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Come pubblicare un racconto su una rivista

Ciao V., 
provo a rispondere in maniera organica alla tua domanda che riassumo qui un po’ banalizzandola: ho scritto un racconto, a quale rivista lo mando, per cominciare?
Il mondo delle riviste letterarie è un cosmo (c’è anche chi ha provato a mapparle tutte, qui) ci sono alcune riviste a cui scriverai mail insistenti o imploranti e non ti risponderanno mai, altre che pubblicheranno il tuo racconto immediatamente e avrai il dubbio che lo abbiano letto, altre che ti imporranno magari un editing pesantissimo, tanto che alla fine il tuo racconto ne uscirà stremato e irriconoscibile (non cedere! scherzo, a volte ci sta).
In generale sarebbe forse sensato provare a mandare il racconto non a una rivista generica, ma a una in cui ti piacerebbe che fosse pubblicato, a una rivista insomma di cui condividi lo stile, le finalità, il tipo di letteratura che propongono. 

Io ho iniziato a pubblicare racconti su una rivista on line che si chiamava scrittori precari. Com’è andata esattamente per me? Credo che inizialmente mandai qualche racconto a qualche rivista, credo in generale con un esito nullo. Forse erano riviste trovate un po’ per caso, di cui non sapevo niente, magari erano semplicemente riviste molto conosciute e inviai la mia mail in cui dicevo chi ero, e allegato il mio racconto. Le riviste più grosse sono quelle storiche, che un tempo erano riviste cartacee e oggi magari lo sono ancora oppure sono riviste sia cartacee che on-line, o in generale riviste con una storia, riviste su cui hanno pubblicato i cosiddetti “veri nomi” e ancora oggi sono curate da veri nomi. Quelle sono riviste che non pubblicheranno mai il tuo racconto. Ma non il tuo specifico, io temo che in generale non pubblichino contributi che arrivano via mail, a meno che non ci siano delle call in cui chiedono esplicitamente di mandare racconti, o dei concorsi, in generale penso che certe riviste ricevano troppi racconti per poterli pubblicare e anche soltanto per poterli leggere. Nuovi argomenti, Minima e Moralia, Nazione Indiana, (aggiungo anche L’indiscreto), lo dico senza nessun tipo di polemica, sono semplicemente come delle feste a cui troppe persone vogliono entrare, quindi si entra solo su invito o se conosci qualcuno dentro che ti apre la porta. Allora come si fa?
Direi banalmente che ci si affaccia al mondo delle riviste più piccole, tramite quella che è la nostra bolla di conoscenze, magari conosci qualcuno che scrive su qualche rivista, e si prova a scrivere a quelle. Io a una serata al Caffé Notte, conobbi questo tizio alto e ubriaco, Liguori, tramite Vanni Santoni, e poi mandai a lui questa raccolta di racconti dicendo, ciao ci siamo conosciuti l’altra sera, forse non ti ricordi, comunque ti mando questi racconti. Così cominciai. I miei racconti uscivano di mercoledì, e io ero felicissimo. Oggi scrittori precari non esiste più, anzi sono anni che non esiste più, a voler essere un po’ severi con me stesso si potrebbe dire che quando io iniziai a pubblicare i miei racconti il sito era già in una fase tramontante, ma forse le fasi sono sempre tutte tramontanti. Sia come sia. Poi da quella rivista la gente che scriveva là si spostò su altre riviste, alcune esistono ancora oggi, come ad esempio Verde Rivista. Verde Rivista è per me una rivista importantissima, perché direi che la maggior parte dei miei racconti sono usciti là, quindi ne condivido in parte il destino, sebbene io non abbia mai fatto parte della redazione, ho conosciuto i redattori e anzi siamo oggi amici. In generale per me le riviste sono sempre stato un modo per uscire da un giro molto ristretto di persone che era quello a cui potevo arrivare da solo, gli amici o quelli che venivano per caso a sentire un mio reading, un modo per uscire da Firenze, per confrontarmi con gente che scriveva e non viveva nella mia città. Per conoscere gente e anche per farmi conoscere, sebbene poi il mondo delle riviste è un mondo abbastanza chiuso su se stesso, e non direi che il mondo delle riviste sia l’anticamera dell’editoria “seria”. Magari per qualcuno lo è, o lo è stato, ma io penso che sia un mondo abbastanza bello, ma avvitato su di sè in cui ci si conosce, forse, solo tra di noi, in cui l’audience è composta da altre gente che scrive e pubblica su riviste simili. Però malgrado questo rischio dell’autoreferenzialità, il mio giudizio sul mandare racconti alle riviste è e resta positivo, perché è anche un modo per uscire dalla solitudine. Non che la solitudine sia negativa per chi scrive, anzi forse è condizione necessaria, ma se la solitudine è troppa può fare sì che uno la smetta del tutto di scrivere, mentre invece così si è come una specie di gruppo di bici che sale una montagna e tutti insieme un po’ ci si tira l’una l’altro. E così si va avanti e quello che all’inizio è una specie di semplice gioco diventa un’altra cosa, diventa qualcosa di totalizzante e si impara che scrivere è una cosa difficile e estenuante (chissà cos’è scrivere, boh) e come tale ha bisogno di lavoro, costanza, etc. Ma adesso mi sto dilungando e un po’ perdendo.  
Torniamo alla domanda: a chi lo invio un racconto?
Penso a te che ti occupi di poesia e che scrivi poesia, non ho letto il tuo racconto, ma forse potresti mandarlo a Settepagine, che pubblica dei bei cartacei, oppure a Oblique/Retabloid che fa questo concorso 8×8 a Roma dove si incontrano editori e pubblicano un cartaceo dallo stile vagamente in stile secessione viennese.
In generale guarda un po’ quello che fanno queste due riviste che sento le due più vicine a te, e secondo me loro ti potrebbero piacere. Oltre a queste due direi che una rivista molto bella è L’inquieto, curata da Martin Hofer, che fa uscire dei numeri bi-o tri-mestralmente solo on-line con illustrazioni curate e lavora bene anche con l’editing.
Che altro mi viene in mente?
La già nominata Verde Rivista, Stanza251, Narrandom, Malgrado le Mosche, direi queste qui. Ne è uscita una mail fiume, anzi quasi un pippone. Buona giornata V., stai bene
Simone

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San Niccolò (2015- 2017)

L’amore, io credo, sia una cosa così

L’amore, io credo, sia una cosa così:
ci son due
che siano maschio e femmina è uguale
che siamo io e te, anche questo è uguale.
Vivono in questa casetta.
C’è un bagno
come spesso succede
C’è una doccia
C’è un rubinetto
Tutto normale.

Quando lei fa la doccia lui non apre mai l’acqua
del rubinetto
perché quando lui fa la doccia
lei l’apre,
mica per cattiveria, è solo che fa più cose di lui:
lei prepara la cena,
c’è una pentola d’acqua
da far bollire.
Per questo lui sa che se apri l’acqua del rubinetto,
dalla doccia esce sbilenca
per metà calda,
e per metà niente.

Allora
e qui sta il punto di tutto il discorso
lei non saprà mai, non c’è modo che lo scopra,
mai,
pure se dovessero abitare in eterno,
lei non sospetterà niente, neanche lontanamente:
perché quando lei fa la doccia
lui non apre mai l’acqua,
e quando lui fa la doccia
con l’acqua sbilenca,
poi non va mai da lei
a dirle niente.

E questo insomma sarebbe l’amore:
una cosa così:
una cosa di dire e non dire,
non penso una carineria
dico una cosa di dire e non dire.

 

Pubblicato su Verde Rivista il 06/07/2016

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Santa Croce (2017-...), Verde Rivista

FARE $€ SCRIVENDO

I nuovi amici
(prima ristampa)

Nella giornata di mercoledì, senza alcun motivo apparente, ho iniziato a ricevere delle richieste d’amicizia. Quasi una richiesta al minuto. Facevo un passo nella stanza e spuntava una nuova richiesta. Quasi tutto il giorno è andata avanti questa storia, con richieste da persone mai viste né sentite prima, ma che dopo una breve analisi si rivelavano essere gente in carne ed ossa, dal momento che erano già amiche e amici di altri amici precedenti. Avevano foto profilo per lo più simili tra loro, vi comparivano libri o manoscritti. Li tenevano in mano. Stavano sui treni, guardavano da una parte o dall’altra, altrimenti posizionati di tre quarti come se qualcuno all’ultimo momento li avesse chiamati e loro si fossero voltati di scatto senza immaginare potesse esistere un mondo dietro di loro o qualcuno che di lì a poco avrebbe scattato loro una foto e un’espressione sul volto come a dire: embe? Era come se ci fosse qualcosa che io stesso non sapessi, su di me, in quelle richieste d’amicizia. Come se queste persone avessero scoperto qualcosa e fossero tutte là ad accanirsi nel chiedermi l’amicizia, cosa che io inesorabilmente concedevo loro. Continua a leggere

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Fogli sparsi, Santa Croce (2017-...)

L’umiltà

Quando ero un ragazzo molto giovane quasi un bambino si potrebbe dire (sebbene mi sembra che se io scrivessi “bambino” vorrei in qualche modo preventivo auto-assolvermi e l’ultima cosa che voglio al mondo è auto-assoluzione) quando fui un giovane ragazzo, una professoressa di cui ancora oggi ricordo il nome (Mantegazzin) ci assegnò il compito di scrivere una poesia e io lo feci plagiando alcuni versi di una nota canzone dell’epoca. Nota sì, ma per per mia fortuna non-nota alla professoressa Mantegazzin.

Così io divenni un poeta.
La professoressa Mantegazzin fu letteralmente entusiasta della mia poesia, mi diede un voto eccezionale e per giorni e giorni quando rientrava in classe continuava a ripetere un verso di quella mia poesia di ragazzo nonché canzone abbastanza in voga al momento.
E i miei compagni?
Come fu possibile che nessuno dicesse niente?
Forse a quell’epoca io ascoltavo musica diversa da loro, quindi nessuno riconobbe la frase del cantante nelle mie parole o più semplicemente: erano tutti impegnati a fare altro.
Qualche settimana dopo la professoressa Mantegazzin rientrando in classe mi chiese se volessi partecipare a un concorso di poesia per giovani poeti, io finsi di pensarci un po’ e poi le dissi di no.
Lei rimase molto colpita dalla mia risposta.
E fu così che io divenni umile e poeta.
All’inizio per finta, poi per davvero.

Spiaggia della Lecciona, 1 luglio 2020

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In fuga dalla bocciofila

Sieranevada | Titoli

È un buon periodo. È un ottimo periodo. Per tanti motivi, tanti che non sto qui ad elencare, neanche a nominare di sfuggitissima. Ma sono quelli che potete immaginare, che sono validi sempre, che sempre sono stati validi nella storia dell’umanità.
Va bene, cedo alla tentazione di dirli: una famiglia, un lavoro, una casa. Ma non è solo per questo che è un buon periodo. C’è anche questa cosa che se tutto va bene, salvo guerre o crisi economiche, presto uscirà un romanzo che ho scritto io. Il mio primo romanzo. Forse l’unico, chissà. Io di questa cosa sono così felice che mi viene da piangere. Continua a leggere

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