San Frediano (2013-2015), Scrittori Precari

Note per Blackberry

I. L’epoca di mio padre
All’epoca di mio padre, quando era giovane intendo, il termine cliccare non esisteva.
Non dico skippare, non dico spoilerare, dico cliccare.
Ho detto flaggare? Ho detto cliccare.

II. Ti entrano nel computer
Un giorno vicinissimo saranno queste il genere di minacce che le madri rivolgeranno ai figli, dopo le minacce di zingari, siringhe, aidiesse: è sempre la stessa storia.

III. Onda
Prevedo di arrivare da Giulio (Giuliano, ovvero Carmelo) con lieve ritardo causa circumnavigazione della città. C’è un’onda misteriosa, che qualcuno chiama Verde, che a volte puoi trovare sui viali, la grande avenida che gira attorno al centro vuoto della città e che se prendi dalle parti della Fortezza ti porta fino a San Niccolò, senza mai fermarti, senza mai appoggiare i piedi a terra, senza mai accelerare e decelerare, che ti dimenticherai tutto ciò che eri prima, solo andare.
Quindi in tale remotissimo caso arriverò puntuale, altrimenti, come dicevo, leggero ritardo.

IV. Primavera
Lo sconosciuto che incroci per strada e la luce che lo investe.
Ecco la primavera: lui si sta scaccolando in quel momento e lancia la piccola arsella lontano, nel sole delle quattro, che un po’ scalda.
Si è felici allora, perché avrebbe anche potuto mangiarla.

V. Lauree
Tornare a Filosofia per le lauree è sconfortante. Cercherò approvazione e complicità con dei giovani studenti, davanti alle macchinette del caffè. Non verrò capito, non sarò riconosciuto, e chi li ha mai visti, e come potevano, e imputerò la colpa solo a loro, al loro essere giovani e stupidi e non sapere niente delle cose vere, della vita e del mondo; cose che invece so io, che come loro ho varcato quel portone universitario, ma da cui sono anche uscito.
Davanti alle macchinette del caffè inspiegabilmente senza caffè, loro non sapranno niente del caffè, dell’assenza del caffè, della portinaia da avvertire, dell’inutilità di avvertire la portinaia, ma della necessità di avvertirla comunque, della vera natura della portinaia che loro giudicheranno superficialmente, in modo sbrigativo, incapace di risolvere la questione caffè, come in effetti è.
Povera portinaia nana di filosofia, neanche io ti ho mai capita.

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San Frediano (2013-2015), Scrittori Precari

Ludopatici

08.00 pm

Al bar di via Macci, angolo via Ghibellina, non c’è nessuno: son le otto di sera, voglio dire. La gente alle otto non dovrebbe essere da Giuliano. La gente per bene, ma anche quelli marci, alle otto saranno altrove perché qui non è possibile.
C’è la televisione accesa sul primo. Mi chiedo se, quando a minuti inizierà il Tg nazionale, Giuliano cambierà canale, spostando su qualcosa di più consono. E invece no, Giuliano non cambia canale. Ascoltiamo le notizie assieme, non commentiamo. Tutto torna.

Ecco, entra un avventore, è un habitué, lo si capisce dal modo di interagire con lui. Le notizie del telegiornale vengono seguite da Giuliano, dall’habitué e da me. I due commentano a voce alta mentre io, appuntando questa nota, li osservo e commento, perdendo le loro perle di saggezza: sono talmente belle, come le cose vere che non si possono né trascrivere né riprodurre, così mi perdo nel riportarle. Bevo una birra. Domani si vota, dicono al Tg. Domani si vota e si abbassano le temperature. Fino a dieci gradi. L’habitué chiede a Giuliano se voterà o meno, e se sì, per chi. Non so neanche come si fa a votare, risponde Giuliano. Questa non me la perdo, questa me la segno.

8.20 pm

Giuliano consulta la guida ai programmi Tv. Dunque esistono ancora le guide, ma soprattutto qualcuno che le consulta. Ebbene sì, Giuliano, che non è che si chiama Giuliano, ma Carmelo, anche se io mi ostino a chiamarlo così, lo fa.
La televisione è ancora accesa sul primo: in Tv al solito non si vince niente. C’è una tizia, dice di chiamarsi Pietrina.  Si chiamerà davvero Pietrina?
Da Giuliano continua a non arrivare nessuno, come è giusto che sia. La gente a quest’ora è altrove, a casa, a cena. Il ludopatico che è qui da stamani, alle macchinette nel retro del bar, se ne è andato proprio adesso, mentre al Tg, che sta finendo, parlano di bar virtuosi che le avrebbero vietate, le macchinette. Mentre il ludopatico passa davanti al televisore che trasmette il servizio sui ludopatici, con le mani piene di monetine, Giuliano, gestore di bar decisamente non virtuoso, tenta di cambiare canale con nonchalance e cambia su un altro canale: un altro telegiornale, si parla sempre di votazioni, di neo-melodici napoletani e, moltissimo, del maltempo come di una promessa di felicità.

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San Frediano (2013-2015), Scrittori Precari

Oggi

Ho passato le ultime giornate a non fare niente. Cosa non da poco. Alle volte ho cucinato per mia madre. Ho passato molto tempo sul computer, a osservare i lievissimi spostamenti di status, le sottili modificazioni di umore dei miei contatti Facebook e dei loro rispettivi contatti, che sono gli amici degli amici; così che poi, se un giorno li dovessi incontrare per strada, se solo uscissi, magari potrei anche riconoscere. Allora mi fermerei un attimo a pensare: ma dove l’ho conosciuto questo? Non l’ho conosciuto, l’ho solo visto, ma non c’è solo questo. Ho anche letto che cosa ne pensava di un film, di un gruppo musicale, di un certo politico. E certo gli facevano certamente schifo, se sentiva il bisogno di scriverlo. O forse no, forse gli piacevano un casino e ti parlava di una necessità storica, di cicli, di cose così.

A ogni modo io ti incontrerò amico di amico che non ti ho conosciuto ancora. Abbiamo condiviso queste mattine di Febbraio a non fare un cazzo, aspettare la lezione di ashtanga yoga delle sei, il fine settimana, ma anche il giovedì andava bene, oppure aspettare il prossimo colloquio di lavoro pilotato o di partire per l’America, come i vecchi emigranti di una volta, con il passaporto rinnovato da un minuto.

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San Frediano (2013-2015), Scrittori Precari

Gli scrittori del C.N

Caro Liguori,

Come stai? Spero tutto bene. Sono tornato in città dopo alcuni giorni. Abbastanza di buon umore, per il calore incamerato nel mare di Settembre e per un piccolo regalo che ho ricevuto dal destino. Se destino e regalo suonassero davvero concetti troppo seri, diciamo solo di buon umore per una cosa che mi è capitata, un piccolo testo anonimo trovato proprio ieri sera, accartocciato in un angolo, nei bagni del Caffè Notte. Un raccontino canaglia che mi ha fatto sorridere per un minuto e che adesso ti trascrivo di seguito, sperando di farti cosa gradita e magari un mezzo sorriso anche a te.
Mi viene il dubbio, mentre ti scrivo questo preambolo, di come tutta la vicenda del testo anonimo possa risultare un po’ letteraria, un po’ manzoniana o, peggio ancora, ma è andata proprio così come ti dico. Non ho motivi di mentirti, e del resto non condivido una sola parola di quello che segue.

Gli scrittori del CN lavorano la sera ai romanzi del futuro. Il CN, oltre a essere ciò che qui li definisce come scrittori, sarebbe un bar. Gli scrittori del CN siedono a un tavolo che di regola è sempre il solito: sulla destra, entrando. Un giorno ci sarà, è possibile, una targhetta, come sulle panchine a New York per i morti, e si leggerà: È qui che sedevano gli scrittori del CN ed era il duemila e rotti. Non dico una statua in bronzo a grandezza naturale che li raffiguri, sarebbe contraria alle logiche commerciali del locale, ma una targhetta è sicura.
Questo per spiegare a grandi linee a chi non è del posto, o per avvertire quelli che, dopo aver letto, vorranno vedere di persona. Se entrate al CN e non volete incrociare lo sguardo degli scrittori, il mio personale consiglio è: occhi puntati sul bancone, oppure verso la saletta alla sinistra.

Comunque. Gli scrittori del CN lavorano la sera ai romanzi del futuro non tanto per farsi vedere da chi entra nel bar o perché di pomeriggio sono impegnati in altri lavori meno letterari, come sarebbe facile credere, bensì perché trascorrono i loro lunghissimi pomeriggi a masturbarsi – fino a tre o quattro seghe a pomeriggio – e ciò avviene senza che nessun genitore o coinquilino o fidanzata li disturbi mai, essendo questi ultimi fuori a lavorare. La sera poi i genitori, i coinquilini e le fidanzate tornano stancamente alle loro case, al che gli scrittori si recano al CN dove finalmente lavorano ai romanzi del futuro e definiscono il loro status di scrittori del CN.
Talvolta riesco a sentire alcuni dei loro discorsi, dal tavolo vicino. Sono discorsi in cui accennano a un certo mal di schiena, dovuto, adesso lo sappiamo, allo sforzo prolungato, oppure tratteggiano con poche, ma incisive parole una giornata particolarmente afosa, che non ha agevolato il loro pomeriggio e le loro pratiche.
E questa è la ragione per cui gli scrittori del CN scrivono di sera. È così, cari amici che ogni volta che andiamo lì vi lamentate dicendo “ma dimmi te perché uno deve trascorrere la sera con il suo Mac Book dentro al CN e scrivere romanzi del futuro invece di stare, come tutte le persone normali, con una birra in mano e una sigaretta infilata penzoloni in bocca”. Bene, adesso amici lo sapete e quindi basta. Fatela finita con questa storia del narcisismo (vergogna, avete perfino studiato filosofia, e ancora usate certe parole), passate ad altri pensieri, passate alle vostre birrette e alle vostre notti, senza star sempre là a interrogarvi sulle giornate degli scrittori del CN.
La mattina, mi chiedete ancora… Bene: la mattina essi dormono. Contenti? Adesso, vi prego, usciamo da questo bar; è estate, fumiamoci una sigaretta. Vi va? Arrivare fino alla Piazza in fondo alla via sarebbe già un buon segno per capire come siamo messi. Vi pare? Va bene, la via è lunga, la piazza ampia, restiamo qui ancora un po’, davanti al CN.

Il testo si conclude a dirla tutta con una serie di bestemmie che ho omesso perché le trovo del tutto superflue e anzi sintomo di una scrittura incerta, di una personalità che soffre di dinamiche di esclusione e vittimismo, oltre che un narcisismo spiccatissimo, insomma sullo stile, lo vedi da te caro Liguori, non c’è molto da dire e forse l’idea era anche buona, ma come è evidente non è stata sviluppata in maniera adeguata. Tutto questo del resto non spetta a me dirlo, quanto semmai a te, che lo fai di mestiere e che magari troverai in questo anonimo qualcosa di buono e ti prenderai la sua causa a cuore, come talvolta fai tu, se mai riuscirai a scoprire chi sia, cosa che del resto accade sempre.
Resta un ultimo dubbio, superfluo mi dirai, che mi accompagna in questa mattina, e cioè come faccia l’anonimo a sapere il modo in cui gli scrittori del CN trascorrano le giornate: intendo la trovata della masturbazione ossessiva. Lui scrive in effetti, in un passaggio, di sedere a un tavolo vicino a loro, pertanto potrebbe forse averne sentito la confessione. Ma io sospetto che ci sia dell’altro. Che l’anonimo stia rivolgendo un duplice appello: da un lato chiedendo aiuto per la sua incapacità di stare solo in una stanza con un computer senza scoparci; dall’altra è possibile che con quel testo lievemente provocatorio l’anonimo chieda di essere accettato da quelli del CN, non so, forse semplicemente cacato di striscio da qualcuno. Non so risolvermi. Cosa ne pensi? Con questo dubbio ti saluto: Hala subcomandante, ti scrivo presto.

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San Frediano (2013-2015), Stanza 251

Angela

Angela aspetta dentro una lavanderia a gettoni, seduta, che si lavino i piumini. Non è nemmeno un anno che si è trasferita in una città nel nord, ma come sono cambiate in fretta le cose. Vivere giù era diventato impossibile. Per tante ragioni, ma prima fra tutte: lo sporco. Giù nemmeno esistono le lavanderie a gettoni, pensa. Ha come una vertigine, le sembra di essere a New York. Le sembra che il sole di febbraio fuori dal vetro parli con lei in un modo unico, come ritmico, come personale. Ma sono solo le cerniere lampo che sbattono, dentro la lavatrice.

Angela aspetta dentro la lavanderia a gettoni che i piumini siano puliti. Ha questa fissazione che tutto sia pulito, ha la fissa dei germi. Là al nord trovare lavoro è stato facilissimo. Lavora in un ufficio dal lunedì al venerdì, non le dispiace. Con i suoi colleghi e datori di lavoro si trova bene. Poi il fine settimana fa le pulizie a casa: c’è così tanto da pulire, sporco ostinato, che torna, che si ricrea costantemente, è una battaglia persa e che tuttavia deve essere combattuta. Sta bene dentro quella lavanderia a gettoni aspettando che il ciclo di pulizia a quaranta gradi sia terminato. Telefona alla sorella rimasta nella città del sud che le dice, nel suo dialetto lontano: Avevi la testa leggera, è per questo che hai chiamato? Per dirmi niente, solo per far passare due minuti?, mentre la luce che entra dentro alla vetrina della lavanderia a gettoni incendia la stanza. Sembra davvero di essere a New York, invece è soltanto una zona residenziale qualsiasi, in una città del centro nord d’Italia. Ma quasi le verrebbe da dire alla francese, de l’Italie.

Angela aspetta dentro la lavanderia a gettoni e telefona alla sorella che sta al sud, tanto per dirle niente, giusto per fare un saluto e poco dopo tornare a certi discorsi che si ripetono sempre tra loro, questioni insolute che non saranno risolte nemmeno da quella telefonata, da nessuna telefonata.

Angela aspetta che i suoi piumini siano puliti, dentro la lavanderia a gettoni, e vorrebbe che quel momento non finisse mai. Sa che quando i piumini saranno puliti, lo saranno solo per un attimo.

Foto di Carlo Zei

Foto di Carlo Zei

(Apparso il 31/08/2015 su Stanza 251)

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San Frediano (2013-2015), Stanza 251

La passeggiata

img_5025Camminiamo lungo la riva, tu ed io. È una mattina di giugno, la spiaggia è quasi completamente deserta, fatta eccezione per qualche cacciatore di arselle che a volte interrompe il suo lentissimo setacciare la sabbia per osservare il profilo della costa, in cerca della motovedetta della capitaneria. La sua tensione non ci appartiene, è soltanto sua. Noi siamo già lontani, già passati oltre, nessuna preoccupazione di ambito giudiziario ci opprime. Continua a leggere

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San Frediano (2013-2015), Stanza 251

Unghie e censura

Ci siamo amati mai?

Forse la tua domanda è una semplice provocazione e io dovrei prenderla così, senza stare tanto a ricamarci sopra.
Mi lasci questo biglietto, come se avessimo smesso di parlare e comunicassimo solo con messaggi cartacei lanciati tra me seduto e te seduta due metri più in là che fai le tue cose. Non è così: questo non è un racconto di Simenon.

Allora mi hai lasciato questo biglietto a cui non so francamente come potrei risponderti, se poi una risposta era prevista, considerata, possibile.
Fa niente, rifletto ora, ma mi viene da pensare alla tua domanda, alla domanda in sé e non a questo tuo gesto, alle ragioni che ti hanno portato a fare così. Neppure al perché e al senso di trovare il messaggio proprio oggi piuttosto che ieri. Neppure immaginare te che entri nello studio e lasci scivolare questo bigliettino piegato in 4 dentro al mio cassetto che non apro mai, quel cassetto con tutte le mie cose in disordine che rimetterò a posto ogni tre o quattro mesi. Quindi il tuo messaggio potrebbe essere là da chissà quando.
Ma non è questo che importa, ripeto, non su questo mi vorrei concentrare, quanto sulla domanda. Solo su quella. Su di me quindi, su cosa ne penso io. Pur essendo la tua una domanda al plurale, parli di noi, sul nostro amarci o non amarci, così che la risposta ipotetica è difficile, se non proprio impossibile, dal momento che tu non ci sei.

In effetti negli ultimi tempi sono stato piuttosto duro con te. Abbiamo litigato molto, e sopratutto in pubblico, con altre persone tra le palle. Era in quei momenti là che ho dato il peggio, che sono stato insopportabile. Non quando eravamo soli, che invece tornavo ad essere molto tenero con te. Non so questo che voglia dire né come lo si possa giustificare e comunque non c’entra niente con quella tua domanda scritta in viola, il colore della stilografica che mi ha regalato tuo padre.

Castrante non penso di essere stato mai, ma indubbiamente inflessibile su certe tue manifestazioni pubbliche, che erano tutte dimostrazioni di insicurezza. Quindi no, certe cose non le sopportavo e non le dovevi fare. Non penso tanto a certe scollature, se poi proprio volevi metterti qualcosa del genere, allora sarebbero state scollature molto poco scollate, colli a barca, canottierine comunque sempre sotto a schermare.
Poi a casa te le strappavo coi denti e rimanevi con tutta quella roba mezzo addosso, mezzo tirata su, e ci guardavamo felici, io credo. Ci guardavamo felici?

Te in effetti mi guardavi e dicevi: ti dico dopo. Mi sembra di ricordare che tutte le tue frasi cominciassero e terminassero così. Posticipavi la questione a dopo, a un secondo momento, a data da concordare.
Poi qualche volta, io credo, devo averti fatto anche presente la cosa, sì insomma, cos’è che mi volevi dire prima? Te allora mi facevi: prima quando? Ah niente, una cosa da niente, te ne parlo dopo, ora sono impegnatissima con questa unghia e con questa spilla per capelli con cui sto intrattenendomi a rappresentare un dramma greco, il Teseo, nella versione messa in scena da mio padre per la recita di fine anno dei bambini, lassù a Pian di Mugnone.
Va bene amore, rispondevo, ne riparliamo allora quando vuoi te. Per il momento c’erano solo i miei pieni e i tuoi vuoti, come dal macrobiotico. Nient’altro.

Penso a te che adesso sei lontana e ripenso che eri bella sempre, anche con quei vestiti che ti facevo mettere, con la tua chiavetta usb attaccata ad un filo, che si appoggiava ai tuoi seni. Quelle tue unghie che lasciavi crescere e con cui mi graffiavi la schiena e io ti dicevo: che banale! Ma mi piaceva e te le lasciavo tenere. A volte un’unghia si rompeva. Non te ne importava niente, se si rompevano, ma ti facevano male e a me la schiena.

Mi ricordo questo e neanche a me importa, di ripensare ad una certa serata di tanto tempo fa, quando si rideva della tua collana usb, delle tue unghie, di quei tuoi vezzi da donna, che avevano aggirato il mio visto censura. E là, a una cena inutile, io allora ridevo con il nostro ospite casuale delle tue unghie lunghe che paragonavamo a quelle dei chitarristi andalusi e dei cocainomani, ma che di fatto erano dimostrazioni della mia insicurezza, del mio non riuscire a trattenerti per niente.

La conferma al fatto che mi scappavi da tutte le tue parti, che già allora ti perdevo, che la mia strategia era pessima come a Risiko, che non avrei mai fatto niente con l’Oceania e il Sudamerica del tuo cuore. La verità stava in quella collana usb che te portavi così, come se niente fosse, o in quelle unghie mezze rotte: io lo capivo già allora quanto mi sarebbero costate.

Simone++Lisi+-+unghie+e+censura.odt
(Apparso il 23/04/2014 su Stanza 251)

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San Frediano (2013-2015), Stanza 251

La regola delle tre pagine

Così avvenne l’incontro con lo scrittore Matthew Licht che non conoscevo personalmente, ma che avevo già visto molte volte nell’osteria di Grassina in cui avevo lavorato per anni come cameriere.

Allora non lo sapevo che lui si chiamasse così, né che fosse scrittore, ma quando lo vidi entrare a Villa Romana accompagnato dalla moglie lo riconobbi immediatamente perché era un tipo esotico, perché gli anni passati non erano troppi e perché aveva un viso cinematografico che io potrei riconoscere tra cento simili. Così lo domandai a Giulia chi fosse quel tipo con il berretto in testa e il giubbotto da cacciatore. Come si usa a queste serate mondane, lo chiesi con discrezione, a bassa voce ed evitando di guardarlo direttamente.

Lo scrittore Matthew Licht, come luce, mi rispose Giulia. Sì, pensavo io, ma in che lingua? E la risposta era: in tedesco.Licht -ovvero luce come mi aveva spiegato Gioacchino, mentre Giulia si era già dileguata tra gli invitati- era uno scrittore di romanzi blues, o forse un musicista, suonava la batteria. Scriveva dei romanzi, ma era anche uno scalatore. Era molte cose, a sentire Gioacchino, non faceva, era. Così ci eravamo ritrovati noi tre addossati a un muro a parlare, a parlare più che altro loro due. Ero silenzioso perché loro, Matthew Licht e Gioacchino, non lo erano per niente e mi guardavano fisso e dopo un po’ dicevano: certo sei ben silenzioso tu, per essere uno scrittore. Già pensavo io, essere uno scrittore.

Comunque poi a Matthew glielo avevo chiesto, dovevo chiedergli qualcosa, dovevo pur trovare un canale comunicativo. E allora glielo chiesi come facesse, come trovasse la costanza, no, nemmeno, forse gli chiesi solo: ma come si fa ad essere scrittori, come lo sei tu, che scrivi, mi dicono, romanzi erotici e ora, mi dici, un racconto lungo dove si parla in termini non specialistici di alpinismo?

Dunque, come, fu la mia domanda quella sera a Villa Romana, con Gioacchino già completamente ubriaco a molestare chiunque, tranne le persone sbagliate, e chiedere al fotografo ufficiale della serata che ci fotografasse perché eravamo importanti o lo saremmo stati, che ci facesse qualche foto a noi tre in quell’angolo, mi viene da scrivere rincónche con Matthew lo scrittore inglese o forse americano ci fu un momento che parlammo in spagnolo tra di noi, dopo aver parlato di letteratura in generale e di quella ispano-americana in particolare. Lui parlò con marcato accento spagnolo, perdendo il suo accento italo-americano e assumendone uno tutto nuovo.

In un futuro remotissimo qualcuno le avrebbe viste quelle foto ufficiali dove si stava noi tre in un angolo, rincón, io, Gioacchino e Matthew Licht lo scrittore, a fare le facce serie come se fossimo già a pensare a foto ingiallite per il tempo, e magari quel qualcuno avrebbe detto: guarda te le coincidenze, che proprio quei tre all’epoca, non ancora famosi, si ritrovarono una sera per caso a un cocktail party qualunque, in una Villa Romana qualsiasi, a un’inaugurazione di una mostra generica e chissà di che parlarono, se poi riuscirono a parlare in mezzo a quella gente con tutto quell’alcool incorpo, in quel corridoio stretto e tutte quelle persone, soprattutto quelle donne che passavano là davanti con i loro vestiti fasciati e i loro occhi verdi lucidi distratti e direzionati verso i punti di fuga del corridoio.

Matthew e Gioacchino si erano già conosciuti, non so in quale contesto, in quale altra serata uguale o simile a quella, in un’altra Villa, con altri vini bianchi offerti, giusto per esserci, giusto perché si doveva esserci, o chissà perché. Lo so perché: per Giulia e la moglie mecenate di Matthew, per quelle donne che a quel mondo erano effettivamente dentro e non come loro, Gioacchino e Matthew, di rimbalzo, nel corridoio antistante, in virtù di quelle loro fidanzate o mogli.

Gioacchino aveva anche letto un suo libro, se non proprio letto almeno lo aveva sfogliato e così aveva voluto che ci conoscessimo, io e Matthew, o forse si annoiava. Aveva detto: ehi Matthew, lui è Simone, anche lui è uno scrittore. Lo aveva detto due volte, a voce alta, a prendermi in giro, per rendere tutto ufficiale, tutto difficile, per me. Così parlai con Matthew Licht in quel corridoio mentre Gioacchino fermava le persone che passavano e chiedeva cose assurde, e brindammo più e più volte, con del vino bianco, che a volte andai a versare io per tutti e tre, altre volte andò Gioacchino, mi sembra di ricordare, brindammo alla letteratura, ai libri, al Sud America e agli angoli come quello in cui ci eravamo messi, agli angoli quale famoso concetto kafkiano, perché luogo sicuro, dove tutto si vede, il luogo della verità.

Ma a quest’ultimo argomento non brindammo, lo dico io adesso, col sennò di poi, mentre cerco di restituire un po’ di quella mezz’ora passata là, parlando con lo scrittore Licht, i suoi quarantacinque anni, pelato, con la faccia molto americana, ma un’espressione pacata inglese. Un uomo ambitissimo dalle ricche signore di Villa Romana, come mi disse Gioacchino, ma irraggiungibile ad esse, poiché già preso dall’indiscussa leader di tutta quella baracconata di artisti, esperti, critici e curatori. Chissà magari era comunque possibile per le giovani, le curatrici; tuttavia, su questo punto Gioacchino non si dilungò, come se sapesse qualcosa ma preferisse evitare, da figura sospettosa quale lui è, che pensa sempre che ogni informazione concessa sarà prima o poi usata, come la pistola nel romanzo, e usata contro di lui.

Si parlò quella sera, con Matthew, prima di andare a una cena con alcuni artisti e i reietti della Villa, quelli non invitati alla cena ufficiale. Si parlò come a volte io ho parlato con gli scrittori, con un’attenzione speciale alle loro parole, al modo di dire una cosa, cercando di capire se stanno parlando o se stanno ricordando qualcosa che scrissero una volta e ora riusano, per stanchezza, abitudine, per semplicità, per scarsa voglia o per voglia di andare avanti al ritmo, di essere simili a quelli che furono, perché poi stare nel presente riesce male ad uno scrittore, penso ora. E anche io chissà dov’ero in quel momento, durante quel discorso con Matthew e durante tutta quella sera in generale, se pensavo a Diana lontanissima nella città in fondo alla strada, se pensavo al lavoro il giorno dopo oppure ai progetti futuri, un romanzo, un ristorante, la partita di calcio del venerdì o cose ancor più piccole, piccolissime beghe del presente che pure riuscivano ad allontanarmi da lì.

Così, come spesso accade quando incontro uno scrittore, gli chiesi come facesse a scrivere, come si facesse a scrivere, come faceva lui, se c’era una regola che seguiva, qualcosa, un trucco, quando ritagliasse del tempo alla vita, al presente così pure poco presente, per scrivere, al computer con la fronte lievemente corrucciata e gli occhi veloci a seguire le dita sui tasti e poi perderli e pensare ad altro.

Rispose di sì, che una cosa c’era, che lui si era dato come regola, e là citò credo Hemingway, quella di scrivere come minimo tre pagine al giorno, anche quando non c’era niente di niente da dire, tre pagine di parole di seguito, a forza, e qualcosa in quelle tre pagine non si sarebbe salvato, mi disse, ma avrebbe contribuito chissà come a fare di quel suo tempo il suo lavoro.

(Apparso il 23/02/2014 su Stanza 251)

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L'inquieto, San Frediano (2013-2015)

L’occhio nell’ano

per Matthew Licht

Avendo terminato il mio Ph.D in filosofia morale nel giugno del 2008, erano poche le cose che avrei salvato nella lista delle cose da non fare. Mangiare i cadaveri dei parenti, una volta uccisi in sacrifcio rituale. Sprecare l’acqua. E scopare la donna di un amico.
Dei miei tre capisaldi morali quest’ultimo era senza dubbio il più stupido, eppure io non riuscivo a liberarmi da questo precetto stile dieci comandamenti. Che sciocchezza, mi dicevo, come se una donna mi appartenesse, come se appartenesse a qualcuno, che barbarità, che regola da pastore mesopotamico, eppure, nel 2008, quando terminai il mio Ph.D. alla Columbia, credevo fermamente in questo terzo dettame e solo in questo. Abbandonai di lì a poco l’ambiente accademico, ripugnato dai miei colleghi, persone della peggior specie, dalla moralità abietta. Mollai tutto e mi dedicai ad altro, non ebbi mai nessun rimpianto di aver lasciato quella situazione, ma la mia concezione morale ne uscì comunque influenzata. Rimasi sempre fedele alla regola e non scopai la donna di un amico.
Ad esempio, nel 2011 Laura mi entrò in camera, all’epoca in cui vivevamo dalle parti di Prospective Park io, lei e il suo ragazzo Kiril, lei mi entrò in camera, con i pantaloni addosso e solo il reggiseno, e cominciò a strusciarsi come una gatta, a sbattermele in faccia quelle sue tettine a punta, e io le dissi: “Dai Laura, lasciamo perdere”. E lei mi guardò e disse: “Ma come? Te, fascista, bestemmiatore, sudicio maniaco, puttaniere segaiolo, non hai voglia di mettere le tua mani su queste due cosine?”. Io risposi: “Certo Lauretta che ho voglia, ma ti dimentichi di Kiril”. Andò così. E poco importa che lei non fosse questo gran che e che di lì a poco la sua storia con Kiril degenerasse del tutto e continuare a vivere in quel buco vicino a Prospective divenne impossibile: io quella volta rimasi fedele al mio dettame morale. Poi passarono gli anni e mi fidanzai con Mary Ann.
Mary Ann mi portò a vivere la moralità con occhi diversi, a smettere semplicemente di pensarci continuamente e vivere come si vive tutti: con le nostre abitudini, le nostre cene fuori e i nostri lavori full time del tutto regolari, così che la vita si fa ritaglio, e la morale smette di essere un argomento di qualsiasi interesse. Con Mary Ann frequentavamo spesso una coppia di amici, Bill e Samantha, andavamo a cena con loro, oppure al cinema, oppure a fare delle girate, così le chiamava la mia Mary Ann: “Guarda che giornata, andiamo a fare una girata”. Aveva ragione. Allora io chiamavo Bill e Samantha. Si stava bene con loro e non c’erano particolari tensioni. I pomeriggi d’ottobre nel New England. Risalivamo la costa boscosa ascoltando la musica, ci fermavamo nei bar a mangiare un panino e una birra e un caffè. Stavamo bene insieme. A volte poi la sera discutevamo nel letto con Mary Ann di come erano loro e di come eravamo noi. Nulla di originale. Ma la verità era che io la moglie di Bill, Samantha, me la sarei voluta scopare,che me la sognavo la notte, dopo le nostre seratine di coppia, dopo quelle cene in cui il mio cazzo rimaneva puntato tutta la sera verso di lei. Me la sognavo di notte in tutte le posizioni e non c’era niente da fare: lei era la donna del mio amico, come giravi la faccenda non se ne usciva. Il divieto, mi dicevo, è la più forte formula per attivare il desiderio, è normalissimo. Lei non è niente di che, è pure un po’ scema, non è neanche tanto bellina: mi dicevo, ma non cambiava niente. A cambio con Mary Ann non farei mai, queste sono proprio le tipiche paranoie da piccolo borghese che non volevo diventare, ecco che cosa sono diventato, mi ripetevo. Ma la situazione comunque era bloccata.
Poi una sera che Bill era via, dai suoi parenti in Connecticut e Mary Ann era a Cape Cod a trovare la sorella, Samantha mi telefonò, per invitarmi a una serata di cui era stata promotrice. Io ovviamente andai. Lei era, come dice il poeta, “meno bella del solito”. Sarà stato lo stress per l’organizzazione della serata, ma io sospettai ci fosse dell’altro. Era la tensione che aveva patito per trovare la forza di invitarmi là. Allora passammo quella sera dietro a differenti interessi, lei con la sua mondanità, mentre io al tavolo degli alcolici, ma sempre tenendoci d’occhio attraverso i locali, come a controllarci, e ogni tanto brindammo, al niente, brindammo alla fine imminente, alla fine del mondo, al trionfo del nulla, del male sul bene, brindammo a Satana, ai quattro cavalieri dell’apocalisse e dopo tornammo a casa insieme.
La casa di Bill e Samantha in cui ero stato mille volte aveva quella sera una luce diversa, come un bagliore rossastro. Bevemmo un cocktail sul divano, poi i corpi si avvicinarono e cominciammo a baciarci e toccarci. Le sue labbra, su cui talvolta Samantha appoggiava un dito, come di traverso, a formare un divieto: eccole là. Finalmente potei toccare quelle tette che avevo solo visto e studiato in ogni modo mi fosse possibile. E l’attesa fu ricompensata. Erano dure e grandi e mentre io facevo così Samantha mi sbottonava i pantaloni e iniziava a segarmi piano. C’era passione, ma c’era anche un blocco, una tensione: erano i miei studi di filosofia morale che tornavano e che io adesso dovevo finalmente respingere, abiurare. Poi girai Samantha e cominciai a prenderla da dietro. Prima dei colpi delicati, poi di maggiore intensità. Lei stava semi-girata verso di me, in una torsione, mi guardava e ansimava piano. Fu allora che lo vidi, l’occhio dentro l’ano. Era un occhio e mi guardava, un occhio che sulle prime mi sembrò tutt’altro, come una pallina, come una pustola, ma non ebbi mai repulsione, quello era un occhio, e sembrava terribilmente l’occhio di Bill. Mi fermai di botto e lei mi chiese cosa avessi. Niente, dissi. E ricominciai, facendo finta di nulla, ma quell’occhio mi fissava, era astuto, a volte sembrava benevolo, ma più che altro incattivito, non distoglieva mai lo sguardo da me che scopavo sua moglie. Allora vi sputai sopra, più e più volte, e lui si chiuse. Vi passai sopra un dito e lo spinsi. L’occhio si chiuse e rientrò dentro se stesso. Lei si voltò ancora e annuì, così che io la inculai, scacciando l’occhio nelle profondità del suo retto. Di lì a poco venni copiosamente, rabbiosamente, estrassi dall’ano il mio cazzo e glielo feci leccare. Lei mi guardava con il mento da cui pendevano alcuni fili di sperma, ed è così che me ne andai, come in un porno qualunque, di cui non ha nemmeno senso parlare.

Immagine di Luca Lenci

Poi passarono i giorni, come passano sempre, e molti ne passarono prima che io e Mary Ann, tornata da Cape Cod, rivedessimo Bill e Samantha. Ovvio che facemmo finta di nulla, ma c’era una cosa che non fu possibile ignorare. Bill aveva indosso una benda come da pirata. Si era ferito, ci raccontò, sciando in Colorado, con una racchetta da neve si era accecato un occhio, ma era stato fortunato perché sarebbe potuto tranquillamente morire. Forse si sarebbe sottoposto a un complicato intervento chirurgico, forse non avrebbe fatto niente, alla fine la sua benda da pirata non gli dispiaceva. Samantha e Mary Ann risero, io mi sentii frizzare l’occhio a mia volta, come una bruciatura, come una ferita, come se un occhio chiuso mi guardasse, dall’interno. Non sorrisi e non dissi niente.
(Apparso il 22/06/2015 su L’inquieto)
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