In fuga dalla bocciofila

Halibut | Curriculum Vitae

Mi chiamo Alessandro Bechi, ho trenta tre anni, e sono originario dell’alto Lazio. Al confine con l’Umbria. Mi sono trasferito a Firenze con la famiglia quando ero piccolo. L’alto Lazio è il posto più bello al mondo. Là, la vita costa meno. Gli affitti. Le bollette: della luce e del gas. Le assicurazioni della macchina. Del motorino. L’allacciamento alla rete telefonica, la connessione a internet. Oltre a questo è molto importante dire che là, nell’alto Lazio, la vita è in bianco e nero. I colori, vi dico, non sono quelli normali che ci sono a Firenze o dovunque, nel mondo, ma là vi è solo una scala di grigi e bianchi e neri e grigini, e altre medie tonalità. Qualcuno potrebbe forse parlare di sfumature di grigio, ma io non faccio questo genere di film. Faccio un altro genere di film. È bene che lo sappiate fin da subito.

Comunque dicevamo dell’alto Lazio. A parte il fatto che non ci sono colori, per il resto è tutto identico a qui, stesse persone, stesse cose da fare di sera, tutto esattamente identico, escluso il prezzo medio della vita. Altra differenza che avevo scordato di dire è la presenza, a volte, durante certe ore prefissate della giornata, di una musica. Di Chopin (valzer in si minore, opera 69, registrato e reinterpretato da jewelbeat), per cui tutti, nell’alto Lazio, interrompono le loro attività o le continuano, ma si fanno silenziosi, e risuona questa musica tristissima di sottofondo, come se fosse la steppa russa, come se fosse un sogno di Tarkovskij. Vieni diffusa nell’ambiente a volume medio alto da delle casse posizionate ad ogni angolo di strada, per legge.

Ci sono delle persone, per lo più anziani, a cui viene chiesto di indossare dei party bag, che sarebbero degli speciali zaini trasporta casse amplificate, perfette a diffondere la musica nelle zone più difficili da raggiungere con la normale filodiffusione. Penso che quando sarò vecchio tornerò nell’alto Lazio e chiederò di essere assunto anche io, a compiere il ruolo di anziano porta cassa. Ma per il momento mi dedico al cinema. Il posto da cui vengo non influenza la mia poetica e il mio modo di fare cinema. Per niente.

Mi piacciono moltissimo le maschere di carnevale. La mia città preferita al mondo è Venezia, la seconda è Viareggio, la terza Rio de Janeiro, in Brasile. A causa del carnevale.
Il fatto che mi piacciano le maschere non fa di me una persona strana. Sono una persona normalissima, anche a livello sessuale non ho nessun tipo di fissazione particolare. Il missionario. Ecco quello che ci vuole per me.
Nessuna mascherina, No, No, No, ho detto di no.

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Fogli sparsi, Malta (2011-2012), Racconti

Ultimi racconti maltesi

I. Morale della lucertola
Qui sulle rocce accanto al mare una lucertola come me. Esce dalla caverna e si ferma al sole di Marzo e il suo corpo palpitante. Ieri sera nella grotta pensavo ancora al mio credo, riflesso di riflesso Herman Hessiano, più Herman che Hesse. Pensavo che se una cosa è chiara allora è certamente falsa. Questo il mio credo di lucertola. Quindi nella non-chiarezza starebbe la verità delle cose vere. Ma poi pensavo, sempre nella notte, mentre disperderdevo il calore incamerato sulle rocce, vicino al mare, che il concetto così espresso era tragicamente chiaro e quindi si annullava da solo.
Cosa nutre la lucertola, oltre al sole, mi chiedo. E questo dubbio alimentare, riflesso di riflesso kafkiano, mi riporta ancora ad altre notti in altre grotte e poi affacciarmi all’imboccatura in questo sole di marzo che è alimento e forse basta. Ora solo incamerarare, tutto un incrementare, ma incrementare nulla e siamo così vicini, io e lucertola, ma come direbbe Camilla ciò che mi allontana sono nuovamete io e le mie superga nere. Per una morale delle lucertole e della loro rarefatta alimentazione. Guardiamo ai lati e non vediamo davanti, o meglio lei, la lucertola, che quindi non mi guarda se mi guarda, ma mi guarda solo quando non mi guarda. E io allora? Di riflesso non la guardo.

II. Sciamano sull’autobus
Ieri (o forse l’altro ieri) era il mio compleanno ed andavo in autobus. Ieri o l’altro ieri ero un pò triste per quella storia del compleanno, ma non so spiegarne la ragione. C’ho pensato anche, perché me l’hanno chesto e mi succede ogni anno, alla ragione vera, ma non ne sono venuto a capo neanche quest’anno. Mi sono detto che è perché, malgrado tutto, vi è un investimento di senso, in quel giorno, che io lo voglia o meno, e siccome c’è investimento c’è aspettativa di senso e quindi necessariamente disincanto e disillusione. Non importa, ci riproviamo l’anno prossimo a non investire di senso.
Ma non è questo che volevo dire. Andavo in autobus e c’era davanti a me a sedere un signore di colore, si sarebbe potuto pensare del Benin, che mi guardava, ma non come si guarda in autobus, ovvero come si guarda sempre, mi guardava in un altro modo. Questo signore sembrava uno sciamano, ma vestito come uno normale, quindi non per l’abbigliamento, ma per la sua faccia espressiva e segnata e sopratutto per il suo modo di guardare. Guardava tutto molto attentamente e dopo un pò che mi fissava, mi sono convinto che potesse leggermi nella mente, non solo a me, ma a tutti. Non immaginavo un vocìo caotico che doveva sentire lo sciamano, ma ritenevo piuttosto che fosse in grado di isolare i pensieri. Allora lui mi guardava e mi stava leggendo la mente e quello che io pensavo e che lui sapeva, era che io stavo pensando a lui e alla sua capacità di leggere i pensieri. Il mio in quello specifico momento.
Quindi la mia teoria non tornava, perché se io sapevo che lui sapeva, avrebbe dovuto stupirsi un minimo oppure farmi un segno d’intesa, qualsiasi cosa, ma invece niente. Eppure, pur di continuare a credere che lo sciamano potesse leggere le menti mi sono convinto che fosse preparato da anni a quella eventualità smascherante, che fosse preparato e dissimulasse. O in alternativa che leggesse sì i pensieri, ma non quelli superficiali, non quella stronzata di io che pensavo che lui leggesse le menti, ma quelli più profondi, quei pensieri che si hanno quando si pensa a qualcosa di più immediato, per esempio quando siamo in autobus. O quando è il tuo compleanno. Quei pensieri gravi sulla vita e sul tempo, o altri ancora più profondi. In ogni caso lo sciamano sull’autobus mi capiva, capiva la mia tristezza che io pure non capivo interamente e poi al capolinea siamo scesi tutti quanti, lui compreso e ci siamo dispersi. L’ho rivisto, lo sciamano, alla porta della città, che si girava indietro come se qualcuno lo seguisse o avesse dimenticato qualcosa sull’autobus, l’ombrello oppure la felpa. Poi l’ho semplicemente perso di vista e un altro compleanno anche per quest’anno.

III. Progetti per il futuro
I fragilisti di domani andranno in giro con tatuaggi di Icaro in caduta libera, o forse solo l’idea di tatuarselo, e lucertole al guinzaglio, o forse solo l’idea. Parleranno con sciamani sull’autobus, anzi non ci parleranno, che non c’è proprio nulla che questi non sappiano già.

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Fogli sparsi, Racconti, San Frediano (2013-2015)

The Eye in the Ass

to Matthew Licht

When I got my Ph.D. in moral philosophy in June, 2008, there were only a few items on the list of things I wouldn’t do: eat the flesh of relatives killed in ritual sacrifice, waste water, or screw a friend’s woman.

This last rock-solid, Ten Commandments-style precept was by far the stupidest, but somehow I couldn’t let it go. Silly, I thought. As though a woman belongs to someone. An OK rule for Mesopotamian shepherds, maybe. Nevertheless, when I finished my degree at Columbia, I still believed in that third rule alone. Shortly thereafter, I left academic life. My morally abject colleagues disgusted me. I ditched their world and started fresh, with no regrets, even though my moral conceptions had been influenced. I remained true to my conviction, and never screwed a friend’s woman.

In April 2011, I was sharing an apartment near Prospective Park with Laura and her boyfriend Cyril. Laura entered my room dressed in jeans and bra. She rubbed against me like a cat, pushed her pointy tits in my face. I said, “C’mon Laura, quit it.”

She looked at me and said, “Huh? You come off like some fascist blasphemer whoremaster jack-off artist but you don’t want to grab these?”

“Course I want to, but what about Cyril?”

And that was that. Didn’t even matter that Laura was no big deal, physically, or that she and Cyril broke up shortly thereafter, which made life in that Brooklyn closet impossible. I remained true to my moral imperative.

Years passed and I hooked up with Mary Ann, who gave me a different view of morality. In other words, stop thinking about it all the time, and try to live like everyone else. We had our habits, worked regular full-time jobs, ate out a lot. Life became a minor concern, and morality was no longer an interesting topic for discussion. We often went out with our friends Bill and Samantha—to restaurants, movies, or just for a walk. Mary Ann would say, “What a lovely day. Let’s go for a walk.” So I’d call Bill and Samantha. We felt good with them, there was no tension. On October New England evenings, we’d walk along the shore, listen to music, stop somewhere for beer or coffee, and it was great. At night, in bed, Mary Ann and I would talk about them, and us. Pretty banal, but the truth was that I really wanted to fuck Bill’s wife, Samantha. I dreamt about her after our evenings out together, after dinners where my cock stayed pointed straight at her. I used to dream about her in every possible position, but there was nothing doing. She was my friend’s woman, no matter which way I turned it. Prohibition, I thought, is the perfect fuel for desire. She’s not that hot, and even kind of dumb, I told myself, but that didn’t change anything. I wouldn’t trade her for Mary Ann, I thought, in fits of exactly the sort of typical bourgeois paranoia I wanted to avoid. That’s what I’ve turned into, I thought. But the situation refused to change.

One evening when Bill was vising relatives in Connecticut and Mary Ann was out on Cape Cod with her sister, Samantha called and invited me to a party she’d organized. Of course I went. She wasn’t looking her best, maybe due to the stress of getting a party together, or getting up the nerve to phone me. So we spent the evening following different interests: she socialized while I got looped. But we kept an eye on each other in all the rooms of the house we were in, and every now and then we clinked glasses, drank a toast to nothing, to the end of the world, the triumph of evil, to Satan, the horsemen of the apocalypse. When the party was over, we went home together.

Bill and Samantha’s place glowed with an unfamiliar reddish light. We drank a nightcap on the sofa, then our bodies came together and we started kissing and touching each other. She had a habit of putting a finger crosswise on her lips, and it always seemed like a No Go sign. Now her lips silently said, here we are. Finally, I touched her tits, which I’d scoped and studied the best I could. And they were worth the wait: big and firm. While I was grabbing them, she got my pants down and jacked me off nice and slow. We were hot, but there was some tension, a block. My moral philosophy degree had come back to haunt me right when I was finally about to reject and abjure an ancient self-imposed prohibition. I turned Samantha around and entered her from behind. I humped her easy, then picked up the pace. She twisted back to face me, moaning softly. That’s when I spotted the eye in her ass.

The eye was watching me. At first I thought it was a ping-pong ball, or a pustule, but I wasn’t grossed out. It was an eye, no doubt about it, and it looked a lot like my friend Bill’s eye. I stopped cold. Samantha asked, what’s wrong?

Nothing, I said, and started in again, pretending nothing was wrong, but that clever eye was staring. At times it seemed benevolent, but mostly angry, mean, and it never looked away while I fucked my friend’s wife. So I spat on the eye, again and again, until it closed. I stuck a finger against her asshole and pushed. The eye closed further, closed in on itself. She turned around and gave me the OK go ahead signal, so I stuck it in her ass, pushing the eye as far as I could into the depths of her rectum. I came hard, full of rage, pulled out my cock and made her lick it. She looked me right in the eye while my sperm dripped off her chin, then I took off, just like in some porn flick that’s not even worth talking about.

Days passed, as they will, and many more, until Mary Ann came back from Cape Cod and we got together with Bill and Samantha again. Samantha and I acted like nothing had happened, but there was one thing no one could ignore: Bill was wearing a piratical eye-patch. He explained he’d been injured while skiing. A ski-pole had blinded him, but he said he was lucky: a few millimeters deeper and he’d have been dead. There was some really complicated, expensive surgery possible, but he said he probably wouldn’t risk it. Basically, he liked the way he looked with an eye-patch. Samantha and Mary Ann laughed. I felt a pain in my eye, like a burn, a wound, as though a closed eye were watching me from within. I didn’t smile and I didn’t say anything.

capainteira

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Fogli sparsi, San Frediano (2013-2015)

Tre giorni con Laura Fabiani

Ho conosciuto Laura Fabiani il 24 Giugno del 2015, lo ricordo perché era il compleanno del mio coinquilino Sabino.

Avevamo organizzato una festa a casa, in questa casa che presto lasceremo. Laura Fabiani è arrivata e indossava un vestito nero e non parlava una parola di italiano. Abbiamo comunicato in spagnolo: Encantado Laura, me llamo Simón, como el Gazpacho.

Tutti quanti erano innamorati di Laura Fabiani, lei entrava nelle stanze e tutti si innamoravano.

Ho chiesto a Marcello, il suo impresario e schiavo, se gli andava di suonarcene una e loro ne hanno fatte tre o quattro in salotto per il compleanno di Sabino (lei stava in ginocchio a cantare con quella sua voce da uccellino, era forse una critica?). Marcello, l’impresario schiavo di lei, suonava la chitarra e faceva i cori. Dan, che un tempo era stato musicista famoso, ora era quello più schiavo di tutti. Stava gettato sul divano e nemmeno faceva schioccare le dita per tenere il tempo, con la sua camicia aperta, stava là buttato su un divano a fumare sigarette senza filtro, la camicia aperta e occhi solo per Laura Fabiani: ma lei chi avrebbe scelto di amare? Magari si sarebbe innamorata di me, pensavo. O del mio coinquilino irreversibilmente trentenne Sabino.

Laura Fabiani, Marcello e Dan Belozoglu sono rimasti a casa (quella casa che lasceremo a fine mese, ma che lasciare sta diventando un dramma: la caparra, la lavastoviglie rotta, la mensilità d’agosto da pagare o non pagare) sono rimasti a casa un fine settimana durante il quale abbiamo provato a non innamorarci di Laura Fabiani e della sua musica.

Poi una sera sono riuscito finalmente ad avvicinarla e a parlarci da solo, tutti intorno ci osservavano, Dan mi mandava dei chiarissimi messaggi con lo sguardo: ti tengo d’occhio, bada bene, e perfino la mia fidanzata Filomena di solito indifferente alle cose del mondo mi guardava come a dire: io e te siamo uguali, dopo sarà il mio turno per far innamorare Laura Fabiani. Solamente Marcello era con la testa altrove, a un vecchio amore del passato o forse sapeva che era impossibile che io la facessi innamorare.

Siamo andati a piedi a quel bar lungo il fiume dove avrebbero fatto un concerto e io e Laura abbiamo finalmente parlato, sempre in spagnolo. Lei mi ha detto di un ruolo per il cinema che avrebbe interpretato nell’inverno successivo, in cui avrebbe recitato la parte di una prostituta fantasma dell’Ottocento, e me ne ha parlato perché io le avevo raccontato una qualche storia sui fantasmi. Avevo ritirato fuori un argomento su cui mi sentivo sicuro per cercare di impressionarla, ma era stata una pessima idea, me ne rendevo conto mentre lo facevo.

Camminando con gli occhi di tutti puntati addosso, riutilizzavo un argomento già usato per tentare di impressionarla e mi rendevo conto che avevo perso la mia occasione.

Ad un bar lungo il fiume con davanti la città illuminata aspettavamo che fosse il loro turno per iniziare il concerto, partiva in loop quella canzone La vie en rose e Laura Fabiani diceva: sembra la Francia. Le lampadine a incandescenza le incorniciavano il viso.

Che la mattina dopo all’alba sarebbero ripartiti era al tempo stesso una pena e un sollievo.

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In fuga dalla bocciofila

Dheepan – Una nuova vita | Cose che sarebbe meglio non fare in dopo sbronza

Partendo dal presupposto che in dopo sbronza non è piacevole fare nessuna cosa, ci sarebbe da aggiungere che alcune sono particolarmente da s-preferire.

Penso ad esempio all’essere chiamati al telefono. Io odio il telefono sempre, ogni giorno della mia vita e dell’anno, ma sarebbe assolutamente da non accendere in quelle giornate specifiche, quelle in cui la sera prima si è bevuto del gin cantando i tormentoni cingalesi.

Se però si dovesse decidere di rispondere al telefono e fosse per caso qualcuno che non ha sbagliato numero, ci sarebbe da augurarsi che non fosse la nostra presunta moglie, ma di fatto perfetta sconosciuta, con cui siamo scappati da un paese in cui c’è la guerra civile e in cui tutta la nostra famiglia è stata uccisa. Questa telefonata risulterebbe oltre modo spiacevole, in dopo sbronza, e la cosa potrebbe essere implementata ancora se lei fosse in ostaggio di un qualche spacciatore francese mezzo morto all’interno di un palazzo circondato da balordi drogati.

Così si tratterà di rimettere un po’ i cocci insieme, senza passare dal divano, vedere un po’ se si rimedia una mezza mannaia e poi, sempre con un mal di testa lancinante e un viso gonfio come quello di un calciante di calcio-storico fiorentino dopo una domenica di fine giugno, si tratterà allora di fare mente locale a dove sono le chiavi e se per caso c’è qualcosa di cui ci dovremmo vergognare riguardo il nostro comportamento della sera prima, ma tutto questo farlo ve-lo-cis-si-ma-men-te perché nostra moglie (non veramente nostra) potrebbe essere molto arrabbiata con noi. Anche per dei motivi non chiarificati. Detto questo la cosa migliore, in quelle mattine, è che non sia lei a telefonarci, ma uno che ha sbagliato o che vorrebbe venderci un nuovo contratto telefonico, ma puta caso fosse lei è importante, questo voglio dire, che non si sia colti da uno scoppio d’ira irrefrenabile che ci riporta al nostro passato di guerriglieri tigri tamil proprio in quella mattinata in cui, è vero, si sarebbe stati volentieri a rigirarci nel letto.

Detto questo è possibile che vada proprio così.

(L’ultimo film di Audiard è davvero molto bello. C’è una prima parte abbondante che è quasi perfetta (non so se il film sia al livello de Il Profeta, ma perché poi paragonare le cose?). Se poi qualcuno mi volesse far notare che il regista francese Audriard rappresenta una Francia come un paese dove vige o quasi lo stato di natura (seppur tutti trovino lavoro e una casa), una Francia composta da zone franche dove la legalità è soppressa, di contro a  una rappresentazione (seppur brevissima) di un’Inghilterra isola felice, dove sembra esserci il sole e i cortili con l’erbetta, ecco, io non lo so. Non credo francamente che sia così, né che sia così semplice, sennò la metà dei miei coetanei vivrebbero già a Londra (è così, ora che ci penso). Comunque in conclusione quello che vorrei dire (confessare) è che veramente ho pianto tutto il tempo come un deficiente ripetendo: un film doveroso, un film doveroso, la dignità del lavoro, la dignità del lavoro e altre frasi così.

In conclusione. Se vi capita andate a vederlo, me ne assumo la responsabilità io, anche per i vostri commenti imbarazzanti).

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In fuga dalla bocciofila, Racconti

La prima luce | Film che non ho finito di vedere al cinema

Uno. Grindhouse

Un tempo aveva un’amante. Si incontravano a casa di un amico, o nei dintorni della casa dell’amico che era un po’ fuori città e i rischi di incontrare gente conosciuta erano minimi. Si incontravano una volta a settimana o anche meno. Lui là aveva un qualche lavoretto saltuario per cui che fosse da quelle parti non stupiva nessuno. Lei lo raggiungeva con la sua panda bordò, perché era una studentessa e aveva molto tempo libero. I rispettivi compagni, chissà se sapevano qualcosa, o no, ma magari qualcosa potevano sospettare, comunque quella situazione era a tratti bella e a tratti faticosa. Molto faticosa sopratutto mentalmente, cosa ho detto a chi, che registro usare in un caso e nell’altro, frasi ripetute più volte. Perché dopo un po’ che durava la storia clandestina anche quella iniziava a normalizzarsi e si entrava in dinamiche di abitudine, come dall’altro lato, nella relazione solare. Poi una sera lei insistette per andare al cinema, a vedere Grindhouse, in un cinema del centro, che oggi non esiste nemmeno più. Era mercoledì sera e lui lo sapeva che non era una buona idea accettare, ma accettò. Perché era stufo di quella situazione, di segreti, di bugie. E al cinema preciso nella poltrona dietro la loro c’era seduto il miglior amico della ragazza, di quella ufficiale, ecco come fu. Lui a metà film si alzò e andò via perché era certo di esser stato riconosciuto e perché il film comunque gli sembrava un po’ una cacata.

Due. Il muro

All’epoca loro andavano con una tessera amici del cinema, al cinema quasi tre volte alla settimana. Avevano diritto a sconti assurdi con quella tessera, non pagavano quasi niente, una tessera che pagavi all’inizio dell’anno ottanta euro e vedevi più di cento film, se avevi voglia. Ma dopo un primo anno molto intenso quelli dell’organizzazione alzarono il prezzo delle tessere, di pochissimo, ma lo fecero, così che loro decisero che malgrado fosse giusto (il primo anno era stato quasi un errore quel prezzo, era sotto gli occhi di tutti) loro decisero di comprarne una solamente, di tessera, e poi rifarne altre tre o quattro, con la stampante e i primi programmi di grafica che giravano. Le carte dei finti amici del cinema venivano stampate su un cartoncino identico all’originale, e nessuno si accorse mai di niente. Eppure quel secondo anno i film al cinema sembrarono meno belli, nella loro gratuità. Se avessero dovuto ricordarne uno solo dei film di quel secondo anno, forse a loro sarebbe venuto in mente quel documentario Il muro, o qualcosa di simile, sul muro a Gerusalemme, erano gli anni dell’edificazione. A quella proiezione uno di loro si addormentò del tutto e lo abbandonarono là per scherzo, mentre la sala rimaneva vuota.

Tre. La prima luce

Di fatto quella sera lei voleva solo uscire. Aveva scritto a lui un messaggio, poi telefonato perché lui non rispondeva. Erano andati in un ristorante di pesce, dove lei era stata varie volte con la madre e il nuovo compagno di lei. Aveva sempre pagato lui, che le donne lo vedessero, e in particolare la figlia. Non sua. Si mangiava benino, non eccezionale, ma il pesce era sempre freschissimo. Così aveva commentato la madre. Quella sera aveva chiamato il ragazzo e detto: cena e poi cinema? Va bene. Lui in verità un mezzo poveraccio, aveva ordinato tutti piatti da povero, atti a negare questa sua condizione di inferiorità. Ostriche aragoste astici. Lei capiva la psicologia di lui, perché lo faceva anche lei, a quelle cene con il nuovo marito della madre. Si erano abbuffati, avevano mangiato da stare male, e bevuto. Tanto il cinema stava là vicino. La prima luce, con Scamarcio. E già le cose si erano messe male, una prima tappa al bagno, poi mentre il film iniziava lei si era resa conto che si sarebbe cacata o vomitata addosso. Una delle due. Se ne era resa conto con la lucidità di certe consapevolezza, aveva detto, devo andare via, ho mal di pancia, ma tu resta, abbiamo pagato per il cinema e per la cena, ti chiamo domani. Il film del resto, avrebbe scritto a lui il giorno seguente, per quel poco che ho visto, rasentava l’inguardabile.

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In fuga dalla bocciofila

Due parole due sul 2nd Florence Short Film Festival

Questa discussione non è mai avvenuta. Non si è svolta nel salotto di casa mia (salotto nel senso letterale del termine, non letterario). Con questo discorsetto non si vuole risolvere una questione, ma semmai sollevarla.

È un discorso ampio: su chi dovrebbe fare le cose, su chi non dovrebbe, su cosa legittima qualcuno a fare qualcosa, se uno si legittima da solo, oppure se sono altri, o delle competenza specifiche.

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Si parla del Florence Short Film Festival (da ora in avanti FSFF) che si è tenuto al cinema Odeon di Firenze.

Si parla in verità anche di me, di noi della Bocciofila, del nostro scrivere di cinema, del nostro scrivere in generale.

Questo dialogo che non è avvenuto si è svolto tra me (SL) e un curatore di eventi culturali ipotetico (da ora in acanti CDEC).

SL: Uè, lo sai dov’ero ieri? Sono stato al FSFF.

CdEC: Che cacata, ti disapprovo

SL: E perché mai, di grazia?

CDEC: Perché questi sono dei dilettanti e gettano merda sulla categoria. È come se io fossi appassionato di massaggi e mi mettessi a fare massaggi a giro. O di medicina e cominciassi a curare la gente. A caso.

SL: Vabbè dai, il cinema era pienissimo.

CDEC: E sticazzi.

SL: Cioè voglio dire, te devi accettare che il tuo livello culturale fa di te una minoranza. Hai una vocazione al pop, ma sei una minoranza, con le tue competenze. Il film cecoslovacco coi sottotitoli in tedesco, non ti riempie il tuo bel cinema.

CDEC: Io li ho riempiti eccome. Comunque se invito tutti i miei contatti, se faccio tipo saggio scolastico di fine anno, verranno tutte le nonne a vedere i nipoti, ti pare? Un bel cinema pieno di nonne.

SL: Invece c’erano parecchi giovani.

CDEC: Perdi il punto, c’erano film local e la gente ha risposto. Ma com’erano sti film?

SL: Alcuni erano imbarazzanti. Alcuni, la minoranza assoluta, erano buoni. Quelli che hanno vinto erano buoni. Io credo. C’era una distanza siderale tra quei due o tre buoni e gli altri. Quattro. E comunque a volte anche ai tuoi festival fighi mi son fatto due coglioni così, ho visto roba inguardabile.

CDEC: Poi un’altra cosa che non va, di tutta questa storia, è che loro sono come i cinesi. Creano concorrenza sleale. Se te fai una cosa male e gratis, mentre io la faccio bene e mi faccio pagare secondo te a chi si rivolgerà chi deve fare un festival?

SL: Boh, senti, non ti ruberanno il lavoro, davvero non c’è rischio, se sono dei dilettanti. Non si improvvisa un festival. O sì? La selezione era quella che era, ma del resto queste cose sono quasi una faccenda di gusto. Era un po’ arrabattato, ti do ragione. Ma il cinema era pieno.

CDEC: Si fotta il cinema pieno. Tutto il cinema si fotta. Quanti c’erano alla fine di quelli che c’erano all’inizio?

SL: La metà.

CDEC: Si fotta anche la metà. Fanculo merde.

SL: Eddai, esageri. Non è mica qualcosa che dice qualcosa di loro, gli organizzatori, o dei film selezionati nello specifico, semmai dell’Italia. Della situazione italiana, della situazione culturale. Comunque alcuni dei corti erano buoni! Quei due che hanno vinto, erano ok.

CDEC: Si fottano anche quelli buoni, con gli organizzatori.

SL: Boh. Ok. Pensavamo con Giova, il mio compare della Bocciofila, che sarebbe interessante vedere quei settanta non selezionati, gli esclusi, ecco un bel festival con i settanta scartati, sarebbe da proporre. Forse riempiremmo anche noi i cinema, ma forse non è quello che vogliamo. Cinema vuoti. Deserti. Noi odiamo quasi tutti.

CDEC: Non capisci un cazzo. Puoi scordarti gli accrediti per i festival fighi che dirigo io. Te e quegli sfigati della Bocciofila.

SL: Eddai non fare così, lo sai che scrivere di cinema è la mia grande passione. Lo faccio a casa da mia. Ah ah.

CDEC: …

SL: Comunque che la situazione non sia buona, beh ti do ragione. Ma lo sai c’erano anche le istituzioni?

CDEC: Vuoi che ti dica cosa ne penso delle istituzioni, cosa dovrebbero fare?

SL: Fottersi?

CDEC: Ecco.

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In fuga dalla bocciofila

Sangue del mio sangue | La gita a Bobbio

Ho incontrato dentro al cinema semi deserto di mercoledì la madre del mio vecchio amico Lorenzo. Non ci vedevamo da qualche mese, dopo anni di oblio perfetto, quindi in realtà ci siamo salutati con affetto, ma nemmeno troppo. C’era anche il padre di Lorenzo, che ha detto: «Vedi là, che a veder Bellocchio sembra quasi di aver una proiezione casalinga, privata».

Infatti la sala era semi vuota, tutti nella maxi sala sotto o sopra (che l’orientamento dentro i cinema mi sfugge sempre) erano andati a vedere morir la gente in montagna, sull’Everest.

Noi invece là sopra (o sotto) a guardare questo ennesimo Bellocchio per chissà quale forma di fedeltà, e a chi. Se a un’ideologia, se a dei nostri noi del passato. La madre di Lorenzo prima che il film iniziasse mi ha detto:

«Hai letto che il film di Bellocchio è ambientato a Bobbio? Ti ricordi quella nostra unica gita insieme?» Io non mi ricordavo, pensavo che Bobbio fosse un filosofo italiano, neanche mi ricordavo di una località.

Ho negato e lei mi ha detto, «Ma sì dai, quell’unico viaggio che si fece, anni fa, te e e Lorenzo eravate in seconda o terza media, in quel posto tra la Liguria e l’Emilia», e io ho ricordato di un posto con dei fiumi: era Bobbio. «Quattro ore per andarci, una strada al limite», ha ricordato il padre di Lorenzo. E poi non c’era altro da dire. Abbiamo aspettato che iniziasse il film, loro davanti io dietro di loro e il figlio Lorenzo lontanissimo, nella città straniera con il suo lavoro e la sua nuova vita.

A uscita sala abbiamo commentato il film, con i genitori di Lorenzo. Io ero uscito quasi subito, per pensare alle mie cose, quando ancora scorrevano i titoli di coda, mentre loro due solo alla fine della proiezione. Mi ero messo fuori dal cinema a slegare la bici, e poi anche loro erano usciti e mi avevano detto che il film l’avevano trovato disorganico (cosa avranno voluto dire) un po’ confuso, e allora io ho detto la mia, tutto d’un fiato.

«Che con gli ultimi film Bellocchio parla sempre della stessa cosa, ovvero di lui stesso regista che faceva film e ora ne fa un altro ulteriore. Un film come metafora di una donna bellissima, con un naso importante, forse posseduta dal diavolo, forse da un dio, a rappresentare il film stesso, i film che ha girato in passato. Così belli che non sa nemmeno lui come ha fatto. Film e fare film legati tra loro, come le cose alla fabbricazione delle stesse. Film che dopo un’ora si interrompe, svelandone il meta livello, il fare e il presente impossibile, la lontananza del regista da quello che vuol dire, dal suo stesso film».

La madre e il padre di Lorenzo mi guardavano scocciati «Mah… Sì, sarà come dici, ma non è che sei chiarissimo».

«E poi c’è tutta la faccenda “sangue del mio sangue”», ho continuato, «la faccenda che Bellocchio fa lavorare tutta la famiglia nei suoi film, ormai la storia è un discorso privato o quasi, un linguaggio privato, che però si nega, che nemmeno esiste, con Wittgenstein».

«Ma che cosa stai dicendo?», mi ha detto la madre di Lorenzo.

«Cosa ti sei fumato?» ha detto Saverio.

Ma io ero serio, «Ma sì, non capite, il messaggio politico si è esaurito, anche il suo modo di fare film di un tempo non c’è più, la donna con il naso importante è stata murata viva, è là sotto che riemerge nuda e incomprensibile, identica, dopo anni, ma tutt’intorno sono morti: Bellocchio è finito».

Loro mi hanno guardato come si guarderebbe un figlio demente lontano e perduto e mi hanno detto: «Eppure ti ricordi in quella gita a Bobbio, eri così spigliato, così intelligente», ecco cosa pensavano slegando a loro volta le bici, mettendo le loro sciarpe rosse intorno ai loro colli, «Eri un bambino così bravo».

«E scrivi ancora?, mi hanno chiesto proprio un attimo prima di svoltare a una curva.

«Sì», ho urlato io, ma non credo che mi abbiano sentito.

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In fuga dalla bocciofila

Fuochi d’artificio in pieno giorno | La scomparsa di Effe

Dopo il cinema abbiamo avuto terribilmente voglia di andare a mangiare qualcosa e siamo andati al cinese.

Siamo andati a quello in Via Sant’Antonino dove ci lavora Effe. O meglio, dove prende una percentuale per la gente che gli riesce di portarci. Se ne sta là in un angolo a fare finta di nulla, con una birra, seduto su un gradino, come se aspettasse qualcuno, come se non avesse nient’altro di meglio da fare e se passa qualche gruppo di turisti lui li abborda e li porta a quel cinese. Gli danno qualcosa, se una birra o dei soldi o del cibo, io questo non lo so.
Comunque c’è da dire che si mangia benino, e si spende poco. Va bene, diciamo che si mangia ok.

Si mangia di merda, comunque si spende ben poco.

Dopo il cinema ci siamo detti, andiamo al cinese di Effe?
Solo perché era il più vicino e nel film che avevamo visto non facevano che mangiare cose cinesi che sembravano squisite.
Siamo andati.
Eravamo due coppie e il mio coinquilino messicano. Eravamo cinque in totale. Effe non lo abbiamo visto, ma di certo ci avrebbe preso qualcosa, perché là al cinese lo sapevano che eravamo amici suoi. Eravamo come a dire merce sua. Abbiamo mangiato male come al solito, abbiamo scherzato sul fatto che avessero messo la salsa agrodolce sul pavimento del bagno. Sembrava di scivolare, come sul ghiaccio, ma era solo salsa agrodolce.
Poi giorni dopo abbiamo saputo che Effe, beh, che non c’era più. Abbiamo seguito tutta la faccenda sui giornali, perché comunque nel quartiere lui era conosciuto, era un personaggio. Hanno scritto quei trafiletti in basso, nella parte di cronaca locale, di come Effe era sparito, se qualcuno ne sapeva niente di contattare e un numero di telefono, pure un comitato e una pagina facebook. Ci siamo iscritti alla pagina facebook.
Abbiamo ripensato intensamente a quella sera dopo il cinema, ne abbiamo parlato tra di noi che eravamo là quella sera, se ci fosse qualcosa di strano, di diverso rispetto al solito. Se con un fare collaborativo ci avessero offerto la grappa cinese, ma era stato tutto come sempre: ci avevano chiesto se la volevamo la grappa, ma mica per offrircela gratuitamente, solo per sapere e poi metterla sul conto. Noi avevamo scherzato su quella cosa: eddai, veniamo qui sempre, potreste anche offrircela una grappa, e il cameriere dietro al banco con i suoi occhiali da impiegato postale, alla fine ce ne aveva portata una. Una grappa in cinque. Tutto da programma.
Effe non c’è più, questo è quanto, girano strane voci, dicono che avrebbe litigato con quelli del ristorante, che ci sono storie di tradimenti, di donne, di omosessuali cinesi gay, non si sa bene, girano storie contraddittorie. Fatto sta che nessuno riesce a sapere niente del vecchio Effe, quell’ammasso di birre seduto sul gradino, quel suo sorriso da persona fondamentalmente buona, ma dopo molti giri di grappa al bambù e i molti turisti e amici e parenti portati tutti a mangiare sempre e solo ed esclusivamente a quel ristorante cinese lì, ecco solo dopo gli appare il sorriso buono.

C’è chi dice che è solo la stagione invernale alle porte, che già altre volte Effe sia sparito per lunghi periodi, nelle regioni meridionali, dove il clima è migliore. C’è chi dice, ma questa voce è la più scontata, che Effe ce lo siamo già bello e mangiato in queste sere condito in salsa agrodolce.

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In fuga dalla bocciofila

Non essere cattivo | Snob

C’è tutto un mondo segreto che regola le nostre azioni, il nostro fare o non fare qualcosa, il nostro muoverci silenziosi sotto notti piovose o nebbiose, attraversare ponti, scegliere il film che andremo a vedere al cinema la domenica pomeriggio allo spettacolo delle sette.

C’è un mondo segreto che noi non conosciamo e regola il nostro agire, un mondo che sono i nostri pregiudizi, i nostri occhiali, i nostri occhi, per cui questa domenica ci recheremo stancamente o meno con il cuore triste o lieto al nostro cinema affollato o deserto della domenica.

Questo mondo segreto, che poi così segreto non è, afferma che il nostro desiderio non sia nostro, ma determinato da qualcosa, da qualcun altro, dal nostro modello di riferimento, da un fratello maggiore, da un padre che non ci riconosce, dagli spot pubblicitari, da quello che abbiamo letto sulla domenica del sole alla fermata degli autobus, sulla tranvia andando a lavoro, o magari su mymovie, assolutamente sì, assolutamente no, no, sì.

Così oggi se ti trovi a scegliere un film da vedere al cinema, perché piove, la tua scelta non sarà libera. Se stai leggendo queste righe probabilmente il film che dovresti vedere in questo week end o in questi giorni, è Non essere cattivo e ti spiego subito il motivo.

Un regista di culto: tre film in tutta in tutta la sua carriera (che cazzo ha fatto per tutto il resto del tempo?).

Su wikipedia una pagina per lui, ma di solo sette righe.

Morto (ma come?).

Un cognome (vero?) figo.

Un film dove c’è droga, gli anni 90, musica anni 90, giubbotti jeans con dentro il pelo di cane, bomber alpha industries dentro arancione, giubbotti con scritto dietro JORDAN.

Recensione su Prismo.

Recensione di Francesco Pecoraro su facebook.

Limoncello, morti ammazzati, video poker.

Ma la verità è che io Non essere cattivo l’ho già visto, il giorno che è uscito. Perché sono snob, perché il mio agire non è mio, ma subisce condizionamenti, come per tutti (Il film a mio parere è bello e ben girato, a tratti commovente ma il finale non funziona per nulla. Gli ultimi venti minuti io non credo vadano affatto bene, ma di solito io non li capisco i finali, è vero).

Fatto sta che oggi piove e allora niente, tornerò al cinema, andrò a vedere quel noir cinese che ha vinto a Berlino l’anno scorso, Fuochi d’artificio in pieno giorno, o come hanno scelto di tradurlo. Perché sono un cazzo di snob, ecco tutto. Lo so che anche il mio agire è regolato da preconcetti, come per tutti quanti penso solo che il mio sia un po’ meglio degli altri.

Prima domenica di pioggia, i cinema si apprestano ad accoglierci.

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