Concerti al Volume

Flavio Giurato @ Volume

Giurato, Volume, Firenze, simone lisiFlavio Giurato, a non sapere né leggere né scrivere, mi ricordava le Luci della Centrale Elettrica, con la differenza che lui era bravo. “Centocelle” gli usciva fuori benissimo ed era un mezzo miracolo; forse la migliore interpretazione di sempre. Se Flavio non si ricordava più i testi delle sue stesse canzoni, c’era uno nel pubblico che li ricordava per lui. Gioacchino Turù si metteva a fare le foto col cellulare, e allora voleva dire che le cose stavano andando bene: era come ammettere di dover filtrare con lo strumento.

Poi lo svolgimento della serata un po’ si sfaldava in una favola senza capo né coda e Flavio cantava “Walterchiari” per recuperare e far contento Damiano, seduto in prima fila. I pezzi dell’album nuovo occupavano la sua mente: sillabe mistiche, i pazzi, Majorana in traghetto da Napoli a Palermo. Alternava la sua dizione pulitissima con un romano sbiascicato: interruzione tra vernacolo e vernacolo, tra poesia e poesia, tra spiegazione di come si lancia una palla da baseball, come la lancerebbe un interno, in cosa consiste un lancio “full extension”. Perché ci raccontava quella storia? Non chiarissimo.
Poi diceva: Facciamo una pausa?
(Flavio non lo sapeva che le pause ai concerti non si fanno, mai, che la vita non ne contempla, di pause, ma poi mi dicevo anche: ma questo che vuol dire, che importanza ha?)

Uscivamo tutti fuori a fumare le sigarette, anche i due ragazzi che lo accompagnavano con il basso e il tamburo e che sorridevano sempre (sembravano i due aiutanti di K. nel Castello, e quando prima del concerto gli avevo parlato di qualche cosa super scontata romana tanto per trovare un appiglio, loro non avevano letteralmente idea di cosa io stessi dicendo), mentre uscivamo fuori a fumare già partiva dentro al Volume una musica del presente. Il concerto era finito.
Io pensavo di sfuggita che era assurdo e un peccato che lui non fosse riconosciuto tra i maggiori cantautori italiani, come un Dalla o un Battisti. Meglio per lui, perché sarebbe stato morto.
Poi erano le due. Andiamo a dormire, gli dicevo, ti cambio le lenzuola. Ma no, ma lascia stare, rispondeva lui, e grazie di ospitarmi.

Quando poi alla sera tornavo a casa dopo la giornata in ufficio, Flavio Giurato aveva lasciato il letto rifatto.

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