Santa Croce (2017-...)

Calcio estivo

Tutto mi piace del calcio estivo
solo il calcio estivo mi piace.
Mi piace il calciomercato,
i nomi avvicinati alla squadra
che non arriveranno mai.
Gli allenamenti in località amene
dove non andrò in vacanza.
Le interviste ai tifosi bambini
Qual è il tuo calciatore preferito?
Mai nessuno che dica
“il portiere di riserva” oppure
“il calciatore che è andato via,
nella squadra che lo pagava meglio”.
Mi piacciono le amichevoli
che finiscono 18 a 0
31 a 7
oppure le amichevoli di lusso
contro squadre blasonate.
Il giocatore X
segnerà il gol della vita
rovesciata da centrocampo
direttamente al sette
mentre intorno a lui
venti difensori del Real Madrid
lo guardano e non possono nulla.
Tale calciatore X
finirà il campionato successivo
senza aver segnato neanche una rete
e verrà ceduto per due manciate
di noci e fichi secchi
alla prossima sessione estiva.

Tutto mi piace del calcio estivo
solo il calcio estivo mi piace.
Quando ancora tutto è possibile
e allo stesso tempo è inutile, indifferente
e superfluo, come un pomeriggio d’estate,
come la vita.

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Santa Croce (2017-...)

Note da Stromboli

Santo Santo Santo

Ho come l’impressione che passata una prima fase che definirei identitaria, oggi la questione di Padre Pio si sia molto ammosciata. Prima era un bel culto energico, poi da quando la santità è stata riconosciuta, non gliene frega più nulla a nessuno.
Sì, embè, un altro Santo in cielo. E festa finita.

Chiringuito

Il problema di questi chiringuiti e spiagge deserte annesse è che in ciascuno di esse troverai un tizio di Genova (ma che ha lavorato 25 anni a Milano) che non aspetta altro che insegnarti come si sta al mondo.

Il progetto

Diana mi ha chiesto se secondo me il nostro architetto stesse lavorando in quel momento al progetto della casa e io ho avuto la chiarissima sensazione, anzi visione, dell’architetto con un dito nel naso intento a estrarne un’enorme caccola.

Vacanze da soli

Benissmo fare le vacanze da soli, siete veramente in gamba, io non so se ce la farei, ma Cristo Santo che bisogno spasmodico di comunicare che avete, in queste due ore di gita intorno al vulcano, sembra siate rinchiusi da una settimana in isolamento, adesso so tutto di voi, della vostra vita, e pensa che sei in vacanza da solo, io in compagnia e da quando sono arrivato sull’isola avrò detto la metà delle tue parole.

A Stromboli

A Stromboli una delle cose più difficili è capire quali posti sono per fregare i turisti e dopo un po’ scopri quasi tutti sono dei posti per fregare i turisti.

Ma poi dopo un po’ cominici a capire come fare sebbene sia difficilissimo trovare un posto dove non ti fregano. In tabaccheria hanno le birre Messina a un euro e cinquanta, per dire.

In aliscafo

Una nuova frontiera dell’intrattenimento sono i documentari con animali tardo preistorici, cioè niente dinosauri, ma tigri dai denti a sciabola, mammut o altri collocati in contesti bucolici o glaciali, ma il punto di questi pseudo documentari è lasciarti il dubbio se siano animazioni al computer (sì, lo sono) o solo delle tigri molto pelose che vivono in Alaska, e mi chiedo allora perché invece di quella roba non abbiano deciso di fare un documentario classico su una tigre vera. Forse così gli costava meno? Probabile. O forse ciò che veramente mi rende ipnotica questa cosa, quello che mi aggancia, è quel dubbio sottile o sospetto che sia vero, falso, ben fatto, mal fatto. Certamente: inutile.

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Santa Croce (2017-...)

Cacciatore di sigarette

Dopo una decina d’anni lontani, in altre nazioni o città o più semplicemente quartieri, siamo tornati ad abitare con Diana nel quartiere in cui frequentammo l’università di Lettere e Filosofia, che è anche il luogo dove ci conoscemmo. È un quartiere con una sua certa bellezza, seppur poco esplicita, con scritte sui muri, scritte che si cancellano dai muri e vengono rifatte sempre uguali, muri carichi di umidità, piccoli bar anni settanta, elettricisti dove non c’è mai nessuno, alimentari con luci al neon dove la regola non scritta è che si può mangiare un pasto completo con una banconota del taglio più piccolo.

Non andiamo più in quegli alimentari e bar squallidi di un tempo, non perché adesso abbiamo più soldi, non è solo questo, ma è perché quei posti ci mettono una grande tristezza. C’è un bar ad esempio a cui andavamo quasi ogni giorno, un bar gestito da due uomini, vecchi oggi come allora, baristi talmente simili tra loro che credevamo fossero fratelli, o una coppia di amanti. Era quello un bar dove avevamo una scatola di biscotti al burro, biscotti inglesi per il the, che lasciavamo là se non finivamo e quando tornavamo la volta successiva trovavamo ad attenderci. Adesso ci fa spavento anche solo passarci davanti. Allora attraversiamo la strada, oppure alziamo il bavero sul mento e guardiamo fisso in avanti. C’era e c’è ancora la gastronomia di un certo Vittorio, chiamato da tutti Vittorino, ironicamente. Là era possibile, e mi dicono sia ancora così, mangiare con pochi euro, sebbene il punto di forza non fosse la convenienza, ma la quantità. Vittorio era famoso per le porzioni enormi. Forse ricordiamo male, non erano così grandi come pensiamo, ma dipende dal fatto che le cose del passato sembrano più grandi nella memoria. Non c’è dubbio che fossero enormi, ci diciamo, erano le sole porzioni in grado di placare la nostra fame inestinguibile. Anche da lui non torniamo mai, ci sembra che la fame di allora si sia per così dire asciugata, oggi andiamo solo in ristoranti dove le porzioni sono piccole, care e sapide. Paghiamo il conto sempre con grande piacere. E poi c’è il quartiere tutto intorno all’università che in dieci anni sembra esser cambiato. C’è ancora l’enorme, oscuro palazzo del rettorato, con le sue torri e i suoi cancelli e custodi, è vero, ma sembra che l’università sia deserta. Con la crisi economica gli studenti fuori sede che maggiormente animavano il quartiere hanno smesso di venire, o forse è che oggigiorno nessuno vuole più iscriversi alle facoltà umanistiche, visto la fine che abbiamo fatto noialtri. Gli studenti, che pure continuano a esistere, vanno a studiare nel quartiere nuovo, dove ci sono le facoltà di economia e giurisprudenza, i centri commerciali, gli svincoli che partono verso nord. Il vecchio quartiere universitario si è popolato di ristoranti per turisti, catene di oggettistica svedese e srilankesi che vendono birre a qualunque ora del giorno e della notte. Forse ci sbagliamo, diciamo, forse quei negozi c’erano anche dieci anni fa, e siamo noi che ricordiamo male o che siamo cambiati.

Ogni giorno, per tornare a casa dopo i nostri lavori, io e Diana attraversiamo il quartiere universitario, ognuno a un suo orario specifico. Non più stretti l’un l’altra sul marciapiedi, non più stringendoci addosso ai nostri maglioni e sciarpe di lana, ma ognuno dentro al suo cappotto pesante, ognuno all’oscuro di ciò che il vecchio quartiere risveglia nell’altro, sospettando che sia poi la stessa cosa. È così. Durante le mattine di sabato che sole danno significato alla vita (ma i sabati non possono bastare, ci diciamo quando siamo fermi ai semafori) di sabato usciamo di casa e invece di girare a sinistra, prendiamo a destra, prediligendo quella zona del quartiere dove un tempo non mettevamo mai piede, quella del mercato e dei tavolini, così che l’altro quartiere, simile eppure diverso, lontano seppur vicinissimo, rimane sfocato, come fosse un pesce d’argento che vediamo sott’acqua, mobile seppure sia immobile.

Però c’è un angolo, tra via delle Pergola e via degli Alfani, un angolo a cui io e Diana non ci possiamo sottrarre. Se il bar dei fratelli, se l’alimentari di Vittorio, se le scritte sui muri noi possiamo con degli stratagemmi far finta non esistano, quell’angolo non lo possiamo evitare. Vi è un uomo, vi era un tempo e vi è tutt’ora, che sta là a chiedere le sigarette. Ha una coda di capelli che con gli anni sono diventati grigi e ora bianchi. Era là quando fummo matricole, era là quando, in ritardo, ci laureammo con le nostre tesi mirabolanti. Estati e inverni, con la pioggia e col sole, in quell’angolo, sempre la stessa frase, ripetuta come una poesia imparata a mente, scusa, sempre uguale, ce l’hai, senza mai invertire l’ordine delle parole, senza mai utilizzare un sinonimo, essenziale, una sigaretta, immutabile, perfetta. All’epoca qualcuno sosteneva che quelle sigarette neanche le fumasse, erano racconti che si facevano, che le sigarette gli servissero per ricavarne la cenere. Che quel tizio mischiasse la cenere con l’eroina e poi, come un alchimista, si sparasse tutto nelle vene. Erano discorsi da bar, erano discorsi da chi ha molto tempo da perdere e lascia andare i pensieri, oggi lo sappiamo bene. Non c’era nessuno scopo in quelle sigarette se non quello di fumarsele tutte, una dopo l’altra, senza pagare un euro. L’uomo è ancora lì, al solito angolo e anche oggi intercetta il nostro sguardo e ci si para davanti.

Scusa

Sì? Chiediamo noi, impazienti, anche se sappiamo già cosa domanderà

Ce l’hai una sigaretta?

Purtroppo noi abbiamo smesso di fumare. Saremmo felici di offrirgli una sigaretta, gli daremmo l’intero pacchetto se solo l’avessimo.

No, mi spiace.

A lui non importa il motivo per cui abbiamo smesso o perché non abbiamo mai iniziato. Con i suoi occhi pallati guarda già oltre di noi, alla ricerca del prossimo passante a cui chiedere la stessa cosa. Allora io e Diana continuiamo ad andare verso casa e ricordiamo che fu lui a insegnarci che una sigaretta scroccata non può fare male, perché è una sigaretta non fumata.

Gennaio 2019

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Fogli sparsi, Santa Croce (2017-...)

Nasci, cresci, fai le pulizie, muori

Se vuoi conoscere davvero una persona chiedile come fa le pulizie a casa.

Parentesi che si apre.
Potresti anche chiedere a quella persona come preferisce prendere il caffè, è vero, io per esempio amo le porcellane sottili, le tazze di ceramica leggerissima che hai la sensazione che mordendola coi denti si potrebbe spaccare e tagliarti la bocca così che il sangue e il caffè si vadano a mescolare.
Ma chiudiamo subito questa parentesi.
Le pulizie a casa, quella sì che è una cartina di tornasole, tu per esempio, come ti sei organizzato?
Hai una donna (o uomo) che viene a fare le pulizie al posto tuo? C’è per esempio tutto un lessico specifico su questo argomento. Non si dice, non sta bene, la donna delle pulizie. Si dice semmai: c’è una signora che viene a dare una mano. Così è molto più per bene, mentre dico, una signora che viene a dare una mano sento proprio come un sospiro di sollievo che mi attraversa il corpo.
Comunque noi siamo delle persone profondamente moderne e non c’è nulla di male ad avere una persona (dal sesso generico) che viene a virgolette dare una mano a casa. Non c’è nulla di sbagliato in questo. Tuttavia una domanda ulteriore si potrebbe fare ed è: ma chiami una persona perché non ti piace pulire? Perché non ti riesce? O magari perché non hai tempo? Se non ti piace, allarghiamo le braccia, viviamo in fondo nella dittatura del gusto, quindi lungi da me contestare la piacevolezza di fare le pulizie, invece approfondiamo la seconda risposta, cioè quella di non avere tempo.
Sì, è così, io lavoro alla Nasa, non ho tempo di fare le pulizie a casa. Bene, molto bene. Sebbene, la persona che abbiamo di fronte sarà una di quelle persone che magari fanno dei figli o hanno dei cani e poi hanno delle persone che si occupano dei bambini o persone che portano i cani a fare i loro bisogni, quindi delle persone paradossali. Non c’è niente di male a essere persone paradossali, ma che lo si ammetta.
Viene a dare una mano, la signora.
Le possibilità di pulizie a casa sono comunque un numero limitato, il che ci permette di porre le persone dentro un certo numero di categorie, come i segni zodiacali. Quando qualcuno contesta i segni zodiacali io tiro sempre fuori Goethe che diceva che esistono solo 12 situazioni tragiche possibili, muore lui, muore lei, certo composte da infinite sfumature e specifiche, ma comunque sempre dodici sono, quindi ecco l’astrologia ed ecco le pulizie.
Ipotesi uno, la signora o il signore delle pulizie. Ipotesi due, se vivi con i tuoi genitori, un genitore che fa le pulizie e non vorrei essere troppo scomodo, ma ho come il sospetto che la persona che se ne occupa non sia vostro padre, tuttavia magari avete una madre disabile e si occupa delle pulizie vostro padre? Chissà.
Comunque arriviamo alla terza possibilità ovvero vivete con una o più persone e vi occupate di pulizie domestiche anche voi in prima persona, magari facendo dei turni di pulizie, oppure, ed è proprio qui che volevo arrivare, facendo ognuno qualcosa, ognuno secondo le sue capacità o caratteristiche personali.

Io, per esempio, a casa le pulizie le faccio a metà con la mia compagna Diana, ma la cosa interessante è come ci siamo divisi queste faccende. Io pulisco il bagno e la cucina, lei fa il salotto e la camera da letto. Sono i suoi dei compiti per così dire più intellettuali, o pregiati, rispetto ai miei compiti che invece sono più terreni e materiali, ma mi sembra una cosa giusta. Amo pulire i cessi, è una cosa che mi dà una specie di soddisfazione particolare. Pulire un cesso è per me come fare un giro in bicicletta, la stanchezza che fa seguito alle pulizie di un cesso, a quel senso di vuoto pieno, è paragonabile solo a una passeggiata in alta montagna. La respirazione, mentre pulisci un cesso, rallenta, il respiro si fa profondo. I battiti del cuore diminuiscono e rimane solo un enorme silenzio e la voce in sottofondo di Attilio Scarpellini su Radio3 che mi parla della perdita dell’aura in Walter Benjamin.
Pulire un cesso, esplorare anche le parti meno visibili, indugiare con un bruschino intorno ai fori più fetidi, insistere, non affrettare alcun passaggio, prolungare quel gesto in maniera spasmodica, come se fosse un balletto di danza russa, come se fosse la cura di un giardino. Tra le mattonelle, dove minuscole particelle di schifo, di unto si annidano, là è dove per un momento, nella loro epurazione, puoi trovare finalmente la tanto ricercata pace.
Una volta, tanti anni fa, lavorai in un teatro. Lavoravo in teatro, nel senso che facevo le pulizie in un teatro. Era un lavoro bellissimo. Il lavoro più bello della mia vita, dovevo andare all’alba a fare le pulizie, ovvero dopo gli spettacoli, ma prima che arrivasse al mattino la gente per i matinée oppure la gente a fare le prove. Verso le cinque. Era un lavoro superbo, io arrivavo là nel teatro vuoto, che in effetti era anche spaventoso, e pulivo il teatro. La mia parte preferita da pulire, già lo avrete intuito, erano i cessi del teatro, e in particolare ricordo con affetto i vespasiani. I vespasiani avevano qualcosa di profondamente giusto, di artistico, di duchampiano, o forse semplicemente li amavo perché non dovevo piegare la schiena. Un giorno incontrai il mio capo supremo delle pulizie del teatro, che in effetti era una donna, ed era mia zia. La persona grazie alla quale avevo ottenuto quel lavoro. E lei mi disse una cosa che mi porto dietro ancora oggi, una piccola grande verità ovvero che pulire è una battaglia persa, che domani tutto tornerà a sporcarsi, di nuovo, e ancora e ancora. Che pulire pertanto è sempre un far sembrare pulito e niente più, che il concetto stesso di pulito è un concetto problematico, che il pulito rincorre sempre se stesso senza mai potersi raggiungere e mai si raggiungerà.
C’è infine un’ultima categoria di persone nei confronti delle pulizie domestiche e sono le persone che non fanno mai le pulizie in casa. Mai. Semplicemente un giorno magari non indossano le scarpe e coi calzini puliscono a terra. In questo caso si può ritenere pulizie domestiche? Noi crediamo di no. Oppure passano un dito sopra la televisione e la polvere si attacca al dito e così questa persona genera una specie di disegno di un fiore, o di un pene, è questo una speciale tipologia di pulizia? Anche in questo caso siamo costretti ad ammettere di no. Le non pulizie credo io siano qualcosa che ti scivola addosso, quando comincia a passare troppo tempo, superi un certo limite a quel punto è semplicemente qualcosa che non ci si può fare nulla, si lascia perdere, come ad esempio mangiarsi le pellicine o farsi di eroina, ormai è andata. Questa categoria di persone, le persone che non puliscono casa hanno dei bagni in particolare, a volte sarete stati a casa loro, che sono dei luoghi esclusi dal tempo, dove tutto sembra provenire da un’altra epoca, sono come i relitti delle navi in fondo all’oceano, che hai la sensazione che qualsiasi minuscolo gesto o cambiamento potrebbe far collassare l’intera struttura. Sono delle persone di solito molto belle, ma ahimè questa condizione esistenziale non è molto accettata socialmente.
Questo penso mentre pulisco il cesso di casa mia di mercoledì, oltre a pensare al caffè che mi berrò quando avrò finito e a quella tazza di ceramica sottilissima che forse morderò coi denti.

21 marzo 2022, Cantina Litfiba
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Santa Croce (2017-...)

Che corse per non incontrar Doriana

Che corse per non incontrar Doriana
di corsa per le scale
o nascosto in ascensore
se sta già salendo a piedi.

Che giri per non trovar Doriana
vagando nel quartiere
con una borsetta in spalla
con dentro quelle cose
per fingermi civile:
un computer, le cuffie, un taccuino
il libro di Steinbeck da finire
che non finirò stamani
sono come delle ancore
del mio vivere civile.

La casa al mio rientro profumerà di pulito
il ciclo di lavatrice a sessanta gradi
con dentro gli stracci,
da svuotare.
Le finestre sigillate
un vecchio trucco di domestiche
per far sembrare più pulito
di quanto sia
(pulire, io lo so bene, è sempre un sembrar pulito
lo sporco è la cifra del mondo
domani, anzi già oggi, la polvere tornerà
è già qui, con noi, da sempre).

Che corse per non ascoltar Doriana
i suoi discorsi sugli immigrati che ci rubano il lavoro
gli autobus soppressi
le file in ospedale
dietro, molto dietro, la famiglia marocchina
che l’è passata avanti
spettri che si aggiran per l’Europa
o più semplicemente
nelle sconosciute province
da cui lei arriva.

Che corse per non incrociar Doriana
nascosto nelle gallerie d’arte
o nei bar con gli studenti americani
una poesia da scrivere
le ore da far passare
le cuffie nelle orecchie
fino al prossimo giovedì.

18.11.2021

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Santa Croce (2017-...)

Morire nel febbraio 2021

per D.

Mi sono chiesto stasera, se fossi morto, cosa avrebbero deciso di fare con il romanzo che uscirà a maggio.
Se gli editori avrebbero cavalcato il fattore emotivo, oppure per pudore, rispetto avrebbero deciso di annullare. Ma la copertina del romanzo è già pronta, mi sono detto.

Ho anche pensato che i miei soldi sarebbero andati a te, dal momento che ci siamo sposati, e la cosa mi ha fatto piacere. Sebbene si tratti di ben pochi soldi e ho immaginato che comunque saresti stata molto triste e quei pochi soldi non avrebbero cambiato un granché.

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Santa Croce (2017-...)

Tecnici, monaci, guardiani

Perché il tecnico della lavatrice
fosse arrivato così presto
di giovedì mattina
rimane un mistero.
Secondo lui le porte telematiche
chiudevano alle sette mezzo
ma a quanto risultava a noi
un tecnico autorizzato
sarebbe potuto entrare
a qualsiasi orario.
Forse amava alzarsi presto?
Più che tecnico della Ditta Angelini
sembrava un moschettiere francese
per il pizzetto lasciato scoperto
per bere il caffè
e aveva il modo di camminare specifico
di un uomo in grado di sollevare lavatrici.
Mentre Diana si asserragliava in camera
per lavorare, io rimanevo intorno
al tecnico moschettiere
dalle gambe larghe per sollevare lavatrici
e gli offrivo un caffè,
prima che smontasse il piano cottura.
Forse, mi dicevo, oltre che tecnico
e moschettiere
era anche buddista
perché nonostante intorno a lui
niente andasse bene
il piano cottura di quattro centimetri,
lo spazio disponibile solo di tre
la lavatrice nuova
che manifestava ulteriori problematiche, lui,
il tecnico Angelini, era di un fatalismo
commovente, piccolissime bestemmie
lievi, mentre io continuavo a ciondolargli intorno.
Capivo dalla sua prossemica
che non lo stavo aiutando, per questo
me ne andavo in salotto a leggere dei racconti
di un amico, che da tempo rimandavo.
Lui stava là che bestemmiava con dolcezza
e io leggevo i racconti dell’amico
e mi sentivo, rispetto al tecnico,
un po’ lontano dalla vita.
Mi sentivo lontano
e vicino al contempo, come di lì a un’ora
dentro gli Uffizi, tornato a visitarli
dopo tanti anni, per la pandemia.
Mi commuovevo
guardando i coniugi di Urbino
e le uniche persone intorno a me
erano i guardiani del museo
che si addormentavano
nella sala di Niobe
sulle loro sedie scomode,
ma con il caldo
dei condizionatori
e il silenzio degli Uffizi
quasi vuoti.
Una guardiana telefonava a casa
al Sud, sembrava dall’accento
dentro la stanza dei fiamminghi
e io cercavo di carpire scampoli di conversazione.
Qualcuno aveva fatto o detto
qualcosa che non riguardava il padre
di Durer,
ma un parente o un vecchio amore
della guardiana.

Il tecnico della Ditta Angelini,
mobili-a-incasso-e-cucine
non aveva niente da ridire
che leggessi dei racconti di un amico
di giovedì mattina.
Neanche i guardiani degli Uffizi,
sembravano giudicarmi per il mio cappotto blu,
alcuni dormivano,
altri sembravano felici
che il direttore Schmidt
fosse in viaggio di lavoro,
in Germania o chissà dove.

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Fogli sparsi, Santa Croce (2017-...)

gennaio

Gennaio
le arance lo sanno
che sono rimaste solo tre:
due bicchieri non usciranno fuori.
Quando invece sono ancora un chilo
le arance, ancora loro, spremendone due piccole
regalano senza motivo
due bicchieri abbondanti
per Diana e per me.

Gennaio
scrivo racconti per Oblique
non mi risponde
eppure mi sembrava
che era buono.

Gennaio
bevo la spremuta
il mio mezzo bicchiere scarso.

Gennaio, bevo la spremuta perché fa bene
più che perché mi va.

Gennaio
valuto l’ipotesi di comprare un ingresso agli Uffizi
per domattina
per rivedere i fiamminghi
mi dico come a giustificarmi.

Gennaio.

27/1/2021

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Fogli sparsi, Santa Croce (2017-...)

Se fossi giovane avrei

Se fossi giovane avrei caviglie sempre scoperte, estate e inverno, livide caviglie nude;
un piercing al sopracciglio;
i lacci delle scarpe allacciati per bene e non come ho ora lunghi e penduli che inevitabilmente
mi inducono a fare un doppio nodo: io lo so che quello sarebbe un errore anzi la fine della mia
vita attiva per sprofondare nella completa vecchiaia;
una specie di cresta, sotto più corti sopra più lunghetti, sebbene senza voler con questo
manifestare nessun tipo di protesta o credo o appartenenza politica, o meglio sì, seppur
genericamente;
delle cartine, filtri tabacco e un accendino che sempre perderei in giro;
delle magliette con delle scritte quasi tutte in inglese;
un portafogli con dentro molti biglietti e tessere di locali notturni e club in cui sono stato una
volta e poi mai più tornato, tessere che comunque potrebbero tranquillamente essere scadute;
un posacenere fatto con la noce di cocco;
due paia di Clarks;
un paio di scarpe da ginnastica che non sarebbero già passate e tornate di moda una o più
volte, ma semplicemente delle scarpe da ginnastica;
una fidanzata con occhi chiari intelligentissima che mi ama.


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