Concerti al Volume

Gioacchino Turù e Vanessa V. ovvero il santo che voleva acqua

Gioacchino Turù, Vanessa, Simone lisiGiacomo viene da Ivrea, lo dice sempre. Ti parla di Olivetti come se non te ne avesse mai parlato, ma te lo ha raccontato anche la volta prima. E’ vero, che glielo avevo domandato io. Giulia viene da Fortezza, credo, un posto lievemente più a nord ancora di Bressanone che già era parecchio, a Nord. Si sono trovati a Firenze, ma su questo incontro ci sono varie storie, varie ricostruzioni e siccome di non apocrife, ho solo la versione di Giacomo, non ne dirò una riga. Hanno fatto un primo album che era improducibile, impubblicabile, perché conteneva bestemmie e riferimenti a atti innominabile. Era un bell’album rotondo e io ne ho una copia da qualche parte su una pennetta usb, una copia senza i titoli delle tracce e c’erano canzoni capisaldi della cultura turuttica, tipo Sposa Sposata, o traccia 15 e altre, dove si parla di assassini, rumeni, froci. Il secondo album, Il crollo della Stufa Centrale è attualmente oggetto di culto. Ormai introvabile raggiunge somme stratosferiche su ebay o al mercato nero, comunque lo dico se qualcuno è interessato io ho una copia e la vendo, contattatemi in privato.

Detto questo, detto che Giacomo viene formato ad essere uomo che significa bukkake nel bosco da parte degli anziani del gruppo, viene formato dicevo nella Berlino d’Italia, Ivrea appunto, dove seppur il più piccolo e con minor talento, partecipa al progetto StuproBrucio Records, dove impara l’ABC, anche questo me lo sono levato.

Detto questo Giulia e Giacomo hanno suonato al Volume ieri sera, che prima ero stanco della giornata e poi mi rilassavo. Hanno suonato i primi venti minuti molto bene, anche se Giacomo avrebbe scazzato la prima traccia eseguita, quella dove si fa riferimento ad un Icaro in caduta libera, bambini che pisciano sul sole, dei sassi nelle tasche, una citazione esplicita a un pezzo minore di Jovanotti il quale sarebbe insieme a Jean-Paul Sartre il referente culturale dei due. Comunque. Malgrado la prima traccia andata così così, poi tutto si è innalzato e io pensavo che questi martedì passati fossero poi stati solo un grande preludio a quel momento là, in cui Giacomo riusciva a conquistare gli americani, seduti in prima fila, quel momento là in cui Giulia cantava, che suonava il piano accanto a lui, che tornavano ad essere una di quelle coppie che una mia amica segno zodiacale pesci avrebbe parlato di loro come una sorta di pieno orientale, ecco, c’è stato un momento e il momento si è prolungato una ventina di minuti e ha raggiunto un’apice esplicito con quel pezzo che si chiama De LaVega, così i Turù andavano a caccia di elettronica e Giacomo ballava come un bonobo e Giulia aveva fatto qualcosa ai capelli, che davvero posso aver pensato ad Hegel, un momento sintetico, capito, al sorriso di Diana e quello di Lapo e Silvia e quei due minuti dei dieci totali di felicità che lui aveva scelto di sacrificare su un tappetto elastico nella giornata di pasquetta. Poi qualcosa si è rotto e io non so cos’è stato, i pezzi nuovi erano finiti e loro tornavano ai vecchi pezzi circoli di ripetizione, senza che questo gli desse troppa voglia, che già erano scivolati avanti rispetto a là. Dopo il concerto era finito e le tanto annunciate cover dei Joy Division erano barattate da quella classica di Tiziano Ferro, riferimento sessuale di Giacomo, così il concerto finiva e si accendevano le luci su quella sala piena, incredibilmente.

C’era ancora tempo per guardarci negli occhi, rimasti da soli dopo che la sala era stata così piena, portavo Diana a casa, con il mazzo di chiavi unico, poi Neri se ne andava con due tipe, ma quella era un’altra storia ancora. Come non ricordare quella mia domanda, panni appesi ad asciugare in una corte, mentre due ragazze ripetono Cartesio e io non sento la lezione, perché nelle orecchie ascolto un loro pezzo tragico del passato, se fossimo a Parigi ti porterei in bici, e mi viene da piangere, se non dovessi finire di scrivere qui e poi andare a lavoro e mi ha pure telefonato Lapo e ha interrotto il flusso creativo, ma sono questi tempi qui, sono tempi fortunati. Ma dicevo di me, grande assente di questo pezzo ingiustificatamente buono verso due musicisti che a me piacciano molto, dove sono io? Mi domando, e Diana è gelosa e dice che sono innamorato di loro ed è vero, ma in un certo senso. Comunque io ormai sono diventato un giornalista completo, che si informa, studia, si prepara prima del concerto e sempre quel quadernino che all’inizio dei miei pezzi non esisteva nemmeno, era un quaderno ipotetico, letterario, quello di cui parlavo, ma poi ne ho preso davvero uno a casa e c’ho scritto sopra delle cose e ora lo tengo nella tasca (è così che funzionano le cose: prima per finta, poi succedono, così che ci si addormenta la sera, si finge di dormire, dopo ci si addormenta), comunque dicevo di me, me che facevo la domanda del secolo ovvero se i loro concerti fossero poi metafora del loro rapporto, se da quei concerti specifici si potesse capire come stavano loro e mi sembrava davvero di aver fatto la domanda più intelligente della storia, ma era la mia solita domanda del cazzo, ma non è questo che voglio dire, non è questo il punto, ma il punto di tutto questo preludio, affresco, di quel mio discorso era invece parlare della risposta dei due, alla mia domanda, la risposta di Gioacchino e Vanessa e la risposta dei due era:

Giulia: No

Giacomo: Beh, sì.

Era di nuovo mercoledì e io pensavo a questo nostro costeggiare l’alcolismo, sudare freddo a lavoro e tisane depurative al mattino: come se niente fosse. Al bar della mattina avrei sorpreso tutti con quel the verde e non il consueto mezzo litro di caffè americano.

23 aprile 2014

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