Santa Croce (2017-...)

Che corse per non incontrar Doriana

Che corse per non incontrar Doriana
di corsa per le scale
o nascosto in ascensore
se sta già salendo a piedi.

Che giri per non trovar Doriana
vagando nel quartiere
con una borsetta in spalla
con dentro quelle cose
per fingermi civile:
un computer, le cuffie, un taccuino
il libro di Steinbeck da finire
che non finirò stamani
sono come delle ancore
del mio vivere civile.

La casa al mio rientro profumerà di pulito
il ciclo di lavatrice a sessanta gradi
con dentro gli stracci,
da svuotare.
Le finestre sigillate
un vecchio trucco di domestiche
per far sembrare più pulito
di quanto sia
(pulire, io lo so bene, è sempre un sembrar pulito
lo sporco è la cifra del mondo
domani, anzi già oggi, la polvere tornerà
è già qui, con noi, da sempre).

Che corse per non ascoltar Doriana
i suoi discorsi sugli immigrati che ci rubano il lavoro
gli autobus soppressi
le file in ospedale
dietro, molto dietro, la famiglia marocchina
che l’è passata avanti
spettri che si aggiran per l’Europa
o più semplicemente
nelle sconosciute province
da cui lei arriva.

Che corse per non incrociar Doriana
nascosto nelle gallerie d’arte
o nei bar con gli studenti americani
una poesia da scrivere
le ore da far passare
le cuffie nelle orecchie
fino al prossimo giovedì.

18.11.2021

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Santa Croce (2017-...)

Morire nel febbraio 2021

per D.

Mi sono chiesto stasera, se fossi morto, cosa avrebbero deciso di fare con il romanzo che uscirà a maggio.
Se gli editori avrebbero cavalcato il fattore emotivo, oppure per pudore, rispetto avrebbero deciso di annullare. Ma la copertina del romanzo è già pronta, mi sono detto.

Ho anche pensato che i miei soldi sarebbero andati a te, dal momento che ci siamo sposati, e la cosa mi ha fatto piacere. Sebbene si tratti di ben pochi soldi e ho immaginato che comunque saresti stata molto triste e quei pochi soldi non avrebbero cambiato un granché.

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Santa Croce (2017-...)

Tecnici, monaci, guardiani

Perché il tecnico della lavatrice
fosse arrivato così presto
di giovedì mattina
rimane un mistero.
Secondo lui le porte telematiche
chiudevano alle sette mezzo
ma a quanto risultava a noi
un tecnico autorizzato
sarebbe potuto entrare
a qualsiasi orario.
Forse amava alzarsi presto?
Più che tecnico della Ditta Angelini
sembrava un moschettiere francese
per il pizzetto lasciato scoperto
per bere il caffè
e aveva il modo di camminare specifico
di un uomo in grado di sollevare lavatrici.
Mentre Diana si asserragliava in camera
per lavorare, io rimanevo intorno
al tecnico moschettiere
dalle gambe larghe per sollevare lavatrici
e gli offrivo un caffè,
prima che smontasse il piano cottura.
Forse, mi dicevo, oltre che tecnico
e moschettiere
era anche buddista
perché nonostante intorno a lui
niente andasse bene
il piano cottura di quattro centimetri,
lo spazio disponibile solo di tre
la lavatrice nuova
che manifestava ulteriori problematiche, lui,
il tecnico Angelini, era di un fatalismo
commovente, piccolissime bestemmie
lievi, mentre io continuavo a ciondolargli intorno.
Capivo dalla sua prossemica
che non lo stavo aiutando, per questo
me ne andavo in salotto a leggere dei racconti
di un amico, che da tempo rimandavo.
Lui stava là che bestemmiava con dolcezza
e io leggevo i racconti dell’amico
e mi sentivo, rispetto al tecnico,
un po’ lontano dalla vita.
Mi sentivo lontano
e vicino al contempo, come di lì a un’ora
dentro gli Uffizi, tornato a visitarli
dopo tanti anni, per la pandemia.
Mi commuovevo
guardando i coniugi di Urbino
e le uniche persone intorno a me
erano i guardiani del museo
che si addormentavano
nella sala di Niobe
sulle loro sedie scomode,
ma con il caldo
dei condizionatori
e il silenzio degli Uffizi
quasi vuoti.
Una guardiana telefonava a casa
al Sud, sembrava dall’accento
dentro la stanza dei fiamminghi
e io cercavo di carpire scampoli di conversazione.
Qualcuno aveva fatto o detto
qualcosa che non riguardava il padre
di Durer,
ma un parente o un vecchio amore
della guardiana.

Il tecnico della Ditta Angelini,
mobili-a-incasso-e-cucine
non aveva niente da ridire
che leggessi dei racconti di un amico
di giovedì mattina.
Neanche i guardiani degli Uffizi,
sembravano giudicarmi per il mio cappotto blu,
alcuni dormivano,
altri sembravano felici
che il direttore Schmidt
fosse in viaggio di lavoro,
in Germania o chissà dove.

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Fogli sparsi, Santa Croce (2017-...)

gennaio

Gennaio
le arance lo sanno
che sono rimaste solo tre:
due bicchieri non usciranno fuori.
Quando invece sono ancora un chilo
le arance, ancora loro, spremendone due piccole
regalano senza motivo
due bicchieri abbondanti
per Diana e per me.

Gennaio
scrivo racconti per Oblique
non mi risponde
eppure mi sembrava
che era buono.

Gennaio
bevo la spremuta
il mio mezzo bicchiere scarso.

Gennaio, bevo la spremuta perché fa bene
più che perché mi va.

Gennaio
valuto l’ipotesi di comprare un ingresso agli Uffizi
per domattina
per rivedere i fiamminghi
mi dico come a giustificarmi.

Gennaio.

27/1/2021

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Fogli sparsi, Santa Croce (2017-...)

Se fossi giovane avrei

Se fossi giovane avrei caviglie sempre scoperte, estate e inverno, livide caviglie nude;
un piercing al sopracciglio;
i lacci delle scarpe allacciati per bene e non come ho ora lunghi e penduli che inevitabilmente
mi inducono a fare un doppio nodo: io lo so che quello sarebbe un errore anzi la fine della mia
vita attiva per sprofondare nella completa vecchiaia;
una specie di cresta, sotto più corti sopra più lunghetti, sebbene senza voler con questo
manifestare nessun tipo di protesta o credo o appartenenza politica, o meglio sì, seppur
genericamente;
delle cartine, filtri tabacco e un accendino che sempre perderei in giro;
delle magliette con delle scritte quasi tutte in inglese;
un portafogli con dentro molti biglietti e tessere di locali notturni e club in cui sono stato una
volta e poi mai più tornato, tessere che comunque potrebbero tranquillamente essere scadute;
un posacenere fatto con la noce di cocco;
due paia di Clarks;
un paio di scarpe da ginnastica che non sarebbero già passate e tornate di moda una o più
volte, ma semplicemente delle scarpe da ginnastica;
una fidanzata con occhi chiari intelligentissima che mi ama.


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Come pubblicare un racconto su una rivista

Ciao V., 
provo a rispondere in maniera organica alla tua domanda che riassumo qui un po’ banalizzandola: ho scritto un racconto, a quale rivista lo mando, per cominciare?
Il mondo delle riviste letterarie è un cosmo (c’è anche chi ha provato a mapparle tutte, qui) ci sono alcune riviste a cui scriverai mail insistenti o imploranti e non ti risponderanno mai, altre che pubblicheranno il tuo racconto immediatamente e avrai il dubbio che lo abbiano letto, altre che ti imporranno magari un editing pesantissimo, tanto che alla fine il tuo racconto ne uscirà stremato e irriconoscibile (non cedere! scherzo, a volte ci sta).
In generale sarebbe forse sensato provare a mandare il racconto non a una rivista generica, ma a una in cui ti piacerebbe che fosse pubblicato, a una rivista insomma di cui condividi lo stile, le finalità, il tipo di letteratura che propongono. 

Io ho iniziato a pubblicare racconti su una rivista on line che si chiamava scrittori precari. Com’è andata esattamente per me? Credo che inizialmente mandai qualche racconto a qualche rivista, credo in generale con un esito nullo. Forse erano riviste trovate un po’ per caso, di cui non sapevo niente, magari erano semplicemente riviste molto conosciute e inviai la mia mail in cui dicevo chi ero, e allegato il mio racconto. Le riviste più grosse sono quelle storiche, che un tempo erano riviste cartacee e oggi magari lo sono ancora oppure sono riviste sia cartacee che on-line, o in generale riviste con una storia, riviste su cui hanno pubblicato i cosiddetti “veri nomi” e ancora oggi sono curate da veri nomi. Quelle sono riviste che non pubblicheranno mai il tuo racconto. Ma non il tuo specifico, io temo che in generale non pubblichino contributi che arrivano via mail, a meno che non ci siano delle call in cui chiedono esplicitamente di mandare racconti, o dei concorsi, in generale penso che certe riviste ricevano troppi racconti per poterli pubblicare e anche soltanto per poterli leggere. Nuovi argomenti, Minima e Moralia, Nazione Indiana, (aggiungo anche L’indiscreto), lo dico senza nessun tipo di polemica, sono semplicemente come delle feste a cui troppe persone vogliono entrare, quindi si entra solo su invito o se conosci qualcuno dentro che ti apre la porta. Allora come si fa?
Direi banalmente che ci si affaccia al mondo delle riviste più piccole, tramite quella che è la nostra bolla di conoscenze, magari conosci qualcuno che scrive su qualche rivista, e si prova a scrivere a quelle. Io a una serata al Caffé Notte, conobbi questo tizio alto e ubriaco, Liguori, tramite Vanni Santoni, e poi mandai a lui questa raccolta di racconti dicendo, ciao ci siamo conosciuti l’altra sera, forse non ti ricordi, comunque ti mando questi racconti. Così cominciai. I miei racconti uscivano di mercoledì, e io ero felicissimo. Oggi scrittori precari non esiste più, anzi sono anni che non esiste più, a voler essere un po’ severi con me stesso si potrebbe dire che quando io iniziai a pubblicare i miei racconti il sito era già in una fase tramontante, ma forse le fasi sono sempre tutte tramontanti. Sia come sia. Poi da quella rivista la gente che scriveva là si spostò su altre riviste, alcune esistono ancora oggi, come ad esempio Verde Rivista. Verde Rivista è per me una rivista importantissima, perché direi che la maggior parte dei miei racconti sono usciti là, quindi ne condivido in parte il destino, sebbene io non abbia mai fatto parte della redazione, ho conosciuto i redattori e anzi siamo oggi amici. In generale per me le riviste sono sempre stato un modo per uscire da un giro molto ristretto di persone che era quello a cui potevo arrivare da solo, gli amici o quelli che venivano per caso a sentire un mio reading, un modo per uscire da Firenze, per confrontarmi con gente che scriveva e non viveva nella mia città. Per conoscere gente e anche per farmi conoscere, sebbene poi il mondo delle riviste è un mondo abbastanza chiuso su se stesso, e non direi che il mondo delle riviste sia l’anticamera dell’editoria “seria”. Magari per qualcuno lo è, o lo è stato, ma io penso che sia un mondo abbastanza bello, ma avvitato su di sè in cui ci si conosce, forse, solo tra di noi, in cui l’audience è composta da altre gente che scrive e pubblica su riviste simili. Però malgrado questo rischio dell’autoreferenzialità, il mio giudizio sul mandare racconti alle riviste è e resta positivo, perché è anche un modo per uscire dalla solitudine. Non che la solitudine sia negativa per chi scrive, anzi forse è condizione necessaria, ma se la solitudine è troppa può fare sì che uno la smetta del tutto di scrivere, mentre invece così si è come una specie di gruppo di bici che sale una montagna e tutti insieme un po’ ci si tira l’una l’altro. E così si va avanti e quello che all’inizio è una specie di semplice gioco diventa un’altra cosa, diventa qualcosa di totalizzante e si impara che scrivere è una cosa difficile e estenuante (chissà cos’è scrivere, boh) e come tale ha bisogno di lavoro, costanza, etc. Ma adesso mi sto dilungando e un po’ perdendo.  
Torniamo alla domanda: a chi lo invio un racconto?
Penso a te che ti occupi di poesia e che scrivi poesia, non ho letto il tuo racconto, ma forse potresti mandarlo a Settepagine, che pubblica dei bei cartacei, oppure a Oblique/Retabloid che fa questo concorso 8×8 a Roma dove si incontrano editori e pubblicano un cartaceo dallo stile vagamente in stile secessione viennese.
In generale guarda un po’ quello che fanno queste due riviste che sento le due più vicine a te, e secondo me loro ti potrebbero piacere. Oltre a queste due direi che una rivista molto bella è L’inquieto, curata da Martin Hofer, che fa uscire dei numeri bi-o tri-mestralmente solo on-line con illustrazioni curate e lavora bene anche con l’editing.
Che altro mi viene in mente?
La già nominata Verde Rivista, Stanza251, Narrandom, Malgrado le Mosche, direi queste qui. Ne è uscita una mail fiume, anzi quasi un pippone. Buona giornata V., stai bene
Simone

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San Niccolò (2015- 2017)

L’amore, io credo, sia una cosa così

L’amore, io credo, sia una cosa così:
ci son due
che siano maschio e femmina è uguale
che siamo io e te, anche questo è uguale.
Vivono in questa casetta.
C’è un bagno
come spesso succede
C’è una doccia
C’è un rubinetto
Tutto normale.

Quando lei fa la doccia lui non apre mai l’acqua
del rubinetto
perché quando lui fa la doccia
lei l’apre,
mica per cattiveria, è solo che fa più cose di lui:
lei prepara la cena,
c’è una pentola d’acqua
da far bollire.
Per questo lui sa che se apri l’acqua del rubinetto,
dalla doccia esce sbilenca
per metà calda,
e per metà niente.

Allora
e qui sta il punto di tutto il discorso
lei non saprà mai, non c’è modo che lo scopra,
mai,
pure se dovessero abitare in eterno,
lei non sospetterà niente, neanche lontanamente:
perché quando lei fa la doccia
lui non apre mai l’acqua,
e quando lui fa la doccia
con l’acqua sbilenca,
poi non va mai da lei
a dirle niente.

E questo insomma sarebbe l’amore:
una cosa così:
una cosa di dire e non dire,
non penso una carineria
dico una cosa di dire e non dire.

 

Pubblicato su Verde Rivista il 06/07/2016

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