San Frediano (2013-2015), Scrittori Precari

Lettera d’amore per Diana

Gli imbianchini son persone, come te e me, lo sapevi? Benni è albanese e prima guidava i camion. Ora fa l’imbianchino precario, per Claudio. Claudio fa l’imbianchino da mille anni e prima di lui altri Claudi come lui hanno imbiancato, alzandosi presto al mattino, guidando il furgone fino in città. Lui, Claudio, vive a Montespertoli e tifa per la Juve, perché gli sta un po’ sul cazzo Firenze come città e i fiorentini, quindi anche la squadra; preferisce la Juve che gli dà l’idea di essere italiano e quindi basta, vaffanculo. Claudio è un tipo un po’ brusco.

A loro non interessa molto il calcio, era solo un canale che ho provato a usare per entrare nei loro cuori così bianchi, ed ha funzionato; al che oggi come ieri abbiamo mangiato tutti e tre insieme, anche se prodotti alimentari distinti. Loro le schiacciate della Coop e gli affettati nella carta argentata, tipo mortadella; io degli avanzi della cena di ieri, tipo del riso, oppure della focaccia ancora mezza surgelata. Mi hanno lasciato un po’ della loro schiacciata con l’uva; io invece ho preparato il caffè per tutti, che poi abbiamo bevuto parlando – sopratutto io – di sigarette, dello smettere, anche se loro non hanno mai fumato, oppure parlando di telefoni cellulari e di telefonia – Claudio ha idee affascinanti al riguardo – e parlando di te, anche se la conversazione, come ti dicevo, non l’ho innescata io, ma loro, e io l’ho solo riempita con parole scintillanti e concetti facili, ma non semplici, perché penso che poi con le mie parole nelle orecchie ci torneranno a casa.

Non dico niente di strano o di eccezionale: è il mondo del lavoro che a noi, a me e a te, appare così vicino, e invece per il lavoro verso di noi è quanto di più lontano, qualcosa di non transitivo. Cecina è vicina a Firenze, per un fiorentino, ma Firenze non è vicina a Cecina per un cecinese.
Stessa cosa per il lavoro, il rapporto tra lavoro e non lavoro, tra discorsi e silenzi. I nostri discorsi fasulli, che però rimbombano. Torno così alle immagini: mi piace questo. All’imbiancare, al togliere e poi mettere programmi craccati scaricati da Internet. Craccare e scaricare tutto.

Parlo di amore agli imbianchini, non è vero Diana, ma parlo di te, che insegni italiano in America e del nostro amato pathos-della-distanza-fuso-orario, di queste ore che ci dividono e non solo spazio. Loro mi ascoltano e annuiscono, senza capire e io pure non so cosa dico. Buongiorno amore mio, ben alzata.

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San Frediano (2013-2015), Scrittori Precari

Caffè Notte, attesa

La scrittura è diventata per me come la morale: qualcosa che faccio quando non ho la forza di fare altro. Quando aspetto.
Guardo fuori dalla finestra, dove si muovono masse di persone. Tra di loro non c’è nessuno che conosco. Aspetto Lapo, aspetto Silvia, aspetto Diana che torni dall’America, Leon Marco Camilla che tornino da dove sono, aspetto martedì 4 aprile per iniziare a lavorare.

Scrivo l’ennesima nota inutile grazie a un pastiche che non ho pagato perché non ho un euro sulla posta-pay. Qualcosa ci sarebbe, ma sono meno di venti euro, per cui avrei bisogno di un sportello bancomat a monete. Scrivo questa cosa inutile e attendo Silvia o Lapo, che arrivino a saldare il conto dei pastiche che intanto sono diventati due. L’attesa e lo scrivere hanno così una forma circolare. Fuori dalla finestra, ancora, masse di persone che si muovono.

Abbiamo praticato yoga in mezzo al traffico, coi sensi di marcia invertiti con lo sciopero degli autobus e dei benzinai, con la maratona che bloccava la città. Abbiamo praticato yoga con la musica di Lana del Rey, di Rihanna, di Jay-Z, con quella dei Radiohead – poveri Radiohead – e ancora con quella di Rihanna. Abbiamo praticato molto yoga ultimamente, ma questo è un pensiero di riserva, che faccio così, mentre aspetto al Caffè Notte e ascolto coso, eppure lo conoscevo, sì, è il cugino di qualcuno, è Raffo, che parla con lo sbronzo sardo del Caffè Notte.

Si direbbe che abbia appena lasciato la fidanzata. Dice che stavano insieme da sedici anni, o da quando aveva sedici anni, non riesco a sentire bene. Così Raffo l’avrebbe lasciata perché era diventato troppo. Sta dicendo davvero questa cazzata allo sbronzo di turno? Ora è a pezzi, dice Raffo con trasporto e occhi saettanti. È a pezzi, è devastato, spezzato in due, per finta, oltre che sbronzo, tutto per finta. Il sardo se la beve, lui sì che è sbronzo: si beve tutto. Replica a Raffo dicendo delle cose così lontane dalle cose finte di cui Raffo sta parlando, che quasi si avvicinano al senso profondo delle parole a vuoto di Raffo.

Ancora in attesa al Caffè Notte. Dopo aver mangiato le pizzette. Dopo l’ostello Tasso. Dopo aver pensato alla musica sbagliata che hanno messo a yoga e allo yoga, che è struttura. E forse basta.

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San Frediano (2013-2015), Scrittori Precari

Note per Blackberry

I. L’epoca di mio padre
All’epoca di mio padre, quando era giovane intendo, il termine cliccare non esisteva.
Non dico skippare, non dico spoilerare, dico cliccare.
Ho detto flaggare? Ho detto cliccare.

II. Ti entrano nel computer
Un giorno vicinissimo saranno queste il genere di minacce che le madri rivolgeranno ai figli, dopo le minacce di zingari, siringhe, aidiesse: è sempre la stessa storia.

III. Onda
Prevedo di arrivare da Giulio (Giuliano, ovvero Carmelo) con lieve ritardo causa circumnavigazione della città. C’è un’onda misteriosa, che qualcuno chiama Verde, che a volte puoi trovare sui viali, la grande avenida che gira attorno al centro vuoto della città e che se prendi dalle parti della Fortezza ti porta fino a San Niccolò, senza mai fermarti, senza mai appoggiare i piedi a terra, senza mai accelerare e decelerare, che ti dimenticherai tutto ciò che eri prima, solo andare.
Quindi in tale remotissimo caso arriverò puntuale, altrimenti, come dicevo, leggero ritardo.

IV. Primavera
Lo sconosciuto che incroci per strada e la luce che lo investe.
Ecco la primavera: lui si sta scaccolando in quel momento e lancia la piccola arsella lontano, nel sole delle quattro, che un po’ scalda.
Si è felici allora, perché avrebbe anche potuto mangiarla.

V. Lauree
Tornare a Filosofia per le lauree è sconfortante. Cercherò approvazione e complicità con dei giovani studenti, davanti alle macchinette del caffè. Non verrò capito, non sarò riconosciuto, e chi li ha mai visti, e come potevano, e imputerò la colpa solo a loro, al loro essere giovani e stupidi e non sapere niente delle cose vere, della vita e del mondo; cose che invece so io, che come loro ho varcato quel portone universitario, ma da cui sono anche uscito.
Davanti alle macchinette del caffè inspiegabilmente senza caffè, loro non sapranno niente del caffè, dell’assenza del caffè, della portinaia da avvertire, dell’inutilità di avvertire la portinaia, ma della necessità di avvertirla comunque, della vera natura della portinaia che loro giudicheranno superficialmente, in modo sbrigativo, incapace di risolvere la questione caffè, come in effetti è.
Povera portinaia nana di filosofia, neanche io ti ho mai capita.

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San Frediano (2013-2015), Scrittori Precari

Il mestiere del postino

Il mestiere del postino ha un santo protettore: Carlo Bukoswki. I postini si muovono in motorino, coi loro motorini vecchi mezzi scassati che ogni tanto si fermano. Allora si nascondono nei bar o negli androni, dove è fresco. I postini si muovono per la città, l’attraversano, consapevoli o semiconsapevoli che la città gli appartiene, che le strade si aprono a loro, che le scorciatoie, gli incroci, che i lavori al manto stradale, i locali nuovi e quelli che chiudono, si dispiegano a loro, sono come un libro. Poi suonano i campanelli e la gente è scostante, annoiata, ha caldo, ha freddo, è stanca, non lavora, e soprattutto non ha voglia di firmare raccomandate. Oppure non ha nessuna delle cose di prima e ha una enorme voglia di firmare per tutti, anche per i condomini assenti, così da poterli dopo intercettare, scambiare due chiacchiere: l’amministratore di condominio come una promessa di felicità. Io in ufficio attendo i postini e lavoro la loro posta. Postalizzo, che è un verbo inesistente fino a due mesi fa, anche al Devoto Oli. Postalizzo dalle nove alle tre, poi attendo i postini, telefono ai postini se ci sono emergenze, oppure ricevo telefonate dai postini se i loro motorini si sono fermati e le cose si complicano. Io non potrò fare quasi nulla, per loro, ma loro lo sanno che, se io potessi, farei qualunque cosa. I postini sono per me come un cane per il cieco, sono le braccia, il lato diurno di una creatura seduta, che legge nomi di persone e nomi di vie, ma che poi questi nomi non li vede, li potrà al massimo sentire per telefono, se telefoneranno incazzati o stanchi o per contestare qualcosa o perché non hanno ricevuto una raccomandata e allora quel nome diventerà un’entità minacciosa e reale. La mia vita oggi è segnata dalla categoria condominiale, da postini e da francobolli. È il giugno del 2013, è arrivata l’estate, io scrivo un appunto, sul letto, con una canottiera da muratore e dei pantaloncini che uso per yoga. Il computer è surriscaldato: avrei dovuto scrivere su un tavolo, ma non l’ho mai fatto.

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Ludopatici

08.00 pm

Al bar di via Macci, angolo via Ghibellina, non c’è nessuno: son le otto di sera, voglio dire. La gente alle otto non dovrebbe essere da Giuliano. La gente per bene, ma anche quelli marci, alle otto saranno altrove perché qui non è possibile.
C’è la televisione accesa sul primo. Mi chiedo se, quando a minuti inizierà il Tg nazionale, Giuliano cambierà canale, spostando su qualcosa di più consono. E invece no, Giuliano non cambia canale. Ascoltiamo le notizie assieme, non commentiamo. Tutto torna.

Ecco, entra un avventore, è un habitué, lo si capisce dal modo di interagire con lui. Le notizie del telegiornale vengono seguite da Giuliano, dall’habitué e da me. I due commentano a voce alta mentre io, appuntando questa nota, li osservo e commento, perdendo le loro perle di saggezza: sono talmente belle, come le cose vere che non si possono né trascrivere né riprodurre, così mi perdo nel riportarle. Bevo una birra. Domani si vota, dicono al Tg. Domani si vota e si abbassano le temperature. Fino a dieci gradi. L’habitué chiede a Giuliano se voterà o meno, e se sì, per chi. Non so neanche come si fa a votare, risponde Giuliano. Questa non me la perdo, questa me la segno.

8.20 pm

Giuliano consulta la guida ai programmi Tv. Dunque esistono ancora le guide, ma soprattutto qualcuno che le consulta. Ebbene sì, Giuliano, che non è che si chiama Giuliano, ma Carmelo, anche se io mi ostino a chiamarlo così, lo fa.
La televisione è ancora accesa sul primo: in Tv al solito non si vince niente. C’è una tizia, dice di chiamarsi Pietrina.  Si chiamerà davvero Pietrina?
Da Giuliano continua a non arrivare nessuno, come è giusto che sia. La gente a quest’ora è altrove, a casa, a cena. Il ludopatico che è qui da stamani, alle macchinette nel retro del bar, se ne è andato proprio adesso, mentre al Tg, che sta finendo, parlano di bar virtuosi che le avrebbero vietate, le macchinette. Mentre il ludopatico passa davanti al televisore che trasmette il servizio sui ludopatici, con le mani piene di monetine, Giuliano, gestore di bar decisamente non virtuoso, tenta di cambiare canale con nonchalance e cambia su un altro canale: un altro telegiornale, si parla sempre di votazioni, di neo-melodici napoletani e, moltissimo, del maltempo come di una promessa di felicità.

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San Frediano (2013-2015), Scrittori Precari

Oggi

Ho passato le ultime giornate a non fare niente. Cosa non da poco. Alle volte ho cucinato per mia madre. Ho passato molto tempo sul computer, a osservare i lievissimi spostamenti di status, le sottili modificazioni di umore dei miei contatti Facebook e dei loro rispettivi contatti, che sono gli amici degli amici; così che poi, se un giorno li dovessi incontrare per strada, se solo uscissi, magari potrei anche riconoscere. Allora mi fermerei un attimo a pensare: ma dove l’ho conosciuto questo? Non l’ho conosciuto, l’ho solo visto, ma non c’è solo questo. Ho anche letto che cosa ne pensava di un film, di un gruppo musicale, di un certo politico. E certo gli facevano certamente schifo, se sentiva il bisogno di scriverlo. O forse no, forse gli piacevano un casino e ti parlava di una necessità storica, di cicli, di cose così.

A ogni modo io ti incontrerò amico di amico che non ti ho conosciuto ancora. Abbiamo condiviso queste mattine di Febbraio a non fare un cazzo, aspettare la lezione di ashtanga yoga delle sei, il fine settimana, ma anche il giovedì andava bene, oppure aspettare il prossimo colloquio di lavoro pilotato o di partire per l’America, come i vecchi emigranti di una volta, con il passaporto rinnovato da un minuto.

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