San Frediano (2013-2015), Stanza 251

La passeggiata

img_5025Camminiamo lungo la riva, tu ed io. È una mattina di giugno, la spiaggia è quasi completamente deserta, fatta eccezione per qualche cacciatore di arselle che a volte interrompe il suo lentissimo setacciare la sabbia per osservare il profilo della costa, in cerca della motovedetta della capitaneria. La sua tensione non ci appartiene, è soltanto sua. Noi siamo già lontani, già passati oltre, nessuna preoccupazione di ambito giudiziario ci opprime.

Camminiamo lungo la spiaggia in una mattina di giugno ed è ancora presto, in questa spiaggia lunghissima che sembra non finire. Andiamo verso sud. Alla nostra sinistra si apre una grande pineta marittima, là dove un tempo sorgeva il villaggio Valtur che poi è fallito. Vi è rimasta una zona enorme dove non c’è niente, dove si dice stiano costruendo qualcosa, ma poi puntualmente, ogni estate che torniamo, troviamo tutto come l’avevamo lasciato, solo più selvaggio ancora, con più uccelli e più animali che in quella pineta trovano rifugio.

Camminiamo lungo la costa in direzione sud e alla sinistra si apre questa foresta immensa. Non ci spaventa e non ci riguarda la vita che si sviluppa dentro quella riserva naturale; non ci appartiene la preoccupazione o il pensiero di doverla attraversare per cercare dell’acqua potabile o cose del genere. Continuiamo la nostra passeggiata tranquillamente, con la pineta alla sinistra e il mare piatto alla destra, e quasi nessuna persona intorno e quasi nessun rumore, come in una visione, o in un quadro.

A volte ti guardo, di lato. Tu cammini in silenzio, hai addosso una maglietta per non scottarti, il cappello di paglia che abbiamo comprato a Siviglia. A volte ti guardo camminare, osservo il tuo profilo e allora mi guardi di rimando e dici: che giornata bellissima, cosa potrebbe mai capitarci? Cosa importa di tutto il resto, delle nostre vite lontano da qui, dei nostri lavori e della città lontanissima, delle relazioni umane così complicate? Io ti guardo e penso che sei nel fiore degli anni, che sono fortunato a condividere con te questo tempo e che ti amo.

I cercatori di arselle continuano a passare i loro retini là dove si infrangono le onde, se solo vi fossero onde. Hanno questi setacci che trascinano con la forza dei corpi, hanno capelli stinti per il sole e la salsedine, hanno a volte delle mogli che attendono sulla spiaggia, ma solo i meno professionali, mentre gli altri, che sono la maggioranza, stanno là da soli e nessuna donna li attende sulla spiaggia, sembra impossibile perfino immaginare che qualcuno possa aspettarli a casa, perché appaiono come l’incarnazione stessa della solitudine.

Ci fermiamo a guardare uno di quei cacciatori-raccoglitori, ma senza dare nell’occhio, che non lo vogliamo disturbare. Sappiamo bene che quella pratica è illegale, che rischia multe fino a mille euro da parte della capitaneria di porto e non vogliamo che si preoccupi inutilmente pensando che siamo degli scocciatori, che abbiamo intenzione di denunciarlo. Avrà i suoi problemi, pensiamo, una famiglia lontana a cui manda dei soldi, avrà pur bisogno di qualcosa per vivere e allora meglio cercare arselle piuttosto che drogarsi o rubare. Abbiamo iniziato a fare discorsi da adulti, quando è successo?

I pensieri e i suoni sono attutiti. Io ti guardo di lato e penso che non sono mai stato così bene con te come in questo periodo. È un discorso che ti ho già fatto altre volte, in questi ultimi tempi, ma di fronte a queste parole, hai un atteggiamento obliquo: ti piace e non ti piace. Mi dici: si, ma che vuol dire? Si stava forse male uno, due anni fa? Quando si viveva in Spagna, o a Malta, stavamo forse male allora? Io ti guardo e dico, no, davvero, forse sono io che mi sento meglio, non so come spiegarlo. Te non ne vuoi sapere, non che ci sia molto da dire in effetti, ma ti sembra che la mia narrazione, così la chiami, sia lievemente ingiusta verso i nostri noi del passato, che pure hanno camminato su altre spiagge come quella, in altri giungi delle nostre vite. Hai ragione, forse sono ingiusto, penso dentro di me, ma le cose sono cambiate tanto. Ne è conferma questo camminare verso quel paese che non abbiamo raggiunto mai, in altre passeggiate simili a questa, seppur con altri pensieri in testa, con differenti preoccupazioni e gioie ad accompagnarci e altri cercatori di arselle simili a questi e quella stessa pineta, intorno a noi.

Continuiamo a camminare, con il nostro ombrellone ormai molto lontano, poche impronte altrui sull’arenile e sempre meno cercatori d’arselle. Non succede niente. È una mattina di giugno assoluta, non sta succedendo niente e sembra, alcontempo, che non sia mai accaduto e mai accadrà niente. Andiamo in direzione di quel paese sul mare che sarà lontano dieci chilometri almeno, possiamo intravedere la torre di un campanile, o per lo meno ci sembra di vederlo. Non abbiamo nessuna intenzione di raggiungerlo, perché dovremmo? Camminiamo semplicemente in quella direzione, per il piacere di fare due passi sulla spiaggia, di stare insieme, da soli, in una mattina di giugno, di essere ancora tu ed io dopo tutte queste stratificazioni, che fanno di noi un noi, un noi specifico.

Camminiamo sulla spiaggia quando io ti domando qualcosa, come se pensassi ad alta voce. Ti chiedo da cosa dipende il fatto che a un certo punto si decide di tornare indietro, e non dico –è ovvio– la ragione generica che ci spinge a farlo, la noia o un po’ di fame o la stanchezza o il caldo. Non mi riferisco a queste motivazioni che sono tutte senz’altro vere e la causa del tornare. Parlo nello specifico: di cosa ci fa tornare indietro in un certo punto, in un dato momento, invece che in uno precedente o in uno successivo. Vorrei setacciare quel momento e guardarlo nella sua singolarità. Isolarlo come un albero all’interno di una foresta. Il discorso continua, anche se è già finito, e insisto a domandarti cosa è che scatta, se poi qualcosa scatta, dal momento che non c’è nessun elemento di discontinuità, nessun punto raggiunto o da raggiungere, niente di niente nel contesto che ci porta a dire: fino a qui e non di più.

Allora ci guardiamo nella maniera che avevamo a volte, in quel modo di guardarci specifico che avevamo un tempo, ai tempi dell’Andalusia o dell’isola d’Elba, mi sembra di ricordare. Ci guardiamo in quel modo e diciamo: andiamo ancora avanti, ancora un poco. Per questo continuiamo a camminare sulla spiaggia, ma è chiaro che poi dovremo tornare indietro, a prescindere dai discorsi.

Forse questa volta raggiungeremo il paese lontano e una volta laggiù prenderemo un autobus per tornare, qualcosa troveremo. Chiederemo un passaggio a qualcuno che torna verso nord, e già l’ombrellone e le nostre cose appaiono lontanissime, anche nel pensiero, e il sole è alto nel cielo e comincia ad essere molto caldo. Sembra quasi di sentire un rumore di campane. Provengono forse dal villaggio laggiù in fondo, che continua a essere lontanissimo, ma di cui adesso possiamo scorgere nitidamente il campanile. Alla nostra sinistra l’enorme pineta, al cui interno stanno i ruderi dell’antico villaggio Valtur, mentre alla destra il mare calmo e alcuni cercatori di arselle, solitari.

Ci guardiamo l’un l’altra e pensiamo che sarebbe certo l’ora di tornare indietro, ma non sappiamo bene come impostare la frase, che dire adesso quelle parole assumerebbe forse il valore di metafora, o di simbolo. Non vorremmo davvero dire qualcosa del genere, terminare la nostra passeggiata proprio adesso sarebbe ingiusto. Così continuiamo a camminare verso sud, come se niente fosse. Il mare calmo sulla destra, l’enorme pineta alla sinistra.

(Apparso il 24/06/2014 su Stanza 251)

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