Scrittori Precari, Spagna (2009-2011)

Tornando a casa, o come divenni scrittore

Faccio la strada per tornare a casa con Nati e Camille. L’allungo, la strada: loro vanno in Triana mentre io sarei già arrivato. Allungo la strada e le espadrillas, che a noi italiani suonano così spagnole ma che qui chiamano esparco, mi si impregnano d’acqua perché lavano le strade, la notte, a Siviglia, e le suole sono di corda, e quando arriverò a casa (perché a un certo punto si torna anche a casa) saranno dure e pesanti per tutta l’acqua assorbita semplicemente camminando, andando, tornando a casa.
Se allungo la strada non è tanto per la storia delle scarpe che diventano dure e pesanti perché si impregnano di acqua, questo non rende affatto la passeggiata piacevole, e non allungo la strada perché non ho voglia di tornare a casa (e che quindi un altro giorno è finito) e nemmeno per una questione di galanteria o perché voglio finire con una delle due o tutte e due insieme. Il fatto è dovuto piuttosto alle condizioni strutturali di questa ennesima vuelta, questo ennesimo ritorno a casa dopo una sera essenzialmente inutile, senza senso. Il fatto è che non siamo in tre, ma siamo in cinque. Con noi c’è un senegalese dal nome impronunciabile per noi europei, si fa chiamare Jimi e per questo lo chiameremo Jimi. L’abbiamo raccattato dalle parti di Alameda, anzi lui si è attaccato, aveva conosciuto Camille una notte precedente e se la voleva fojare. Perché Camille è bionda e francese e si sbronza e finisce a letto con uomini di cui poi non si ricorda. E giustamente Jimi vuole essere uno fra i tanti, o forse uno diverso dai tanti, per questa Camille bionda francese che si sbronza e poi finisce a fojare con uomini di cui nemmeno si ricorda. Insomma, si stava seduti in Alameda, prima, e si andava, poi, con Jimi che di tanto in tanto metteva una canzone sul cellulare: era il tormentone dell’estate, Danza Kuduro, una canzone molto brutta per ballare, ma Jimi ballava lo stesso, alla sua maniera africana.

C’erano anche state delle divergenze, fra noi e Jimi, cioè non proprio tra noi e lui, ma fra lui e un’amica sua e di Camille, Valentin, che è bella ed è della Bretagna, e quando Jimi le ha chiesto di farsi una sigaretta e lei le aveva passato il pacco, lui aveva provato a rubargli il fumo che lei, Valentin, teneva nel tabacco. Lei era stata sorprendente, maschile senza dubbio, nella sua maniera di scagliarsi contro di lui, con la giustizia dalla sua parte, ignorando le sue scuse, sono negro, sono del Senegal, noi del Senegal non ruberemmo mai del fumo per la semplice ragione che fumiamo solo erba, ma erano chiaramente delle cazzate e lo sapevamo noi, lo sapeva lei e lo sapeva lui. Ad ogni modo finì subito lì, e dopo le urla non era successo niente: alle tre ci eravamo avviati verso casa. E lui, Jimi, ci aveva seguiti. Perché, diceva, non sapeva dove dormire, diceva che viveva in un pueblo fuori Siviglia, e che Camille, che si era scopata mezza Siviglia, poteva fare il favore di trombarsi anche lui.
E così si andava verso casa, o meglio, Nati e Camille verso le loro case trianere, Jimi le seguiva e io le accompagnavo per proteggerle dall’uomo nero, anche se dopo un po’ era risultato evidente che io non ero in grado di proteggere nessuno e loro si difendevano forse meglio da sole.

Qualcuno, a questo punto, potrebbe chiedersi perché avevo parlato di cinque persone e, ad ora, i personaggi di questo ritorno a casa sono quattro. Il motivo è che poi è spuntato un tipo sulla quarantina, e ha cominciato a seguirci anche lui. All’inizio non era chiaro, si è solo avvicinato a Nati e l’ha salutata, ciao, come ti chiami, e poi era sparito, per ricomparire poco dopo. Era vestito bene, uno che potrebbe fare l’impiegato, un po’ stempiato, ma poi abbiamo capito che era un maniaco sessuale e che si stava toccando il cazzo mentre faceva dei versi strani. A me non spaventava, mi faceva riflettere e dicevo alle ragazze che era inoffensivo, ma Nati, che studia per fare la psicologa, diceva che uno così poteva trombarsi i morti.

Quando torna io e Jimi (più lui di me, in effetti) interveniamo dicendo: vattene. E lui se ne va. Ma poi ritorna. E se ne va ma poi ogni volta torna, come se il desiderio di farci vedere il cazzo fosse maggiore del rischio di prendere calci in bocca e in culo. Poi, all’altezza di Plaza del Duque, sparisce, stavolta per davvero, e allora io l’ho immaginato in un vicolo, dove finalmente viene, per terra, sui muri, su qualsiasi cosa, e poi, libero, se ne torna a casa.

E mentre torniamo pure noi a casa, parlando del più e del meno, Jimi argomenta su cose che non ricordo e io, a un certo punto, chiedo a Camille di vendermi una cannetta della buonanotte perché ho finite le scorte. Te la regalo, risponde lei, ma io insisto per pagarla perché so che poi anche Jimi la vorrebbe, la cannetta della buonanotte, e le cose si potrebbero complicare ancora più di quanto non sono e di quanto ci sia bisogno. Allora Jimi dice che è meglio fumare tutti e quattro insieme su un letto a casa di Camille. Ma io rispondo che no, che non sono capace di fumare in compagnia. Jimi mi guarda storto. Allora capisco che per Jimi sono solo un cavallo di Troia per entrare in quella casa. Eppure dico la verità: fumo soltanto da solo, per me fumare è un atto individualistico. Jimi mi dice che un amico suo, italiano pure lui, era impazzito a fumarsi le canne da solo. Io non giocavo: volevo andarmene e vaffanculo. Jimi insisteva su quanto sarebbe stato belle fumare sul lettone a casa di Camille, tutti e quattro insieme. Ma io non sognavo neanche lontanamente di andare a casa di Camille. E allora gli ho detto: ascoltami bene, c’è una cosa che non sai, che non ti ho detto, la cosa che non ti ho detto, Jimi, amico mio, è che sono uno scrittore ed è per questo che fumo da solo, perché mi aiuta nella scrittura, nel processo creativo. Solo questo. E lui ha capito o ha intuito o non ha capito, comunque mi ha detto solo: ok.

A Puerta de Jerez mi sono congedato dalla compagnia dopo aver chiesto alle ragazze se erano tranquille, se pensavano di potersi proteggere da sole (pensavo ancora al cavallo di Troia). Così ho fatto un pezzo di strada senza voltarmi, con andatura tranquilla, e, girato l’angolo, ho tolto le mie espadrillas-esparco pesanti come cemento e ho cominciato a correre, a correre nella notte sevilliana, scalzo, con la paura che Jimi mi seguisse. E ho corso come un pazzo senza voltarmi indietro fino a che non sono arrivato dietro la Cattedrale, solo allora ho rimesso le scarpe pesanti e ho ripreso un’andatura quasi normale, borghese.

Ad ogni modo, anche se così, anche se mi faceva male la milza per la corsa, anche se l’avevo detto a un Jimi-Danza-Kuduro qualunque, e per scherzo, avevo detto che ero uno scrittore, ed ero felice.

Standard
Scrittori Precari, Spagna (2009-2011)

La coerenza

Si tornava dal Poetto in autobus, senza regolare titolo di viaggio, ed era estate. Quasi trentenni, quasi finita l’università e quasi in partenza, alla fine di quella stessa estate, per destinazioni improbabili e possibili o inutili. Da fuori: un gruppo di quasi trentenni, con almeno tre accenti diversi tra loro, su di un autobus che va dalla spiaggia alla città, che parlano di mostre di Morandi a cui non sono andati e della morte recente della moglie di Christo, che si parlano addosso e non dicono niente e poi si fanno silenziosi e cupi e guardano fuori dal finestrino e si soffermano a osservare a lungo, senza fiatare, un loro quasi coetaneo, disabile, vestito da bambino, tenuto per mano dal padre, o da quello che si augurano essere il padre. I vestiti di noi che guardiamo il disabile, invece, sono lievemente pensati, sottilmente particolari, senza cercare eccessi o espressionismi, con lo stile autoreferenziale canonico dei primi anni Dieci. Da dentro (in breve): gente incoerente. Incoerenti non tanto (e non solo) per l’assenza di biglietto dell’autobus, visto l’evidente status di-ciò-che-in-altri-tempi-si-sarebbe-detto-borghese. L’assenza di biglietto non era certo una rivolta (rivolta con la R maiuscola) contro il sistema (con la S maiuscola), quanto poca chiarezza circa noi stessi e i nostri quasi trenta, o forse pigrizia, o forse nemmeno questo: l’autobus si avvicinava e noi avevamo corso e raggiunto la fermata di fronte all’ospedale; forse era l’abitudine a non voler fare il biglietto per la nostra (dimenticata) Rivolta contro il Sistema, o forse altro ancora. Un gruppo di gente incoerente su di un autobus, senza biglietto per motivi non specificati. Incoerente Leòn, che sarebbe partito venerdì per il Nepal a fare trekking per settimane, fino a raggiungere un lago tra i ghiacciai del Nanga Parbat, e il suo posto al sole, nel nostro immaginario, evidentemente incoerente nel suo essere Occidentale di fronte (e non più dietro uno schermo) all’umana sofferenza del mondo intero, dei nostri soldi generati dalla loro miseria, del nostro essere tutti dei colonizzatori ancora oggi, e Leòn nello specifico, con i suoi rayban blu elettrici. Incoerente Abraxas, coi suoi sogni Sud/Centro-Americani e il suo trasloco recente da Roma (lasciare qualcosa, qualsiasi cosa, è sempre la conferma di un fallimento) e il suo scuro scrutare, sacrificabile per un po’ di normalità e di equilibrio di nome Camilla. Si dirà: temporaneo sacrificio, ma del resto il tempo è condizione di possibilità del nostro starci, su quell’autobus. E Camilla, altrettanto incoerente, con le sue contorte dinamiche di esclusione (doppio legame, avrebbe detto lei, parlando d’altro) e i suoi chili di acutezza e lucidità a compensare (ma compensare che?). Incoerenti Claudia e Nicola, che quando li conobbi, anni prima, a un corso universitario che non ricordo, paragonai a una coppia alla Fitzgerald, in Tenera è la Notte, che sognai perfetti e felici e invece niente: anche loro compromesso e farsi male, il male che sanno farsi così bene le coppie. E infine io, più incoerente di loro, per il mio essere da ‘dentro il da dentro’, per così dire, della storia, o forse no, è il mio narcisismo ingiustificabile che mi fa sentire più incoerente di loro. Pensavo: “Vi odio, voi tutti in questo autobus. Ma ho bisogno di voi, lo so bene, anche se mi dico il contrario: che siete voi ad aver bisogno di me”. Inutile dilungarmi troppo: non succedeva niente. Le accuse di incoerenza che emersero in quell’autobus scivolavano in quei giorni di agosto, mentre giocavamo a scacchi al Poetto, in uno dei bagni abusivi (che del resto erano tutti abusivi) che a Camilla, con i suoi parametri berlinesi, sembrava un mondo fuori dal mondo (e forse lo era). La guardavo da dietro gli occhiali da sole modello Battaglia-di-Algeri e le rispondevo, anche se non c’era nessuna domanda, semplicemente: Sud. Le dicevo “Sud” e lei forse non capiva, non pensava che quella sola parola fosse la replica alla sua riflessione sul Poetto in senso ampio e l’Ara Macao in senso stretto. Riflessione (la sua) che io del resto avevo ascoltato distrattamente. Si giocava a scacchi sotto gli ombrelloni di palme ormai secche da anni dell’Ara Macao che Gianni, vista e considerata la sua scarsa propensione a lavorare e a fare qualsiasi cosa, tipo il caffè, e quindi figuriamoci a riparare gli ombrelloni, non avrebbe riparato mai. Sud. A ottobre del resto il Poetto sarebbe stato demolito per sempre e poi rimontato a norme UE. La manutenzione era inutile (anche se Gianni non avrebbe mosso un dito comunque) come innaffiare le piante di una casa che lascerai, a Roma, a Siviglia, o dovunque. E forse io e Leon eravamo come alfieri opposti in questa storia dove non succede niente, questa storia di gente che torna dal mare, con Abraxas (o forse io, non ricordo neanche più) che fischiettava i Love Boat. I nostri discorsi erano autoreferenziali e inutili da trascrivere. Uscivamo dall’egolatrìa solo quando si parlava male di un assente, ma non è anche questo un modo indiretto per affermare se stessi? Incoerenza? Incoerenze. Leggevamo Bolaño, Wallace, Izzo e poi buttavamo tutto nelle sacche da mare ikeiche con gli asciugamani e i costumi bagnati. Si andava a bere lo Spritz (senza ghiaccio, raccomandava Cami per definire il suo essere mitteleuropea) alla Marina e si incontrava ai tavolini del Savoia un’altra coppia ancora, Boris e Chiara: lei fumava la sigaretta numero 2666 della giornata (ma solo metà, non ne finiva mai nessuna) e parlava male di qualsiasi cosa; tremavo al pensiero che il suo sguardo folle e il suo sorriso folle si fissassero più di un secondo su di me e tirasse fuori l’argomento incombente, la nostra incoerenza, che io tra i denti chiamavo Dominio-della-Ragione. Qualcuno allora fischiettava i Love Boat, ma ironicamente, nel modo in cui qualcuno fischietterebbe Amy Winehouse, Hello, hello, hello, il giorno dopo il giorno della sua morte (sua di lei). Si fischiettava con quello spirito lì. Si andava a sentirli suonare, i Love Boat, la sera, al Poetto o in case in campagna di gente probabilmente incoerente visto che facevano lavori concettuali e sembravano puri e organizzavano concerti nel patio di casa loro dove potevi entrare a pisciare, ma solo se eri donna (la purezza dell’essere). Il concerto dei Love Boat: i Love Boat, le navi dell’amore. Li rifiutavamo ma andavamo a sentirli, alcuni di noi li ascoltavano suonare dalle retrovie, altri ballavano persino, ma comunque li rifiutavamo tutti e anche loro stessi (i Love Boat) si auto-rifiutavano, dovevano autoaccusarsi indirettamente o direttamente (questo io lo ignoravo, però preferivo immaginare che fossero spietati contro loro stessi e non delle capre auto-compiaciute, come in realtà dovevano essere) di incoerenza per quella sola canzone che quattro anni prima uno dei tre della band, in un momento di grazia, aveva scritto e che aveva cambiato le loro vite e li aveva trascinati per anni sulla bocca e negli sguardi e nei fischi dei cagliaritani quasi trentenni e certamente incoerenti. Il concerto iniziava, suonavano alcuni pezzi che citavano o auto-citavano il loro pezzo della “svolta” e la gente ballava, si spingeva, si sollevava, si schizzava con le birre Ichnusa e poi d’un tratto quell’attacco: l’attacco di quella canzone che li aveva proiettati negli sguardi e nei tour di tutta Europa e aveva permesso loro di scopare e di fidanzarsi e di lasciarsi e di drogarsi più di noi. L’attacco di quella canzone, un riff di chitarra elettrica che doveva essere stato strimpellato in un giorno di estasi in una cameretta pulita da una madre sarda, da uno dei tre, quelle poche semplici note che una volta scritte su di un foglietto avevano cambiato i destini di tre persone e che, anche quella sera, quando attaccavano, mi faceva sorridere riconoscerle immediatamente, e tutti le riconoscevamo immediatamente e tornavamo a ululare alla luna, eravamo di nuovo una comunità, ancora. Cominciata la canzone che tutti, in quel cortile disegnato da quegli architetti illuminati del cazzo, segretamente aspettavamo, io guardavo il Professore nelle retrovie, e il Professore guardava me, e sorridevamo pensando a questo, che ora trascrivo, ma che trascriverebbe lui se non fosse in Sicilia in questo momento a fare qualcosa per cui noi tutti lo stimiamo, e approviamo pur vedendone l’incoerenza. La canzone che aveva cambiato le sorti dei Love Boat poi finiva, finiva in fretta, e la gente pensava distrattamente che magari alla fine avrebbero potuto fare un bis. La gente provava a pensare a niente, se ballava, o, se come me non ballava, a come tutti in queste situazioni non avessero nessun luogo dove andare, eppure tutti sembrassero, o anzi volessero mostrarsi come direzionati verso un qualche luogo: a comprare la birra Ichnusa o la maglietta del gruppo inascoltabile che aveva suonato prima, gli InZaire, giusto perché la maglietta con la tigre era figa e il concetto di ‘inascoltabile’ doveva essere relazionato con chi aveva suonato dopo (i Love Boat, appunto) e quindi gli InZaire erano salvi. Sugli autobus senza biglietto facevo pensieri incoerenti, per non pensare all’ipotetico confronto con l’autorità genitoriale simbolizzata dal controllore dell’autobus che non sarebbe mai arrivato e che prima di sgamare noi avrebbe dovuto multare trenta senegalesi di una coerenza che saltava all’occhio. Una coerenza che quasi lampeggiava, che quasi ce ne stavamo per accorgere.

Standard
Spagna (2009-2011)

Lettera dalla Spagna

Non mi escono parole in italiano, penso dialoghi in spagnolo. Uno dice: «¿Hay vino?». Due risponde: «No, sólo hay champagne». Personaggio Due allora si alza e va al frigorifero, anche se Personaggio Uno, in reazione alla risposta di Due, ha scosso la testa in segno di disapprovazione e fastidio. Non vuole champagne, vuole vino. Lo champagne lo disgusta. Due allora si alza e guardando dentro il frigo dice: «No. Tampoco queda champagne. Sólo hay media botella de vino para cocinar». Personaggio Tre, che finora era rimasto in ombra, chiede: «Pero ¿blanco o tinto?». Da questa domanda si può capire che Personaggio Tre sono io, perché faccio domande stupide. Il vino per cucinare che si rispetti, e che a casa della nonna Grazia si mette sul tavolo perché a lei piace molto, si chiama Tavernello ed è bianco. Esiste anche rosso, ma è eccezione. La mia domanda è stupida perché non penso troppo. Non posso, non ho le parole per esprimere concetti complessi o eccessivamente complessi, già mi sembra miracoloso poter agire, prendere parte a una discussione normale tra persone normali che si capiscono. Bene. O male, non so. Personaggio Due torna con in mano un abbondante bicchiere di vino, ovviamente bianco, dicendo: «Es super bueno el vino para cocinar». E Personaggio Uno, che aveva negato lo champagne, approva con l’espressione del viso. Sì. Anche a lui, che pur aveva snobbato lo champagne, piace il vino bianco per cucinare, anzi, lo riconosce come qualcosa di buono. Personaggio Uno, che avendo snobbato lo champagne perché voleva il vino, vino sincero, e che quindi aveva guadagnato la nostra simpatia, stupita simpatia per aver snobbato champagne con tanta naturalezza, si dimostra ora molto pragmatico, e molto poco snob rispetto a quanto lo era stato un attimo prima snobbando la bevuta snob per eccellenza. Snobba il suo stesso essere snob e si rivela un pragmatico: «¿Cuánto lleva en la nevera?». La neverasarebbe il frigo, ma in effetti lo spagnolo si intuisce, perlomeno noi italiani lo intuiamo. È così. Gli italiani vanno in Spagna e parlano con gli spagnoli senza conoscere lo spagnolo, ma si capiscono, più o meno si capiscono. Personaggio Uno, dopo aver dimostrato le sue credenziali nobiliari, chiede da quanto tempo quel delizioso nettare divino che in Italia prende il nome di Tavernello giace abbandonato nella nevera. Personaggio Due, che si chiama Nati, che è il diminutivo del suo nome intero, Natividad, risponde a personaggio Uno, che si chiamerebbe Santi, diminutivo di Santiago, che la bottiglia si trova lì da una settimana. «Una semana». Io penso che sta bluffando. E non lo penso perché sono sospettoso e malvagio, ma perché li conosco, dovrei conoscerli abbastanza, in quanto il tempo vissuto in loro compagnia è stato, seppure breve, denso. Personaggio Due, Nati, poco prima aveva proposto da mangiare del brodo vegetale, anzi del potenziale brodo, e non vegetale ma di prosciutto: il dado. Era arrivata dicendo che il dado per fare il brodo era superbuono. Io avevo un qualche ricordo, vaghissimo, della voce di mia madre che mi diceva di non mangiare il dado vegetale, che mangiarlo è una stronzata, ché fa venire il cancro. Nati ha insistito, dicendo che il dado vegetale si mangia regolarmente in tutta Spagna, da sempre. Io le dico ok, ma solo per farla contenta e smetterla con questa storia: ne assaggio un angolo, di dado, ma lo lascio. È come mangiare patatine fritte al prosciutto, ma senza masticare, senza sostanza materiale, solo sapore, solo essenza: una cosa terribile. Per questo che non credo al vino di una settimana. E per sentirmi accettato mi faccio avanti per assaggiarlo io, certo che se fosse cattivo non spunterebbe un cameriere in livrea a cambiare il cartone del Tavernello. Quindi lo bevo. E devo dire che mi sembra davvero buono.

Standard
Scrittori Precari, Spagna (2009-2011)

Esta-The alla pesca

Per quanto a oggi il dualismo sia (o possa dirsi a ragion veduta) qualcosa di superato dal nostro spensierato pensiero post-moderno, solo pochi anni fa dominava il mondo, e in particolare la mia amata provincia.
Sorseggiando oggi semi-sdraiato un Esta-The al limone ho rivisto chiaramente i blocchi contrapposti della mia giovinezza, quando il mondo e questa provincia natia si lasciavano decifrare dal mio cuore semplicemente nella distinzione tra Esta-The al limone, appunto, e l’odiato e fin troppo dolce rivale: l’Esta-The alla pesca.

Niente a che fare con le varianti mostruose dei tempi d’oggi: Esta-The Verde, toccasana per la circolazione cardiovascolare, Esta-The Deteinato, per gli ipertesi, immagino, o altri target a me incomprensibili. Il mondo duale di un tempo si definiva dunque per macrocategorie inconciliabili tra loro quanto lo sono appunto un limone e una pesca. Le personalità umane si plasmavano ― ora tutto ciò risulta incredibile ― in relazione a quella semplice scelta, che non lasciava esclusione e scarti. Si potrebbe riflettere sul perché di quella scelta fondativa, sui condizionamenti che avevano spinto una personalità a pendere per un lato o per l’altro e tutte le conseguenze che una tale scelta avrebbe comportato sullo sviluppo di quella personalità, ma sono costretto ad ammettere i miei limiti nel capire e descrivere questi recessi, e quindi lasciar perdere.
Non so cosa fu a portarmi sulla via del Limone, con la sua etichetta gialla, e al mio conseguente rifiuto della via della Pesca e del suo colore arancione. I fatti che a questo preambolo ― si dirà: inutile preambolo ― seguono, e che ora riporto, mi furono raccontati anni fa, ma sembrano decenni tanto le cose sono cambiate: oggi riemergono mentre lascio cadere la cenere di una sigaretta dentro il brik di Esta-The al limone finito. Semper fidelis. Ma la storia riguarda l’altro mondo, quello di falsità e menzogna che era (ed è) il mondo dei bevitori di Esta-The alla pesca. Mi fu raccontata a una penosa cena di coppie in un lussuoso ristorante del centro di… Lei e lui sedevano di fronte a me e a questa mia fidanzata giovanile, i due erano (e chissà forse sono ancora) chiaramente amici di lei e non amici miei e io mi ero prestato a quella cena ridicola solo per la bellezza stolida dell’amica della mia fidanzata. Non è nobile da dirsi e non me ne vanto, anzi, è terribile, ma anche quella cena lo era, e del resto non sono e non erano tempi particolarmente nobili. Niente di nuovo a ogni modo, in una formula: Totem e tabù. E in fondo noi troppo giovani per cene di coppie, tra coppie, la noia mortale, lo scimmiottìo di sistemi ereditati e fallimentari e noi ancora non in grado di riplasmare secondo i nostri nuovi modelli e le nostre esigenze.

F., il ragazzo di lei, quindi il mio doppio, raccontò di un pomeriggio assolato in un bar di provincia (che io immaginai più simile a una casa del popolo), di un pomeriggio noioso quanto lo era lui. Ma in quel pomeriggio accadde che un tale conoscente, un suo amico, ordinando un Esta-The alla pesca per dissetarsi, o forse per abitudine, perché come è noto l’Esta-The alla pesca non disseta affatto, si trovò a succhiare a vuoto nella cannuccia: non saliva niente. Sempre con la cannuccia praticò allora dei piccoli fori fino ad aprire una circonferenza nel brik e poter vedere il contenuto (che pure qualcosa doveva esserci dentro, visto il peso). Dentro il brik, così raccontava F., c’era una piccola pesca, mostruosa, incastonata nei bordi rigidi dell’Esta-The. Qualcosa che mi fece pensare, ora ricordo bene, ai piedi fasciati dei cinesi, o ai colli costretti dentro le file di anelli degli africani. Il tale, l’amico di F., si rivolse agli amici, tutti come lui bevitori di Esta―The alla pesca di lunga data suppongo, cercando aiuto e comprensione; ma nessuno aveva mai visto niente del genere. Infine si rivolsero al barista, un vecchino che ne sapeva meno di loro.

F. concludeva quella storia ripetendone l’assoluta autenticità, pur consapevole di come ciò potesse risultare inverosimile ai nostri occhi scettici. I nostri commenti furono appunto scettici, e io pensavo solo che erano le classiche fandonie dei bevitori di Esta-The alla pesca, mentre continuavo a osservare la sua ragazza così bella che mangiava così bene, guardandomi di tanto in tanto a sua volta, un sorbetto al limone.

aprile 2010_II 032.jpg

Standard
Scrittori Precari, Spagna (2009-2011)

Concerti

Forse è venerdì e forse avrò un certo bisogno di uscire. Forse chiamerò ogni numero chiamabile della lista dei numeri da chiamare e forse non mi risponderà nessuno. Forse avrò la tentazione di tornare a casa, ma forse non lo farò, e opterò per il concerto dei Blonde Redhead: li ascoltavo a Siviglia in inverno. Forse per chiudere l’ennesimo cerchio.
Forse percorrerò in motorino via Pistoiese, che ricordavo più corta, e farò la fila da solo mentre dentro iniziano la prima canzone. Ciò che invece non è in forse è lo svolgimento del concerto, che suo malgrado sarà anche commovente almeno per un momento e si ripeterà uguale a tutti i concerti della mia vita.
È il contesto, l’estrinseco, che mi affossa e a volta mi diverte anche. Allora ci sono io tra la folla ed è indubbio che arriverà un uomo coi capelli lunghi, alto e piazzato, e si metterà davanti a me. Lo accetterò perché, pur non avendo i capelli lunghi e non essendo così alto e robusto, comunque potrei fare altrettanto senza rendermene conto. Allora resto a guardare la sua nuca e mi va bene, se non che lui molto spesso si tira in avanti e lancia i capelli indietro, i suoi lunghi capelli ben tenuti che lava col balsamo. Profuma di pulito, ma questo è eccezione.
Poi succede che me lo ritrovo non più esattamente davanti, ma un po’ sulla destra, il che mi dà modo di osservare nuovi scenari. Il che non è propriamente un bene. Sulla mia sinistra c’è un tale, romano?, del sud? ― da Firenze in giù è Africa ― che balla in maniera molto esagerata, o almeno così sembra a me, per un concerto di musica rock colta o rock riflessiva, e che attacca discorso con chiunque ci sia intorno e sia donna. Anche questo è un topos che si ripete ogni volta. Alza le mani, fa dei versi che a parer mio sono ridicoli, ma si sente molto a suo agio e socializza, anche se in effetti non potrebbe, ché un concerto è un atto individualistico, ma questi sono punti di vista. Diciamo che contesto solo il suo stile. Non sento cosa dice, e questo è un bene. Ci prova con questa tizia, che ha il suo ragazzo che osserva, ma forse è il suo quasi-ragazzo e finisce che i tre si mettono a ballare, alla mia sinistra, tutti e tre insieme, ballando una musica immaginaria che solo loro possono sentire. Questo mentre il tizio alto e robusto sulla destra con i capelli lunghi muove la testa in su e giù come a un concerto heavy-metal. E la cantante giapponese dei Blonde Redhead sussurra che tutto è sbagliato. E questo accade sempre.
La scena di solito finisce con un tipo che mi viene direttamente davanti frontalmente, con occhiali da sole verdi o rossi, cappellino e fischietto in bocca, che mi guarda, mi disapprova?, e fischia nel suo fischietto, un fischio lento e continuo. Poi si accendono le luci e il concerto è finito.

Standard
Scrittori Precari, Spagna (2009-2011)

Pseudobagnino di Pietramarina

Posso dedurre dalle poche informazioni che ho che il tizio sul toboga non sia il bagnino ufficiale, ma un semplice aficionados di questa piscina, Pietramarina, che si erge a sua volta sulla cima di un colle, sopra la Piana. Il tale è molto abbronzato, lo è davvero molto. Ha i capelli lunghi, ma non molto, e biondi, ossigenati stinti per il sole e per il cloro della piscina. Gli mancano alcuni denti, ma non gli incisivi, ed ha almeno due tatuaggi, stinti. Non è solo questo a farmi pensare a un aficionados. È la maniera in cui si erge: ci sono delle scale da salire, per poi scivolare sul toboga, e una sorta di piano doccia dove la gente in fila aspetta per poi lanciarsi nello scivolo. Lui, il tizio aficionados, però non si tuffa. Si arrampica sulla balaustra e osserva la caduta dei bagnanti. Sta là e si arrabbia quando qualcuno fa qualcosa di poco consono, per esempio con un tale, o una tale, che io non vedo dalla mia posizione, che sta evidentemente andando addosso a qualcun altro. Non so se si arrabbia esattamente con quello fermo a metà dello scivolo o con l’altro, che in fondo non può sapere ciò che l’aficionados sa. Ma la sua rabbia è una rabbia differita, lontana, spuria: sola, dal suo essersi erto lassù sulla balaustra. Grida qualcosa a quel tale che si è scontrato con l’altro, allarga le braccia come a dire: io ti avevo avvertito, non c’è fine alla stupidità umana e comunque sembra che non gli importi niente, facciano come gli pare. E poi è finito tutto. Sta lassù e dà un leggero tocco sulle spalle dei bagnanti, come a dire: va ora. Perché, suppongo, può calcolare col suo occhio di aficionados la velocità dei corpi, in relazione ai differenti pesi, e sa qual è il momento in cui sfiorare la spalla del tuffatore perché non si scontri con chi l’ha preceduto. Non è il suo un ruolo ufficiale, o almeno non sembra, quanto piuttosto quello di guardiano o legislatore volontario del toboga come quei vecchi che si prendono a cuore i giardini, con pazienza e indulgenza, o rabbia e risentimento. Non sembra un bagnino, ma un ex tossico, eppure è credibile nel suo ruolo in cui si è autoeletto per indubbi meriti in materia di piscine e scivoli acquatici. È credibile sempre e, a volte, si spazientisce se qualcuno temporeggia: una bambina con i braccioli che si affaccia timorosa alla bocca del tunnel. Lui sa bene che quei braccioli creeranno attrito nella discesa, altro tempo d’attesa per il successivo tuffatore, da aggiungere al tempo stesso che si sta prendendo adesso col suo temporeggiare. La sua voce, la voce dell’aficionados, allora è ferma: via, via come se avesse visto intere generazioni tuffarsi dal toboga e sempre la sua mano a indicare che quello è il Momento. Rimane lì a lungo, ma non molto, finché si annoia e si tuffa a sua volta. Ma io non lo vedo, tuffarsi, anche se era quello che forse aspettavo: di vedere la sua tecnica superiore. E non faccio in tempo nemmeno a correre in fila per ricevere il suo lieve o rude tocco sulla spalla.

Standard