siamo fermi ai semafori) di sabato usciamo di casa e invece di girare a sinistra, prendiamo a destra, prediligendo quella zona del quartiere dove un tempo non mettevamo mai piede, quella del mercato e dei tavolini, così che l’altro quartiere, simile eppure diverso, lontano seppur vicinissimo, rimane sfocato, come fosse un pesce d’argento che vediamo sott’acqua, mobile seppure sia immobile.

Però c’è un angolo, tra via delle Pergola e via degli Alfani, un angolo a cui io e Diana non ci possiamo sottrarre. Se il bar dei fratelli, se l’alimentari di Vittorio, se le scritte sui muri noi possiamo con degli stratagemmi far finta non esistano, quell’angolo non lo possiamo evitare. Vi è un uomo, vi era un tempo e vi è tutt’ora, che sta là a chiedere le sigarette. Ha una coda di capelli che con gli anni sono diventati grigi e ora bianchi. Era là quando fummo matricole, era là quando, in ritardo, ci laureammo con le nostre tesi mirabolanti. Estati e inverni, con la pioggia e col sole, in quell’angolo, sempre la stessa frase, ripetuta come una poesia imparata a mente, scusa, sempre uguale, ce l’hai, senza mai invertire l’ordine delle parole, senza mai utilizzare un sinonimo, essenziale, una sigaretta, immutabile, perfetta. All’epoca qualcuno sosteneva che quelle sigarette neanche le fumasse, erano racconti che si facevano, che le sigarette gli servissero per ricavarne la cenere. Che quel tizio mischiasse la cenere con l’eroina e poi, come un alchimista, si sparasse tutto nelle vene. Erano discorsi da bar, erano discorsi da chi ha molto tempo da perdere e lascia andare i pensieri, oggi lo sappiamo bene. Non c’era nessuno scopo in quelle sigarette se non quello di fumarsele tutte, una dopo l’altra, senza pagare un euro. L’uomo è ancora lì, al solito angolo e anche oggi intercetta il nostro sguardo e ci si para davanti.

Scusa

Sì? Chiediamo noi, impazienti, anche se sappiamo già cosa domanderà

Ce l’hai una sigaretta?

Purtroppo noi abbiamo smesso di fumare. Saremmo felici di offrirgli una sigaretta, gli daremmo l’intero pacchetto se solo l’avessimo.

No, mi spiace.

A lui non importa il motivo per cui abbiamo smesso o perché non abbiamo mai iniziato. Con i suoi occhi pallati guarda già oltre di noi, alla ricerca del prossimo passante a cui chiedere la stessa cosa. Allora io e Diana continuiamo ad andare verso casa e ricordiamo che fu lui a insegnarci che una sigaretta scroccata non può fare male, perché è una sigaretta non fumata.

Gennaio 2019

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Senza categoria

Solo a voi che guardate le mie ultime storie voglio bene

Solo a voi che guardate le mie ultime storie voglio bene,

non le prime.

A voi che arrivate fino in fondo, mi seguite

passo passo nei recessi più superflui o importanti,

a voi che venite dietro di me per sapere cosa facevo quattro anni fa,

nel bagno,

l’altra sera,

la copertina del libro,

l’aperitivo.

Lo so che non vi importa davvero, ma vi perdono

lo so che anche voi che guardate le mie ultime storie

siete solo molto soli o forse nemmeno questo

avete un problema di dipendenza

forse dovreste chiamare l’ottico

quanto è che non controllate la pressione dell’occhio?

E’ un controllo di routine, ma dovreste farlo, in fondo davvero troppe troppe ore rivolgete lo sguardo nei telefoni, non fa bene questa roba, hai mai sentito parlare di radiazioni? Avevi anche comprato gli occhiali con le lenti schermanti raggi V, che fine hanno fatto vallo a sapere.


Solo a voi che guardate le mie ultime storie voglio bene,

ma anche a voi che guardate le prime storie,

anche solo per sbaglio, passando subito oltre

anche a voi voglio bene.

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Fogli sparsi, Santa Croce (2017-...)

Nasci, cresci, fai le pulizie, muori

Se vuoi conoscere davvero una persona chiedile come fa le pulizie a casa.

Parentesi che si apre.
Potresti anche chiedere a quella persona come preferisce prendere il caffè, è vero, io per esempio amo le porcellane sottili, le tazze di ceramica leggerissima che hai la sensazione che mordendola coi denti si potrebbe spaccare e tagliarti la bocca così che il sangue e il caffè si vadano a mescolare.
Ma chiudiamo subito questa parentesi.
Le pulizie a casa, quella sì che è una cartina di tornasole, tu per esempio, come ti sei organizzato?
Hai una donna (o uomo) che viene a fare le pulizie al posto tuo? C’è per esempio tutto un lessico specifico su questo argomento. Non si dice, non sta bene, la donna delle pulizie. Si dice semmai: c’è una signora che viene a dare una mano. Così è molto più per bene, mentre dico, una signora che viene a dare una mano sento proprio come un sospiro di sollievo che mi attraversa il corpo.
Comunque noi siamo delle persone profondamente moderne e non c’è nulla di male ad avere una persona (dal sesso generico) che viene a virgolette dare una mano a casa. Non c’è nulla di sbagliato in questo. Tuttavia una domanda ulteriore si potrebbe fare ed è: ma chiami una persona perché non ti piace pulire? Perché non ti riesce? O magari perché non hai tempo? Se non ti piace, allarghiamo le braccia, viviamo in fondo nella dittatura del gusto, quindi lungi da me contestare la piacevolezza di fare le pulizie, invece approfondiamo la seconda risposta, cioè quella di non avere tempo.
Sì, è così, io lavoro alla Nasa, non ho tempo di fare le pulizie a casa. Bene, molto bene. Sebbene, la persona che abbiamo di fronte sarà una di quelle persone che magari fanno dei figli o hanno dei cani e poi hanno delle persone che si occupano dei bambini o persone che portano i cani a fare i loro bisogni, quindi delle persone paradossali. Non c’è niente di male a essere persone paradossali, ma che lo si ammetta.
Viene a dare una mano, la signora.
Le possibilità di pulizie a casa sono comunque un numero limitato, il che ci permette di porre le persone dentro un certo numero di categorie, come i segni zodiacali. Quando qualcuno contesta i segni zodiacali io tiro sempre fuori Goethe che diceva che esistono solo 12 situazioni tragiche possibili, muore lui, muore lei, certo composte da infinite sfumature e specifiche, ma comunque sempre dodici sono, quindi ecco l’astrologia ed ecco le pulizie.
Ipotesi uno, la signora o il signore delle pulizie. Ipotesi due, se vivi con i tuoi genitori, un genitore che fa le pulizie e non vorrei essere troppo scomodo, ma ho come il sospetto che la persona che se ne occupa non sia vostro padre, tuttavia magari avete una madre disabile e si occupa delle pulizie vostro padre? Chissà.
Comunque arriviamo alla terza possibilità ovvero vivete con una o più persone e vi occupate di pulizie domestiche anche voi in prima persona, magari facendo dei turni di pulizie, oppure, ed è proprio qui che volevo arrivare, facendo ognuno qualcosa, ognuno secondo le sue capacità o caratteristiche personali.

Io, per esempio, a casa le pulizie le faccio a metà con la mia compagna Diana, ma la cosa interessante è come ci siamo divisi queste faccende. Io pulisco il bagno e la cucina, lei fa il salotto e la camera da letto. Sono i suoi dei compiti per così dire più intellettuali, o pregiati, rispetto ai miei compiti che invece sono più terreni e materiali, ma mi sembra una cosa giusta. Amo pulire i cessi, è una cosa che mi dà una specie di soddisfazione particolare. Pulire un cesso è per me come fare un giro in bicicletta, la stanchezza che fa seguito alle pulizie di un cesso, a quel senso di vuoto pieno, è paragonabile solo a una passeggiata in alta montagna. La respirazione, mentre pulisci un cesso, rallenta, il respiro si fa profondo. I battiti del cuore diminuiscono e rimane solo un enorme silenzio e la voce in sottofondo di Attilio Scarpellini su Radio3 che mi parla della perdita dell’aura in Walter Benjamin.
Pulire un cesso, esplorare anche le parti meno visibili, indugiare con un bruschino intorno ai fori più fetidi, insistere, non affrettare alcun passaggio, prolungare quel gesto in maniera spasmodica, come se fosse un balletto di danza russa, come se fosse la cura di un giardino. Tra le mattonelle, dove minuscole particelle di schifo, di unto si annidano, là è dove per un momento, nella loro epurazione, puoi trovare finalmente la tanto ricercata pace.
Una volta, tanti anni fa, lavorai in un teatro. Lavoravo in teatro, nel senso che facevo le pulizie in un teatro. Era un lavoro bellissimo. Il lavoro più bello della mia vita, dovevo andare all’alba a fare le pulizie, ovvero dopo gli spettacoli, ma prima che arrivasse al mattino la gente per i matinée oppure la gente a fare le prove. Verso le cinque. Era un lavoro superbo, io arrivavo là nel teatro vuoto, che in effetti era anche spaventoso, e pulivo il teatro. La mia parte preferita da pulire, già lo avrete intuito, erano i cessi del teatro, e in particolare ricordo con affetto i vespasiani. I vespasiani avevano qualcosa di profondamente giusto, di artistico, di duchampiano, o forse semplicemente li amavo perché non dovevo piegare la schiena. Un giorno incontrai il mio capo supremo delle pulizie del teatro, che in effetti era una donna, ed era mia zia. La persona grazie alla quale avevo ottenuto quel lavoro. E lei mi disse una cosa che mi porto dietro ancora oggi, una piccola grande verità ovvero che pulire è una battaglia persa, che domani tutto tornerà a sporcarsi, di nuovo, e ancora e ancora. Che pulire pertanto è sempre un far sembrare pulito e niente più, che il concetto stesso di pulito è un concetto problematico, che il pulito rincorre sempre se stesso senza mai potersi raggiungere e mai si raggiungerà.
C’è infine un’ultima categoria di persone nei confronti delle pulizie domestiche e sono le persone che non fanno mai le pulizie in casa. Mai. Semplicemente un giorno magari non indossano le scarpe e coi calzini puliscono a terra. In questo caso si può ritenere pulizie domestiche? Noi crediamo di no. Oppure passano un dito sopra la televisione e la polvere si attacca al dito e così questa persona genera una specie di disegno di un fiore, o di un pene, è questo una speciale tipologia di pulizia? Anche in questo caso siamo costretti ad ammettere di no. Le non pulizie credo io siano qualcosa che ti scivola addosso, quando comincia a passare troppo tempo, superi un certo limite a quel punto è semplicemente qualcosa che non ci si può fare nulla, si lascia perdere, come ad esempio mangiarsi le pellicine o farsi di eroina, ormai è andata. Questa categoria di persone, le persone che non puliscono casa hanno dei bagni in particolare, a volte sarete stati a casa loro, che sono dei luoghi esclusi dal tempo, dove tutto sembra provenire da un’altra epoca, sono come i relitti delle navi in fondo all’oceano, che hai la sensazione che qualsiasi minuscolo gesto o cambiamento potrebbe far collassare l’intera struttura. Sono delle persone di solito molto belle, ma ahimè questa condizione esistenziale non è molto accettata socialmente.
Questo penso mentre pulisco il cesso di casa mia di mercoledì, oltre a pensare al caffè che mi berrò quando avrò finito e a quella tazza di ceramica sottilissima che forse morderò coi denti.

21 marzo 2022, Cantina Litfiba
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Lettere di Natale a vecchi amici su una chat WhatsApp da lunghissimo tempo inutilizzata

Cari amici
è la viglia di Natale, aspetto che sia ora di entrare al lavoro e mi prendo qualche minuto solo per scrivere a voi a cui pure non scrivo e non penso mai, o quasi mai, ma che le vigilie di Natale vostro malgrado mi tornate in mente.
Penso alle vigilie di Natale della nostra infanzia e adolescenza, quando hai quell’età che non sei piccolo e non sei grande, e allo stesso modo tutto è tiepido, o almeno sembra: le decisioni, le scelte, tutte quante reversibili, tutte emendabili, sebbene a posteriori chissà, guardando un po’ gli ultimi messaggi scritti su questa chat WhatsApp, potremmo dire che non era veramente così.
“Fa niente, fa lo stesso”, direbbe uno di voi due, con quel suo modo di dire le cose, come alzando le spalle con indifferenza, salvo poi riabbassarle con un sorriso vagamente tragico e sconsolato.
Fa niente, fa lo stesso, se poi quelle scelte e decisioni di allora non erano per davvero reversibili, se non c’era davvero altro tempo oltre quello, mamma mia che discorsi tremendi mi sento fare.
Volevo scrivere tutt’altro, cose allegre, e questo è di nuovo il mio io attuale che parla, gravato da un peso gravitazionale che di certo in quelle vigilie di Natale dei nostri quindici o sedici anni non dovevo avere, quando prendevamo l’autobus, l’1 A o 1 B andavano bene entrambi, e scendevamo alla fermata Duomo, o a quella prima di Via Martelli, entrambe le fermate dell’autobus, chissà se lo sapete, da molti anni che sono state soppresse per la pedonalizzazione del centro. Non farò un canto funebre anche per questo, ve lo prometto.
Ma certo era bello scendere al Duomo, proprio sotto al Duomo, con le facciate annerite per lo smog, non ci importava allora che le facciate fossero scure per tutto quello smog che ci finiva sopra, forse ci mancavano proprio le categorie per capire che era sbagliato, che era brutto. A noi sembrava bello. Arrivavamo da Le Cure, si andava in centro a comprare gli ultimi regali di Natale, si scendeva alla fermata Duomo, o a quella prima, di Via Martelli perché c’era un negozio di musica a cui andavamo sempre, come si chiamava? Non lo ricordo più. Abbiamo comprato parecchia musica, in quel negozio, che oggi è diventato credo un’agenzia turistica, o forse anche quel tempo è passato, oggi non so in cosa è mutato ancora.
Avevamo gusti musicali parecchio diversi, voi due eravate più simili, o almeno a me sembrava così. Molto probabilmente era solo da fuori, dal mio punto di vista, che i vostri gusti apparivano simili, era piuttosto una dinamica mia, di sentirmi sempre escluso, magari se fossi stato più attento avrei capito che i vostri gusti musicali non erano davvero così simili.
E di certo dev’essere così, se poi le vostre vite hanno prese strade così diverse, forse il punto di divaricazione inizia proprio in quel negozio di musica di Via Martelli. Andavamo a comprare a vigilia o nei giorni precedenti al Natale dei piccoli pensieri per le nostre famiglie, o fratelli o sorelle, chi li aveva, o nonni e nonne, che ancora c’erano ancora queste figure così belle e dialoganti con tutto un mondo che veniva prima di noi, sarebbe sì da aprire un bel peana sui nonni, ma lasciamo stare, è pur sempre una chat WhatsApp.
E quindi da via Martelli probabilmente passavamo sotto il Duomo e andavamo verso piazza Repubblica e un altro negozio di musica, Ricordi, e di certo alla libreria Edison, e quasi sicuramente alla Feltrinelli di via dei Cerretani e da lì credo che facessimo una curva verso la stazione di S. M. Novella, ed era finito.
Così piccola e breve era la nostra conoscenza del centro di Firenze, io credo: San Marco, il Duomo, la Stazione e poco altro. Completamente avvolto dalla nebbia era l’Oltrarno, completamente fumosa tutta la zona di San Niccolò, niente, nebbia totale come in quei videogame a cui giocavamo per ore, in territori ancora da colonizzare.
Chissà come dovevamo apparire noi tre da fuori, forse molto simili, sebbene noi ci provassimo a differenziarci un po’, nei nostri stili, vestiti, tagli di capelli. Chissà di cosa parlavamo. Mi piacerebbe riascoltarci parlare, per qualche minuto, chissà quale linguaggio, quali riferimenti che solo noi potevamo capire e che forse oggi ci risulterebbe incomprensibile.

Vi penso, vecchi amici, in questa ennesima vigilia di Natale della mia vita, vi penso lontani e ormai quasi completamente dispersi in vite di cui non so proprio niente, penso anche ai vostri genitori di cui ho un ricordo chiarissimo, sebbene sia quel ricordo là, di quelli che loro furono, vent’anni fa, chissà come sono oggi, non so se voglio davvero immaginarlo, non è quello il punto, però ricordo anche loro, li ricordo con affetto sebbene pochissime parole ci siamo scambiati in quegli anni, sempre sullo stipite di una porta socchiusa, le nostre rispettive camerette, o uscendo per le scale di casa, o magari a prendere qualcosa da mangiare in cucina, sempre pochissime parole ci siamo detti, eppure me li ricordo, me li ricordo bene, non dovevano essere poi molto più grandi di come noi siamo oggi, eppure, che differenza.

Vorrei dirvi che non mi manca quel periodo, che non credo fosse più facile o più felice di come è questo nostro presente attuale. Lo era ugualmente, c’erano altri problemi, ma c’erano eccome. Vorrei dirvi che vi ho pensato stamattina, prima di attraversare il centro a vigilia di Natale per entrare a lavoro, in una libreria vicino alla Stazione che all’epoca non esisteva ancora. E che sebbene non sia molto importante, ma io mi ricordo della fermata dell’autobus al Duomo, e dell’autobus con cui poi tornavamo a casa, nel quartiere Le Cure, delle diverse fermate a cui scendevate voi, di quella fermata a cui scendevo io, me lo ricordo, e me lo ricorderò penso, chissà, finche vivo.

Buona vigilia vecchi amici.

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Santa Croce (2017-...)

Che corse per non incontrar Doriana

Che corse per non incontrar Doriana
di corsa per le scale
o nascosto in ascensore
se sta già salendo a piedi.

Che giri per non trovar Doriana
vagando nel quartiere
con una borsetta in spalla
con dentro quelle cose
per fingermi civile:
un computer, le cuffie, un taccuino
il libro di Steinbeck da finire
che non finirò stamani
sono come delle ancore
del mio vivere civile.

La casa al mio rientro profumerà di pulito
il ciclo di lavatrice a sessanta gradi
con dentro gli stracci,
da svuotare.
Le finestre sigillate
un vecchio trucco di domestiche
per far sembrare più pulito
di quanto sia
(pulire, io lo so bene, è sempre un sembrar pulito
lo sporco è la cifra del mondo
domani, anzi già oggi, la polvere tornerà
è già qui, con noi, da sempre).

Che corse per non ascoltar Doriana
i suoi discorsi sugli immigrati che ci rubano il lavoro
gli autobus soppressi
le file in ospedale
dietro, molto dietro, la famiglia marocchina
che l’è passata avanti
spettri che si aggiran per l’Europa
o più semplicemente
nelle sconosciute province
da cui lei arriva.

Che corse per non incrociar Doriana
nascosto nelle gallerie d’arte
o nei bar con gli studenti americani
una poesia da scrivere
le ore da far passare
le cuffie nelle orecchie
fino al prossimo giovedì.

18.11.2021

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Santa Croce (2017-...)

Morire nel febbraio 2021

per D.

Mi sono chiesto stasera, se fossi morto, cosa avrebbero deciso di fare con il romanzo che uscirà a maggio.
Se gli editori avrebbero cavalcato il fattore emotivo, oppure per pudore, rispetto avrebbero deciso di annullare. Ma la copertina del romanzo è già pronta, mi sono detto.

Ho anche pensato che i miei soldi sarebbero andati a te, dal momento che ci siamo sposati, e la cosa mi ha fatto piacere. Sebbene si tratti di ben pochi soldi e ho immaginato che comunque saresti stata molto triste e quei pochi soldi non avrebbero cambiato un granché.

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Santa Croce (2017-...)

Tecnici, monaci, guardiani

Perché il tecnico della lavatrice
fosse arrivato così presto
di giovedì mattina
rimane un mistero.
Secondo lui le porte telematiche
chiudevano alle sette mezzo
ma a quanto risultava a noi
un tecnico autorizzato
sarebbe potuto entrare
a qualsiasi orario.
Forse amava alzarsi presto?
Più che tecnico della Ditta Angelini
sembrava un moschettiere francese
per il pizzetto lasciato scoperto
per bere il caffè
e aveva il modo di camminare specifico
di un uomo in grado di sollevare lavatrici.
Mentre Diana si asserragliava in camera
per lavorare, io rimanevo intorno
al tecnico moschettiere
dalle gambe larghe per sollevare lavatrici
e gli offrivo un caffè,
prima che smontasse il piano cottura.
Forse, mi dicevo, oltre che tecnico
e moschettiere
era anche buddista
perché nonostante intorno a lui
niente andasse bene
il piano cottura di quattro centimetri,
lo spazio disponibile solo di tre
la lavatrice nuova
che manifestava ulteriori problematiche, lui,
il tecnico Angelini, era di un fatalismo
commovente, piccolissime bestemmie
lievi, mentre io continuavo a ciondolargli intorno.
Capivo dalla sua prossemica
che non lo stavo aiutando, per questo
me ne andavo in salotto a leggere dei racconti
di un amico, che da tempo rimandavo.
Lui stava là che bestemmiava con dolcezza
e io leggevo i racconti dell’amico
e mi sentivo, rispetto al tecnico,
un po’ lontano dalla vita.
Mi sentivo lontano
e vicino al contempo, come di lì a un’ora
dentro gli Uffizi, tornato a visitarli
dopo tanti anni, per la pandemia.
Mi commuovevo
guardando i coniugi di Urbino
e le uniche persone intorno a me
erano i guardiani del museo
che si addormentavano
nella sala di Niobe
sulle loro sedie scomode,
ma con il caldo
dei condizionatori
e il silenzio degli Uffizi
quasi vuoti.
Una guardiana telefonava a casa
al Sud, sembrava dall’accento
dentro la stanza dei fiamminghi
e io cercavo di carpire scampoli di conversazione.
Qualcuno aveva fatto o detto
qualcosa che non riguardava il padre
di Durer,
ma un parente o un vecchio amore
della guardiana.

Il tecnico della Ditta Angelini,
mobili-a-incasso-e-cucine
non aveva niente da ridire
che leggessi dei racconti di un amico
di giovedì mattina.
Neanche i guardiani degli Uffizi,
sembravano giudicarmi per il mio cappotto blu,
alcuni dormivano,
altri sembravano felici
che il direttore Schmidt
fosse in viaggio di lavoro,
in Germania o chissà dove.

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Fogli sparsi, Santa Croce (2017-...)

gennaio

Gennaio
le arance lo sanno
che sono rimaste solo tre:
due bicchieri non usciranno fuori.
Quando invece sono ancora un chilo
le arance, ancora loro, spremendone due piccole
regalano senza motivo
due bicchieri abbondanti
per Diana e per me.

Gennaio
scrivo racconti per Oblique
non mi risponde
eppure mi sembrava
che era buono.

Gennaio
bevo la spremuta
il mio mezzo bicchiere scarso.

Gennaio, bevo la spremuta perché fa bene
più che perché mi va.

Gennaio
valuto l’ipotesi di comprare un ingresso agli Uffizi
per domattina
per rivedere i fiamminghi
mi dico come a giustificarmi.

Gennaio.

27/1/2021

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