Fogli sparsi, San Niccolò (2015- 2017)

No-Nose Man

for Gioacchino Turù

No-Nose Man is a perfectly normal man, except he doesn’t have a nose. I don’t mean in the Russian sense, as in Gogol’s story, I mean it literally. No-Nose Man has a sort of nose, but it’s smashed against the rest of his face, as though he’d put a rubber band around his head for a joke but left it there too long, and his nose simply stayed that way, as if he’d applied photographic fixer.

No-Nose Man’s nose is a nose bent in upon itself, an extremely shy nose that wants to return into the face from which it sprung, but it never manages to go anywhere. No-Nose Man has a dog, and the dog definitely has a nose. No-Nose Man’s probably retired. He takes his dog out on a leash, takes him outside to do his business. I don’t know if he picks up after the dog, which is what interests me most whenever I see someone take a dog for a walk, because that’s the part concerns me too. The dog, and various canine-oriented stuff about breed, animal psychology, their similarity to human beings, their resemblance to me or their owners, doesn’t concern me, or only vaguely. All I care about is whether the dog’s owner picks up the dog’s shit. If I find out that he does pick up the shit, then the matter no longer concerns me. If he doesn’t pick up the shit, or pretends he’s got a phone call or some other phony excuse at the crucial moment, then I turn around. I don’t say anything, but I stare at the person and let him figure out what I’m thinking on his own.

With No-Nose Man, I attempt this mental process—we do this with a lot of things, every event comes with its own mental process attached, one that keeps us from thinking about the thing itself, or makes us think about it only in reflection—as I was saying, with No-Nose Man I try to do my usual. That is, I watch to see whether he picks up his dog’s shit, but with him I’m unable to do the same thing I usually do. It’s probably his lack of a nose that makes my thought-process less fluid; his non-nose and his murderous look.

I never think about what happened to his nose, I mean, what really happened. I’d rather think of some funny story, like the rubber band he might’ve stuck there for a joke. I’d rather think about the dog. I try to concentrate on the shit, I really try, but No-Nose Man disarms me. Maybe it’s his non-nose. I think about him, and everything slides and seems relatively unimportant, even the shit.

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San Frediano (2013-2015), Verde Rivista

Donne pazze

1. Lezioni di yoga (Patricia)

Tutte le insegnanti di yoga che ho avuto erano donne pazze. La prima era un’americana con un viso da copertina e malgrado vivesse in Italia da anni, che avesse sposato uno di qua e che avessero pure una figlia, parlava un italiano orribile.

Andavo al suo studio in Corso Buenos Aires quasi ogni giorno perché fare yoga mi aiutava a non fumare e così dopo qualche mese eravamo diventati amici o quasi, pur senza comunicare mai, visto che io non parlo l’inglese e lei non parlava italiano. Eravamo diventati amici ugualmente perché la vedevo ogni giorno e riuscivo a capire dal suo modo di insegnare quando non c’era con la testa per le sue beghe personali, e così un giorno che doveva essere terribilmente triste e depressa, perché il suo matrimonio era alla frutta o forse suo marito le aveva detto che si sarebbero lasciati di lì a poco, e lei doveva averlo capito chiaramente malgrado i suoi problemi con la lingua italiana, un pomeriggio mi disse: vedi Simone, io lo so che tu scrivi racconti e di certo giudichi il mio italiano imperfetto, ecco ti chiederei la cortesia di fare caso a quando sbaglio qualcosa, un verbo, un sostantivo e dirmelo, magari al termine della lezione. Disse tutto questo in modo semi incomprensibile, mezzo in inglese mezzo in una lingua inventata da lei, fatto sta che io capii e le dissi: certo che sei veramente una grande maestra di yoga se hai intuito la mia avversità nei tuoi confronti dovuta al fatto che non parli la lingua del paese in cui abiti da anni, ma questo mi limitai a pensarlo e le risposi soltanto: va bene Patricia, lo farò, scandendo bene ogni parola e guardandola intensamente negli occhi.

Invece non lo feci mai, perché di lì a poco le lezioni di yoga iniziarono a saltare con sempre maggior frequenza a causa dei problemi personali della maestra e noi allievi ci trovavamo puntualmente davanti al portone sprangato a lamentarci di come facesse schifo quello studio e che la nostra insegnante non poteva farsi i cazzi suoi a quei livelli. Fu così che in molti decisero di cambiare palestra, mentre io ripresi semplicemente a fumare come un turco e ci misi anni prima di rimettere piede dentro a un altro studio di yoga.

2. Un enorme stronzo galleggiante (Ophelie)

Tutte le coinquiline con cui ho abitato erano donne pazze. Non penso tanto alla mia coinquilina tedesca Anika, che svuotò sul mio computer la pennetta Usb adducendo non so quali ragioni di spazio e solo in un secondo momento scoprì che dentro la cartella ANIKA c’era una sotto-cartella con scritto PRIVATE e al suo interno c’erano circa 100 giga di foto con le sue sessioni di sesso on line con il fidanzato Heindrich.

Senza volermi dilungare dirò solo che quelle foto zozze avevano qualcosa di inquietante e deprimente, che guardai attentamente una sola volta e poi cancellai, non perché Anika non fosse bella, ma per quel clima da morte a Venezia, tardo Impero, inquietanti sia le foto di lei che di lui, ma più quelle di lei. Quelle di Heindrich, o come lo chiamavo mentalmente la bestia bionda, erano più che altro banali, ma quelle di lei avevano qualcosa di oscuro e triste, di mobilio scadente sullo sfondo, di malato, di ombra sugli occhi, di tubercolotico, malgrado quelle pose provocanti da rivista erotica.

Ma non è questo a cui penso quando penso a coinquiline pazze. Penso principalmente alla mia coinquilina francese Ophelie, che era veramente una persona perbene e precisa e puntuale nei pagamenti e puliva sempre la casa ed era quasi nobiliare nei suoi modi e gesti e attitudini, ma poi regolarmente ogni volta che tornavo a casa e la trovavo al tavolo, in salotto a lavorare al pc, io entravo nel nostro bagno comune e trovavo ad attendermi dentro il water un enorme stronzo galleggiante. Ogni giorno che tornavo a casa questa storia.

Tuttavia per pudore io reagivo sempre come se niente fosse, tiravo l’acqua e mi dedicavo alle mie attività di igiene personale. Dopo uscivo dal bagno e la guardavo perplesso, là seduta al tavolo del salotto, sotto i suoi occhialini da precisa, e lei mi guardava di rimando, senza dire niente, abbozzando soltanto un sorrisetto. A distanza di anni mi chiedo cosa volesse comunicarmi Ophelie con quel sorriso, quale psicologia da gattino domestico, o se non fosse invece un disturbo mentale anche grave di cui sarebbe meglio fare poca ironia.

3. Solo questo (la sorella di Giovanna)

Le sorelle di tutte le fidanzate che ho avuto erano donne pazze. La sorella di Giovanna la ricordo pazza e bellissima. Le due sorelle e la madre abitavano in un quartiere a sud di Pescara, quartiere Fragolino lo chiamavano. La madre era una donna in carriera per cui non stava quasi mai a casa e tornava solo alla sera, così che prima del suo arrivo io dovevo sempre sgattaiolare via: la incrociai solo una volta e aveva indosso un tailleur, ma potrebbe darsi benissimo che questo particolare me lo invento.

La sorella di Giovanna era più grande di me di tre o quattro anni, che all’epoca ne avevo circa quindici. Vestiva sempre di nero e aveva capelli anche quelli neri e lunghi e liscissimi, e occhi truccati con eye-liner, mentre la mia ragazza Giovanna era tutta l’opposto, bionda e minuta, tranne per l’eye-liner che si metteva anche lei e che a quel tempo andava molto di moda.
Il padre era una qualche figura di cui non si poteva parlare né nominare, mi spiegò una volta Giovanna e che bastasse per le volte successive, alcolista o ex alcolista e al momento senza fissa dimora in una qualche stazione ferroviaria del centro Italia o centro Europa. Malgrado questo particolare le donne se la cavavano a meraviglia da sole e erano tutte e tre oggettivamente molto belle e autonome, ma in particolar modo la sorella di Giovanna.

Non ricordo il suo nome, ma ricordo chiaramente che all’epoca era fidanzata con il figlio di un famoso professore che insegnava storia all’Università di Roma. Giovanna mi raccontò che certe notti sua sorella e il figlio del professore uscivano a scrivere sui muri frasi del tipo: Viva Leone Trotsky! Viva Mao Tse Tung!, personaggi che all’epoca non conoscevo per niente, ma di cui andai a informarmi a grandi linee nella biblioteca della mia scuola superiore.

Non sono sicuro che la sorella di Giovanna mi rivolse mai la parola, ma ricordo che un giorno, ero a casa con Giovanna a giocare a carte per sublimare il fatto che non si scopasse mai – eravamo in cucina, a scanso di equivoci – la sorella passò senza dire niente alle spalle di Giovanna e il suo kimono si aprì mostrando il suo seno nudo. Solo questo.
Io non commentai in nessun modo l’accaduto.

4. La luce delle scale (Carlotta)

Le mie fidanzate precedenti sono state quasi tutte donne pazze. Ma la verità è che non vorrei dire nulla di male di nessuna e in particolare di Carlotta, e quindi dirò solo di come ci lasciammo, perché alla fine in qualche modo riuscimmo a lasciarci e fu una cosa veramente straziante e autolesionistica e creammo più fantasmi che il pianeta Solaris. Dirò di come ci lasciammo senza entrare troppo nei dettagli, esclusivamente quel momento finale, che ha qualcosa a che fare con la pazzia, io credo, o con il teatro, che sono poi due facce della stessa medaglia.

Stavamo là davanti alla porta della mia vecchia casa, quella casa che adesso hanno venduto dopo tutto il casino della gente morta dentro e oggi non sarebbe neanche lontanamente il caso di andare a suonare il citofono e chiedere posso entrare a vedere come è la situazione e parlare con i nuovi inquilini e dire loro che in quella casa ci ho vissuto per quasi dieci anni.

Ma la sera in cui mi lasciai con Carlotta, per lo meno da quel punto di vista, era ancora tutto tranquillo. Ricordo che era una sera di metà estate e che tutto era deciso: tra noi era finita, anche lei se ne era fatta una ragione e non restava che andasse via, non rimaneva nient’altro da fare. Ma il discorso davanti al portone si prolungava ancora in discorsi ulteriori, sempre nuovi. Oltre a questo, la luce delle scale ogni minuto che passava si spegneva lasciandoci avvolti da una completa oscurità. Tornavo a premere il pulsante di accensione della luce, mentre lei rimaneva immobile al buio, rimaneva immobile e in silenzio finché io non riaccendevo la luce delle scale e solo allora lei riprendeva a parlare, e quasi mi veniva il dubbio, nel momento in cui stavamo a mezzo metro di distanza senza vederci, che lei non fosse più là. Invece lei era ancora là, ma ancora per poco. Nei momenti di buio e silenzio era come se avvertissimo che di lì a poco quell’assenza sarebbe stata visibile, quella non presenza, o qualcosa del genere. Ogni volta dopo un minuto di discorsi inutili, discorsi che non avrebbero cambiato le cose tra noi, tornava a spegnersi la luce delle scale e noi stavamo nei nostri silenzi e oscurità, poi di nuovo riattaccavamo con discorsi a vuoto. E questo durò per tantissimo tempo, quasi un’ora io credo di luce e oscurità e sarebbe potuto durare chissà quanto. Finché il mio vecchio coinquilino Lopez uscì di camera e si offrì di accompagnarla a casa in motorino, perché la sua stanza affacciava sul vano scale e non ne poteva più con tutta quella storia.

5. Condannare e perdonare (Chiara)

Le mie amiche del segno dell’Acquario sono tutte quante donne pazze. Chiara per esempio, con cui adesso non ci vediamo né ci sentiamo più, era per certi versi una donna pazza e aveva dentro di sé questo senso del tragico dell’esistente per cui c’era sempre ciclicamente qualcuno da condannare e poi perdonare per qualcosa che aveva commesso e nello specifico quel qualcuno ero io.
Condannare e perdonare.

La cosa era stata anche divertente finché i motivi che la portavano a condannarmi erano per lo più stronzate tra amici o mezze litigate da ubriachi, ma poi un giorno arrivò nella mia vita la stella di Sigmund Freud, e così io andai da lei e le dissi: eh Chiara, ma ti rendi conto che il nostro è solo un rapporto inibito alla meta? E le spiegai tutto, così che ebbe inizio una parte della relazione non inibita alla meta.

Solo che dopo un po’ le cose scivolarono verso un piano promiscuo che lei non voleva accettare, anche perché io tendevo a non rendere eccessivamente manifesto e esplicito il tutto. E così le cose andarono in malora, e smettemmo con le nostre lunghissime chiacchierate inutili sulla vita dopo aver fumato, e in generale la nostra amicizia finì male, come sempre finiscono queste cose.
Era un Natale di tanti anni fa, io mi ricordo, le regalai un posacenere di design molto bello e indubbiamente pagato un sacco di soldi, ma fu solo quando lei lo scartò dalla confezione regalo e lo tenne in mano di fronte a me che io compresi qual fosse il vero regalo che le stavo facendo: un oggetto contundente con il quale avrebbe potuto tranquillamente uccidermi, tirandomelo in testa.

Non era pazza Chiara, era soltanto molto dura e sensibile, comunque il suo continuo processo di condanna e assoluzione si arrestò con quel posacenere di design, con cui si sarebbe potuto convertire in condanna e uccisione. Meglio così.

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San Frediano (2013-2015), Verde Rivista

Tre storie di fantasmi

1. Fantasmi di fantasmi

Le città sono interamente popolate di fantasmi. Sono le persone che non possiamo più incontrare, sono i nostri compagni di scuola, sono i nostri parenti alla lontana, sono le nostre fidanzate precedenti. Anche noi siamo fantasmi per loro e strisciamo lungo i muri per non vederli, scivoliamo sotto ai cornicioni, fingiamo una telefonata, attraversiamo il marciapiede, cambiamo direzione all’ultimo momento. Per questo motivo mio padre e la sua nuova moglie hanno scelto di trasferirsi a Londra e godersi la pensione. Niente più terribili pranzi per le feste comandate, ha detto lui, e mi sono chiesto se quel discorso avesse a che fare con me. Me ne sono fregato e per le vacanze di Pasqua sono andato a trovarli lo stesso, con la mia fidanzata Diana, che loro non sopportano. Sarà perché sovrappeso, o perché napoletana, ma a me non importa e la porto sempre con me.

L’appartamento a Elephante and Castle è confortevole e l’hanno pagato poco, per la pericolosità del quartiere forse, o per il crollo del mercato immobiliare, vai a sapere. Il pranzo pasquale è andato bene, e dopo, uscito un esile raggio di sole, siamo andati a fare due passi nel quartiere tutti e quattro insieme. Vedi, ha detto mio padre, la strada è sgombra, nessuna faccia conosciuta, ma a me non sembrava. I fantasmi c’erano ancora: erano i fantasmi dei fantasmi, era gente che assomigliava a gente che non volevo vedere, così che la dimensione, nel doppio affanno di capire se fossero i veri o i loro replicanti, era se possibile ancor più soffocante.

Le vacanze pasquali a casa di mio padre: il tempo non ha retto, la sera faceva proprio freddo. Diana ha già deciso che il prossimo anno andremo dai suoi parenti a Casandrino. Si mangia meglio e il clima è anche migliore.

2. I vecchi amici

Al lavoro presso le poste private capita di incontrare delle lettere per persone che conosco, o che conoscevo un tempo: un sollecito dell’amministratore per il mio vecchio allenatore di basket, oppure una bolletta dell’amico di mio padre con cui non parla da quindici anni. In questi casi, la cosa peggiore è che ci siano dei problemi nella consegna e io sia costretto a interagire con loro. Non è mai successo, almeno fino a oggi, quando è passata in ufficio a ritirare una raccomandata la madre del mio vecchio amico Elle.

La donna, già anziana all’epoca in cui io e suo figlio eravamo bambini, quando è entrata in ufficio mi è sembrata vecchissima. Portava con sé un bastone da passeggio, per vezzo piuttosto che per una reale utilità. Aveva una faccia ovale e vagamente da topo, pur senza essere una brutta donna. Da giovane non doveva essere stata una gran bellezza, quello no, ma con la vecchiaia il suo viso aveva trovato una certa grazia. Io ho pensato solo: chissà se mi riconoscerà, se ci sarà da affrontare tutto il complicato discorso sul mio fallimento, tutti quei discorsi di circostanza sul tempo che passa e in generale un discorso emozionale sul posto di lavoro, che è la cosa che più odio al mondo. Perché i piani devono restare separati e se si mescolano non ne può uscire proprio nulla di buono.

«Sono qui a ritirare la mia raccomandata», ha detto la madre di Elle, con quella sua voce da maestra delle elementari, buona ma decisa, rivolgendosi verso nessuno in particolare dentro l’ufficio.
Allora la mia collega più giovane si è alzata e le ha detto: «Prego Signora, mi servirebbe un documento» mentre io restavo incerto se continuare a fare finta di nulla o intervenire. Ed è stato allora che mi sono detto: ma perché mai? Quand’è stato che ho iniziato a farmi tutti questi problemi?
E così sono uscito da dietro la mia scrivania e sono andato incontro alla donna.
«Signora Elena,» le ho detto, «si ricorda di me? Sono Simone Lisi, l’amico di suo figlio..»
Lei dopo un momento di sospensione mi ha guardato fisso e ha detto: «Certo che mi ricordo, come potrei dimenticare? Tu uccidesti mio figlio, buttandolo nel lago. E vieni a chiedere se mi ricordo di te?»

I miei colleghi hanno smesso di fare le loro cose e sono rimasti in silenzio. La collega giovane che forse mi ama ha appoggiato la raccomandata della donna sul tavolo e ha parlato: «È qui che deve firmare». Io ho guardato la madre di Elle e ho detto: «Signora ma che dice? Suo figlio si è trasferito a Madrid, ogni tanto ci mandiamo qualche cartolina, ci scambiamo gli auguri per Natale e i compleanni, perché dice che l’avrei ucciso?»
«Ti sbagli, Elle è morto e sepolto. Non mi stupisce che tu l’abbia dimenticato, ma io no, lo ricordo bene. Ti ho riconosciuto immediatamente quando sono entrata nella stanza e ho pensato: chissà se farà finta di niente o verrà qui a dirmi qualcosa. Eccoti, maledetto».
«Signora, non capisco. Io e suo figlio da bambini eravamo buoni amici. Poi ci siamo un po’ persi di vista, è vero, è passato il tempo, ma ogni tanto ci sentiamo ancora. Forse non quest’anno, ma sono sicuro di aver ricevuto suo notizie l’anno scorso».
«Mio figlio è morto. Vedi questa raccomandata che sono venuta a ritirare? Contiene alcuni documenti che possono fare finalmente giustizia per l’uccisione di Elle. In questa lettera, adesso non c’è più motivo di mantenere la riserva, c’è la prova definitiva della tua colpevolezza».

La mia collega giovane ha interrotto la donna e le ha detto: «Signora mi scusi, ma c’è un problema…»
«Che problema?» ha detto lei.
«Vede, la raccomandata non è destinata a lei, ma a Elle Erre. Per ritirarla le servirebbe una delega, altrimenti non potrò darle la lettera».
«Non è possibile» ha detto la madre di Elle, alzando la voce, che tutti nell’ufficio sentissero. «La lettera è per me, e io non ho nessuna delega, mio figlio è morto, come pretende che io abbia una sua delega?»
«Guardi, qui c’è scritto un altro nome, non corrisponde. C’è un regolamento» ha detto la mia collega che forse mi ama, «per ritirare la raccomandata le serve una delega, oppure se la persona è deceduta, come lei dice, un foglio, una documentazione che attesti che lei è chi dice di essere. Mi spiace ma funziona così, esistono delle regole e non le ho decise io e queste regole, che a volte sembrano assurde, garantiscono il corretto funzionamento del sistema. Se ora io le dessi questa lettera metterei a rischio il mio lavoro, lei di certo capisce.»

«Ma la prego signorina» ha piagnucolato la madre di Elle, curvandosi sul bastone e rivolgendosi alla giovane, «questa lettera è davvero molto importante, è l’unica cosa che mi resta di mio figlio: senza questa lettera io sono una donna finita».

Allora sono intervenuto perché mi sentivo inutile. Ho guardato la mia collega e la vecchia e ho detto: «Va bene Vanessa, dai pure la raccomandata alla signora, garantisco io per lei».
Così la madre di Elle ha firmato e ha preso la sua raccomandata, ha firmato sul retro il contrassegno di avvenuta consegna, che io ho provveduto personalmente a spuntare e archiviare. Poi è uscita in silenzio dalla porta a vetri e noi ci siamo rimessi a lavorare. Era quasi l’ora di chiusura e c’era ancora molto da fare.

3. Dettato

Ho chiesto di nuovo ad Angela, la mia collega napoletana, se ha qualche storia di fantasmi da raccontare, perché la data del reading si avvicina e io non ho né tempo né idee.
Lei ha interrotto per un momento il suo battere di mani su tastiera senza sosta e ha detto: Storie di fantasmi? Sì, esatto, tipo quella dell’altra volta, andava benissimo.
Ma quale dici, quella di Eduardo?
Ma no, non quella, quella della sorella morta, quella là, dico sporgendomi dalla scrivania per capire se l’argomento può essere affrontato con leggerezza o se invece no, se a posteriori la cosa ha assunto contorni per cui è meglio non fare ironia.
Ma sono io che faccio la maggior parte della mia stessa preoccupazione, come spesso accade nella vita.
Allora lei ci pensa e poi mi fa: Una storia in effetti ci sarebbe.

Angela.
La mia collega Angela, con cui passo più tempo che con la mia famiglia, che con i miei amici, che con la mia stessa fidanzata focomelica di nome Paola.
La mia collega preferita, napoletana, con due figli, un marito ovviamente Ciro, tutti quanti a dieta, lei con i suoi problemi di scoliosi. È la vita, la scrivania, l’ufficio che ci fa questo effetto, ci rende pingui, ci rende animali da tavolo, ci rende batterici, ci rende osservatori, attenti alle ombre che strisciano ai lati del campo visivo, alle conversazioni telefoniche simultanee che si svolgono in due stanze attigue.

Angela.
Allora, questa cosa è accaduta al cugino di mia madre. Il cugino che si era trasferito a Milano con la moglie. Stavano in un palazzo davanti a una coppia di gente del posto. Un giorno questo loro vicino di casa muore e la donna rimasta sola si trova a dover affrontare le incombenze di ogni giorno. Non sapeva neanche come fare a pagare una bolletta, non conosceva nemmeno il numero del suo conto corrente. Non sapeva fare niente.

Allora il cugino e la moglie andavano di là dal pianerottolo a vedere come stava e a dirle ti serve una mano, ti possiamo aiutare, una qualche commissione, o semplicemente a consolare i suoi pianti. Fu allora che la vedova raccontò che a volte le veniva come da scrivere qualcosa e il suo braccio scriveva cose su un foglio. Il numero a ventisette cifre del conto corrente, ad esempio. Oppure altro: piccole frasi di senso compiuto, con indicazioni su come fare una certa operazione, dove si trovava un certo documento, o il contatore dell’acqua o del gas. Ma non era lei a muovere la mano.

Il cugino emigrante e la moglie pensarono si trattasse solo di una certa confusione per il lutto recente, un modo come un altro di non pensare, di delocalizzare, di spostare un dolore, una sindrome da arto mancante, ma alla rovescia, rilocato e ipostatizzato in parole su carta.

Ma non era questo. La donna era come trascinata via da sé e quel braccio furioso, quello scrivere testi come in una visione o guidati da qualcuno altro, era il fantasma del marito, che continuò a muovere la mano della moglie finché rimasero questioni irrisolte, bollette, fideiussioni, bollettini, fogli da firmare. E poi, così come era comparso, scomparve per sempre.

Angela conclude il racconto didascalica, continuando a inserire dati dentro al computer, senza interrompere il movimento delle mani, senza distogliere lo sguardo dallo schermo e io annuisco e commento, ma piano, senza smettere di tasteggiare e senza distogliere gli occhi dallo schermo. Anche noi siamo presi da un fantasma, che è il lavoro di oggi, da queste ore al computer, da queste scrivanie e sedie che non ricordano la forma dei nostri corpi, ma noi sì, che le ricordiamo.

Poi una volta tornato a casa accendo di nuovo il computer e scrivo questo testo. C’è ancora un fantasma che volteggia sopra di me. Guardo quelle che sembrano essere le mie mani, si muovono da sole sulla tastiera, scrivono qualcosa ma io non so cos’è. È un finale didascalico, come forse piacerebbe ad Angela.

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