Scrittori Precari, Spagna (2009-2011)

Tornando a casa, o come divenni scrittore

Faccio la strada per tornare a casa con Nati e Camille. L’allungo, la strada: loro vanno in Triana mentre io sarei già arrivato. Allungo la strada e le espadrillas, che a noi italiani suonano così spagnole ma che qui chiamano esparco, mi si impregnano d’acqua perché lavano le strade, la notte, a Siviglia, e le suole sono di corda, e quando arriverò a casa (perché a un certo punto si torna anche a casa) saranno dure e pesanti per tutta l’acqua assorbita semplicemente camminando, andando, tornando a casa. Continua a leggere

Standard
San Frediano (2013-2015), Scrittori Precari

Gli scrittori del C.N

Caro Liguori,

Come stai? Spero tutto bene. Sono tornato in città dopo alcuni giorni. Abbastanza di buon umore, per il calore incamerato nel mare di Settembre e per un piccolo regalo che ho ricevuto dal destino. Se destino e regalo suonassero davvero concetti troppo seri, diciamo solo di buon umore per una cosa che mi è capitata, un piccolo testo anonimo trovato proprio ieri sera, accartocciato in un angolo, nei bagni del Caffè Notte. Un raccontino canaglia che mi ha fatto sorridere per un minuto e che adesso ti trascrivo di seguito, sperando di farti cosa gradita e magari un mezzo sorriso anche a te.
Mi viene il dubbio, mentre ti scrivo questo preambolo, di come tutta la vicenda del testo anonimo possa risultare un po’ letteraria, un po’ manzoniana o, peggio ancora, ma è andata proprio così come ti dico. Non ho motivi di mentirti, e del resto non condivido una sola parola di quello che segue.

Gli scrittori del CN lavorano la sera ai romanzi del futuro. Il CN, oltre a essere ciò che qui li definisce come scrittori, sarebbe un bar. Gli scrittori del CN siedono a un tavolo che di regola è sempre il solito: sulla destra, entrando. Un giorno ci sarà, è possibile, una targhetta, come sulle panchine a New York per i morti, e si leggerà: È qui che sedevano gli scrittori del CN ed era il duemila e rotti. Non dico una statua in bronzo a grandezza naturale che li raffiguri, sarebbe contraria alle logiche commerciali del locale, ma una targhetta è sicura.
Questo per spiegare a grandi linee a chi non è del posto, o per avvertire quelli che, dopo aver letto, vorranno vedere di persona. Se entrate al CN e non volete incrociare lo sguardo degli scrittori, il mio personale consiglio è: occhi puntati sul bancone, oppure verso la saletta alla sinistra.

Comunque. Gli scrittori del CN lavorano la sera ai romanzi del futuro non tanto per farsi vedere da chi entra nel bar o perché di pomeriggio sono impegnati in altri lavori meno letterari, come sarebbe facile credere, bensì perché trascorrono i loro lunghissimi pomeriggi a masturbarsi – fino a tre o quattro seghe a pomeriggio – e ciò avviene senza che nessun genitore o coinquilino o fidanzata li disturbi mai, essendo questi ultimi fuori a lavorare. La sera poi i genitori, i coinquilini e le fidanzate tornano stancamente alle loro case, al che gli scrittori si recano al CN dove finalmente lavorano ai romanzi del futuro e definiscono il loro status di scrittori del CN.
Talvolta riesco a sentire alcuni dei loro discorsi, dal tavolo vicino. Sono discorsi in cui accennano a un certo mal di schiena, dovuto, adesso lo sappiamo, allo sforzo prolungato, oppure tratteggiano con poche, ma incisive parole una giornata particolarmente afosa, che non ha agevolato il loro pomeriggio e le loro pratiche.
E questa è la ragione per cui gli scrittori del CN scrivono di sera. È così, cari amici che ogni volta che andiamo lì vi lamentate dicendo “ma dimmi te perché uno deve trascorrere la sera con il suo Mac Book dentro al CN e scrivere romanzi del futuro invece di stare, come tutte le persone normali, con una birra in mano e una sigaretta infilata penzoloni in bocca”. Bene, adesso amici lo sapete e quindi basta. Fatela finita con questa storia del narcisismo (vergogna, avete perfino studiato filosofia, e ancora usate certe parole), passate ad altri pensieri, passate alle vostre birrette e alle vostre notti, senza star sempre là a interrogarvi sulle giornate degli scrittori del CN.
La mattina, mi chiedete ancora… Bene: la mattina essi dormono. Contenti? Adesso, vi prego, usciamo da questo bar; è estate, fumiamoci una sigaretta. Vi va? Arrivare fino alla Piazza in fondo alla via sarebbe già un buon segno per capire come siamo messi. Vi pare? Va bene, la via è lunga, la piazza ampia, restiamo qui ancora un po’, davanti al CN.

Il testo si conclude a dirla tutta con una serie di bestemmie che ho omesso perché le trovo del tutto superflue e anzi sintomo di una scrittura incerta, di una personalità che soffre di dinamiche di esclusione e vittimismo, oltre che un narcisismo spiccatissimo, insomma sullo stile, lo vedi da te caro Liguori, non c’è molto da dire e forse l’idea era anche buona, ma come è evidente non è stata sviluppata in maniera adeguata. Tutto questo del resto non spetta a me dirlo, quanto semmai a te, che lo fai di mestiere e che magari troverai in questo anonimo qualcosa di buono e ti prenderai la sua causa a cuore, come talvolta fai tu, se mai riuscirai a scoprire chi sia, cosa che del resto accade sempre.
Resta un ultimo dubbio, superfluo mi dirai, che mi accompagna in questa mattina, e cioè come faccia l’anonimo a sapere il modo in cui gli scrittori del CN trascorrano le giornate: intendo la trovata della masturbazione ossessiva. Lui scrive in effetti, in un passaggio, di sedere a un tavolo vicino a loro, pertanto potrebbe forse averne sentito la confessione. Ma io sospetto che ci sia dell’altro. Che l’anonimo stia rivolgendo un duplice appello: da un lato chiedendo aiuto per la sua incapacità di stare solo in una stanza con un computer senza scoparci; dall’altra è possibile che con quel testo lievemente provocatorio l’anonimo chieda di essere accettato da quelli del CN, non so, forse semplicemente cacato di striscio da qualcuno. Non so risolvermi. Cosa ne pensi? Con questo dubbio ti saluto: Hala subcomandante, ti scrivo presto.

Standard
Scrittori Precari, Spagna (2009-2011)

Esta-The alla pesca

Per quanto a oggi il dualismo sia (o possa dirsi a ragion veduta) qualcosa di superato dal nostro spensierato pensiero post-moderno, solo pochi anni fa dominava il mondo, e in particolare la mia amata provincia.
Sorseggiando oggi semi-sdraiato un Esta-The al limone ho rivisto chiaramente i blocchi contrapposti della mia giovinezza, quando il mondo e questa provincia natia si lasciavano decifrare dal mio cuore semplicemente nella distinzione tra Esta-The al limone, appunto, e l’odiato e fin troppo dolce rivale: l’Esta-The alla pesca.

Niente a che fare con le varianti mostruose dei tempi d’oggi: Esta-The Verde, toccasana per la circolazione cardiovascolare, Esta-The Deteinato, per gli ipertesi, immagino, o altri target a me incomprensibili. Il mondo duale di un tempo si definiva dunque per macrocategorie inconciliabili tra loro quanto lo sono appunto un limone e una pesca. Le personalità umane si plasmavano ― ora tutto ciò risulta incredibile ― in relazione a quella semplice scelta, che non lasciava esclusione e scarti. Si potrebbe riflettere sul perché di quella scelta fondativa, sui condizionamenti che avevano spinto una personalità a pendere per un lato o per l’altro e tutte le conseguenze che una tale scelta avrebbe comportato sullo sviluppo di quella personalità, ma sono costretto ad ammettere i miei limiti nel capire e descrivere questi recessi, e quindi lasciar perdere.
Non so cosa fu a portarmi sulla via del Limone, con la sua etichetta gialla, e al mio conseguente rifiuto della via della Pesca e del suo colore arancione. I fatti che a questo preambolo ― si dirà: inutile preambolo ― seguono, e che ora riporto, mi furono raccontati anni fa, ma sembrano decenni tanto le cose sono cambiate: oggi riemergono mentre lascio cadere la cenere di una sigaretta dentro il brik di Esta-The al limone finito. Semper fidelis. Ma la storia riguarda l’altro mondo, quello di falsità e menzogna che era (ed è) il mondo dei bevitori di Esta-The alla pesca. Mi fu raccontata a una penosa cena di coppie in un lussuoso ristorante del centro di… Lei e lui sedevano di fronte a me e a questa mia fidanzata giovanile, i due erano (e chissà forse sono ancora) chiaramente amici di lei e non amici miei e io mi ero prestato a quella cena ridicola solo per la bellezza stolida dell’amica della mia fidanzata. Non è nobile da dirsi e non me ne vanto, anzi, è terribile, ma anche quella cena lo era, e del resto non sono e non erano tempi particolarmente nobili. Niente di nuovo a ogni modo, in una formula: Totem e tabù. E in fondo noi troppo giovani per cene di coppie, tra coppie, la noia mortale, lo scimmiottìo di sistemi ereditati e fallimentari e noi ancora non in grado di riplasmare secondo i nostri nuovi modelli e le nostre esigenze.

F., il ragazzo di lei, quindi il mio doppio, raccontò di un pomeriggio assolato in un bar di provincia (che io immaginai più simile a una casa del popolo), di un pomeriggio noioso quanto lo era lui. Ma in quel pomeriggio accadde che un tale conoscente, un suo amico, ordinando un Esta-The alla pesca per dissetarsi, o forse per abitudine, perché come è noto l’Esta-The alla pesca non disseta affatto, si trovò a succhiare a vuoto nella cannuccia: non saliva niente. Sempre con la cannuccia praticò allora dei piccoli fori fino ad aprire una circonferenza nel brik e poter vedere il contenuto (che pure qualcosa doveva esserci dentro, visto il peso). Dentro il brik, così raccontava F., c’era una piccola pesca, mostruosa, incastonata nei bordi rigidi dell’Esta-The. Qualcosa che mi fece pensare, ora ricordo bene, ai piedi fasciati dei cinesi, o ai colli costretti dentro le file di anelli degli africani. Il tale, l’amico di F., si rivolse agli amici, tutti come lui bevitori di Esta―The alla pesca di lunga data suppongo, cercando aiuto e comprensione; ma nessuno aveva mai visto niente del genere. Infine si rivolsero al barista, un vecchino che ne sapeva meno di loro.

F. concludeva quella storia ripetendone l’assoluta autenticità, pur consapevole di come ciò potesse risultare inverosimile ai nostri occhi scettici. I nostri commenti furono appunto scettici, e io pensavo solo che erano le classiche fandonie dei bevitori di Esta-The alla pesca, mentre continuavo a osservare la sua ragazza così bella che mangiava così bene, guardandomi di tanto in tanto a sua volta, un sorbetto al limone.

aprile 2010_II 032.jpg

Standard
Scrittori Precari, Spagna (2009-2011)

Concerti

Forse è venerdì e forse avrò un certo bisogno di uscire. Forse chiamerò ogni numero chiamabile della lista dei numeri da chiamare e forse non mi risponderà nessuno. Forse avrò la tentazione di tornare a casa, ma forse non lo farò, e opterò per il concerto dei Blonde Redhead: li ascoltavo a Siviglia in inverno. Forse per chiudere l’ennesimo cerchio.
Forse percorrerò in motorino via Pistoiese, che ricordavo più corta, e farò la fila da solo mentre dentro iniziano la prima canzone. Ciò che invece non è in forse è lo svolgimento del concerto, che suo malgrado sarà anche commovente almeno per un momento e si ripeterà uguale a tutti i concerti della mia vita.
È il contesto, l’estrinseco, che mi affossa e a volta mi diverte anche. Allora ci sono io tra la folla ed è indubbio che arriverà un uomo coi capelli lunghi, alto e piazzato, e si metterà davanti a me. Lo accetterò perché, pur non avendo i capelli lunghi e non essendo così alto e robusto, comunque potrei fare altrettanto senza rendermene conto. Allora resto a guardare la sua nuca e mi va bene, se non che lui molto spesso si tira in avanti e lancia i capelli indietro, i suoi lunghi capelli ben tenuti che lava col balsamo. Profuma di pulito, ma questo è eccezione.
Poi succede che me lo ritrovo non più esattamente davanti, ma un po’ sulla destra, il che mi dà modo di osservare nuovi scenari. Il che non è propriamente un bene. Sulla mia sinistra c’è un tale, romano?, del sud? ― da Firenze in giù è Africa ― che balla in maniera molto esagerata, o almeno così sembra a me, per un concerto di musica rock colta o rock riflessiva, e che attacca discorso con chiunque ci sia intorno e sia donna. Anche questo è un topos che si ripete ogni volta. Alza le mani, fa dei versi che a parer mio sono ridicoli, ma si sente molto a suo agio e socializza, anche se in effetti non potrebbe, ché un concerto è un atto individualistico, ma questi sono punti di vista. Diciamo che contesto solo il suo stile. Non sento cosa dice, e questo è un bene. Ci prova con questa tizia, che ha il suo ragazzo che osserva, ma forse è il suo quasi-ragazzo e finisce che i tre si mettono a ballare, alla mia sinistra, tutti e tre insieme, ballando una musica immaginaria che solo loro possono sentire. Questo mentre il tizio alto e robusto sulla destra con i capelli lunghi muove la testa in su e giù come a un concerto heavy-metal. E la cantante giapponese dei Blonde Redhead sussurra che tutto è sbagliato. E questo accade sempre.
La scena di solito finisce con un tipo che mi viene direttamente davanti frontalmente, con occhiali da sole verdi o rossi, cappellino e fischietto in bocca, che mi guarda, mi disapprova?, e fischia nel suo fischietto, un fischio lento e continuo. Poi si accendono le luci e il concerto è finito.

Standard
Malta (2011-2012), Scrittori Precari

Irritazione e Scrittura. Riflessione sul tempo in generale, notturno in particolare

Scrivo qualcosa dopo aver perso miseramente due partite a scacchi contro il computer, è notte: perdere tre partite a scacchi contro il computer mi crea irritazione e capisco, o forse mi racconto, che ciò non significa che sia per forza un cretino. Sono stanco. Sono stanchissimo e per questo perdo contro il computer a livello sei. Le cose dopo, quando la smetto di insistere a scacchi, dopo un suo splendido scacco matto, non migliorano. Spengo il computer, ho lasciato il cavo di alimentazione di là, al buio, dove Diana sta dormendo, e allora vado, mi trascino di là cercando di fare meno casino possibile per non svegliarla o almeno non disturbarla troppo. Lei si sveglia. Torno in cucina e mi metto a riguardare cose scritte che suonavano bene oggi, nel pomeriggio, e ora sono tutte storte, contorte, in una parola: sbagliate. Allora mi metto nella penosa pratica di pulitura e quando rileggo mi sembra che tutto abbia perso, se possibile, ancora qualcosa. Sono stanco, non dovrei mettermi a pulire quando sono stanco e ho perso miseramente contro il computer, sempre per colpa della stanchezza. A volte decido di localizzare il problema nella stanchezza, a volte nel pulire in senso ampio, oppure ancora sulla scarsa soddisfazione che dimostra il computer nel battermi a scacchi. Decido di localizzare il problema nella scrittura, nell’impossibilità generica di capire quando un testo è a posto e non va toccato più. Un saggio giapponese mi tirerebbe fuori la storia degli haiku, mi addormenterei dalla noia. Gli direi, come un tempo: quando finiscono le cose? E lui mi guarderebbe e mi direbbe: ma vedi, Simone, non c’è nessuna cosa. Diana e io penseremmo ad Occidente e ci guarderemmo negli occhi, le prenderei la mano sopra il tavolo e ci diremmo che le cose non finiscono mai. E quindi i testi che scrivo non li finirò mai di pulire, a meno che non nascano già puliti e poi non si tocchino più. È questo che pensavo quando dicevo che l’essere, maiuscolo, è essenzialmente infrazione? Non so. Sono stanco, non so di che parlo. Allora forse, se l’essere, maiuscolo, è infrazione, e ogni nascita un aborto mancato, quello che ora dovrei fare è tener premuto il tasto canc, tenerlo premuto a lungo, ma nemmeno eccessivamente, ché quattrocento parole fanno in fretta a cancellarsi. L’essere come infrazione è una cacata, è pieno di morale, e vorrei a tornare alla perfettibilità dell’essere. Che ciò che è, per il fatto che è, è perfetto. Non può essere altrimenti. Diana, se non dormisse, mi guarderebbe negli occhi e mi direbbe che non si può saltare così da un opposto all’altro. Me lo direbbe un po’ preoccupata. Hai ragione, Diana. La faccio talmente semplice, anzi, la faccio inutile, la riflessione. È ancora agosto, che ha questa capacità negativa, sul finire, di rallentare. Sono le due e ventisette ma io non trattengo il tempo, scrivendo che sono le due e ventisette. Non lo trattengo, non lo eterno. Goethe direbbe: Attimo! non te ne andare, sei così bello. E io lo scriverei nella Panda del padre di Silvia, una sera di non so quali tempi passati, ubriachi in giro per la città. Il padre di Silvia la mattina dopo sarebbe andato a lavoro con quella scritta sul parabrezza, e anche allora l’attimo, anche allora, sarebbe passato. Adesso, che la storia acquista un quasi senso, alias giustificazione di esistere, forse, mi metterò a rileggere e pulire quello che ho scritto fin qui, e questa pratica durerà per chissà quanto. O forse lascerò perdere, solo rileggere e poi andare in un posto più comodo di questo a leggere Lowry.

Standard
Malta (2011-2012), Scrittori Precari

Preparare una tesi in filosofia

Tutto, nel libro di Girard, mi parla, tranne il libro stesso.
La scheda di prestito di Claudia, compilata un anno fa, con la sua scrittura che posso riconoscere. Posso quasi intuire il momento esatto della sua vita in cui compilava quella scheda del prestito bibliotecario, e la sua storia personale, e quella sua storia personale in relazione a Nicola, e quella in relazione a Firenze e a tutto ciò che a Firenze è relazionato. Posso anche riflettere sul perché di quella scheda abbandonata dentro al libro, sul perché quella scheda, rosa, che adesso hanno fatto, dopo decenni di schede rosa, di un bianco impersonale, asettico, sia lì, nel libro di Girard, dal momento che non ha senso che sia lì, ché la scheda di prestito esclude il libro, ché quando si prende un libro in prestito quella scheda rosa (o bianca) si dà e resta alla biblioteca, ai bibliotecari e ai loro archivi, e non resta dentro al libro. Si potrebbe pensare che forse, Claudia, questo libro non lo prese mai in prestito, ma solo si limitò a pensare di prenderlo, e quindi di leggerlo, per quella sua tesi in filosofia che poi non avrebbe scritto. Eppure, anche se questa è certamente la risposta più probabile, sospetto che Claudia quel libro in prestito lo prese, e forse in parte lo lesse anche, ma certamente non tutto, vista la sua storia personale, e quella in relazione a Nicola, e quella in relazione a Firenze, e al suo scrivere e soprattutto non scrivere la tesi. Io sospetto che lo prese, quel libro, e che poi passò giorni interi a sfogliarlo e a dirsi, a ripetersi di leggerlo, e infine a non leggerlo. E quella scheda lì dentro, abbandonata, rappresenti piuttosto una volontà, sempre differita, spuria, di rinnovare quel prestito, per quel libro che non aveva letto e che non avrebbe letto e non avrebbe usato mai per quella sua tesi in filosofia, quella non tesi. Oppure posso al contrario pensare che l’abbia letto e abbia infine fatto una copia ulteriore della richiesta di prestito per lasciare una prova tangibile, anche se di una tangibilità fragile, del suo passaggio da Firenze, da quel momento, da quella vita, una prova della sua relazione con quel libro e con le altre cose già dette. Basterebbe chiamarla e chiedere, ma non lo farò.
Ad ogni modo, nel libro di Girard si parla, se poi ho capito bene e se ricordo bene, dal momento che sono giorni che evito di aprirlo ma continuo a portarlo in giro e fare altro, tipo leggere romanzi (Sotto il vulcano). oppure opere di teatro (Amleto) che mi sono reso conto improvvisamente che sia urgente e doveroso leggere e che non posso aspettare ancora, insomma, dicevo che nel libro di Girard si parla, nel capitolo primo, del duplice valore del sangue, del valore sacrale e al contempo impuro e contaminante. Il sacro, ci ricorda René Girard, è la violenza. Ma se, ancora, il libro mi parla, è solo perché quelle pagine sono macchiate di rosso: si direbbe che siano proprio gocce di sangue, quello stesso sangue di cui sopra, e io allora mi chiedo di chi sia quel sangue, se sia o meno una casualità, una taglio in un dito, o sangue dal naso, o sia piuttosto un qualche messaggio per me, per Claudia o per chiunque altro tenti di scrivere la sua tesi in filosofia su Girard e che invece si arena per svariati motivi di cui adesso non ha senso discutere

Standard