In fuga dalla bocciofila

33TFF | Bocciofila goes to Torino

image1Nei giorni di Torino non ho scritto una riga, solo deambulato in uno stato febbrile tra una sala e l’altra e tra un bar e un ristorante cinese e uno torinese e la casa di Claudio in Corso Regio Parco (grazie Claudio, tra l’altro).

Sono stato bene come si sta bene ai Festival in cui si è totalmente liberi di vedere, non vedere, scrivere non scrivere, fare tardi, perdersi, sentire freddo caldo medio, mettere una sciarpa non metterla, la canottiera, la camicia, rimbombarsi tutto il giorno la testa dalla mattina alla sera dentro al cinema, non pensare ai problemi della vita, che ne sarà di me la mia famiglia l’Europa mio nonno Brunello, strafarsi di cinema e basta: quella libertà là.

Il film più bello che ho visto (considerato che siamo arrivati venerdì sera e domenica mattina siamo andati via, cinque non è male) è stato il nuovo del caro Apichatpong “Joe” Weerasethakul, diventato universalmente noto con il suo Lo Zio Bunmee che si ricorda le sue vite precedenti. Questo nuovo Cemetry of Splendour non è lontanissimo dal precedente: se vi erano piaciute le scimmie con gli occhi laser e quel clima da tetraidocannabinolo che si diffonde nel cervello tramite pellicola, allora anche questo vi piacerà tantissimo, e passerete giorni a cercare di memorizzare il nome del regista e a cercare quelle lucette che cambiano colore e conciliano il sonno.

Il secondo film più bello tra quelli visti è stato il giapponese dal titolo Real Oni Gokko o semplicemente Tag del regista Sion Sono, che probabilmente è Dio. Questo lo amerete senz’altro tutti voi amici che mi leggete (penso specialmente a te, Ferruccio), davvero, alimentando un lato pop che è dentro ciascuno di noi, perché è un film violentissimo, dove ci sono solo protagoniste donne per lo più liceali che indossano vestitini succinti tipo divise e minigonne e vengono fatte a pezzi o si trucidano l’una con l’altra o sono squartate da demoni (il vento).
È tutto molto ironico però con i giapponesi non si sa mai fino a che punto.
Io non amo questo genere di cose, ma il film è davvero interessante (seppur sul finale si perde completamente) e dentro al cinema c’erano anche dei fan/nerd del regista che battevano le mani durante le scene più violente del film. Va bene.

Altri film visti: Te prometto anarquia, Messico, skaters gay narcos ‘nsomma, Borsalino City un pacco assoluto, The day of the Triffids, un horror/fantascienza degli anni sessanta, con cecità globale, piante assassine e Londra in fiamme, perché no?

In conclusione Torino è una città bellissima, mi è venuta voglia di trasferirmi, ma una voce dentro di me mi ripete che non vale averla vista con il sole e in questi giorni di Festival. E il mio ultimo pensiero è che a questi festival viene voglia di lasciare tutto: lasciare anche il mantello e seguire per sempre ogni film possibile, smettere con tutto il resto e dedicare la mia intera esistenza alla contemplazione dei film, tutti vanno bene, film dalla mattina alla sera, come in estasi, come un mistico. Prima o poi, mi ripeto la sera che torno da Torino, io lo farò.
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In fuga dalla bocciofila

Halibut | Curriculum Vitae

Mi chiamo Alessandro Bechi, ho trenta tre anni, e sono originario dell’alto Lazio. Al confine con l’Umbria. Mi sono trasferito a Firenze con la famiglia quando ero piccolo. L’alto Lazio è il posto più bello al mondo. Là, la vita costa meno. Gli affitti. Le bollette: della luce e del gas. Le assicurazioni della macchina. Del motorino. L’allacciamento alla rete telefonica, la connessione a internet. Oltre a questo è molto importante dire che là, nell’alto Lazio, la vita è in bianco e nero. I colori, vi dico, non sono quelli normali che ci sono a Firenze o dovunque, nel mondo, ma là vi è solo una scala di grigi e bianchi e neri e grigini, e altre medie tonalità. Qualcuno potrebbe forse parlare di sfumature di grigio, ma io non faccio questo genere di film. Faccio un altro genere di film. È bene che lo sappiate fin da subito.

Comunque dicevamo dell’alto Lazio. A parte il fatto che non ci sono colori, per il resto è tutto identico a qui, stesse persone, stesse cose da fare di sera, tutto esattamente identico, escluso il prezzo medio della vita. Altra differenza che avevo scordato di dire è la presenza, a volte, durante certe ore prefissate della giornata, di una musica. Di Chopin (valzer in si minore, opera 69, registrato e reinterpretato da jewelbeat), per cui tutti, nell’alto Lazio, interrompono le loro attività o le continuano, ma si fanno silenziosi, e risuona questa musica tristissima di sottofondo, come se fosse la steppa russa, come se fosse un sogno di Tarkovskij. Vieni diffusa nell’ambiente a volume medio alto da delle casse posizionate ad ogni angolo di strada, per legge.

Ci sono delle persone, per lo più anziani, a cui viene chiesto di indossare dei party bag, che sarebbero degli speciali zaini trasporta casse amplificate, perfette a diffondere la musica nelle zone più difficili da raggiungere con la normale filodiffusione. Penso che quando sarò vecchio tornerò nell’alto Lazio e chiederò di essere assunto anche io, a compiere il ruolo di anziano porta cassa. Ma per il momento mi dedico al cinema. Il posto da cui vengo non influenza la mia poetica e il mio modo di fare cinema. Per niente.

Mi piacciono moltissimo le maschere di carnevale. La mia città preferita al mondo è Venezia, la seconda è Viareggio, la terza Rio de Janeiro, in Brasile. A causa del carnevale.
Il fatto che mi piacciano le maschere non fa di me una persona strana. Sono una persona normalissima, anche a livello sessuale non ho nessun tipo di fissazione particolare. Il missionario. Ecco quello che ci vuole per me.
Nessuna mascherina, No, No, No, ho detto di no.

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In fuga dalla bocciofila

Dheepan – Una nuova vita | Cose che sarebbe meglio non fare in dopo sbronza

Partendo dal presupposto che in dopo sbronza non è piacevole fare nessuna cosa, ci sarebbe da aggiungere che alcune sono particolarmente da s-preferire.

Penso ad esempio all’essere chiamati al telefono. Io odio il telefono sempre, ogni giorno della mia vita e dell’anno, ma sarebbe assolutamente da non accendere in quelle giornate specifiche, quelle in cui la sera prima si è bevuto del gin cantando i tormentoni cingalesi.

Se però si dovesse decidere di rispondere al telefono e fosse per caso qualcuno che non ha sbagliato numero, ci sarebbe da augurarsi che non fosse la nostra presunta moglie, ma di fatto perfetta sconosciuta, con cui siamo scappati da un paese in cui c’è la guerra civile e in cui tutta la nostra famiglia è stata uccisa. Questa telefonata risulterebbe oltre modo spiacevole, in dopo sbronza, e la cosa potrebbe essere implementata ancora se lei fosse in ostaggio di un qualche spacciatore francese mezzo morto all’interno di un palazzo circondato da balordi drogati.

Così si tratterà di rimettere un po’ i cocci insieme, senza passare dal divano, vedere un po’ se si rimedia una mezza mannaia e poi, sempre con un mal di testa lancinante e un viso gonfio come quello di un calciante di calcio-storico fiorentino dopo una domenica di fine giugno, si tratterà allora di fare mente locale a dove sono le chiavi e se per caso c’è qualcosa di cui ci dovremmo vergognare riguardo il nostro comportamento della sera prima, ma tutto questo farlo ve-lo-cis-si-ma-men-te perché nostra moglie (non veramente nostra) potrebbe essere molto arrabbiata con noi. Anche per dei motivi non chiarificati. Detto questo la cosa migliore, in quelle mattine, è che non sia lei a telefonarci, ma uno che ha sbagliato o che vorrebbe venderci un nuovo contratto telefonico, ma puta caso fosse lei è importante, questo voglio dire, che non si sia colti da uno scoppio d’ira irrefrenabile che ci riporta al nostro passato di guerriglieri tigri tamil proprio in quella mattinata in cui, è vero, si sarebbe stati volentieri a rigirarci nel letto.

Detto questo è possibile che vada proprio così.

(L’ultimo film di Audiard è davvero molto bello. C’è una prima parte abbondante che è quasi perfetta (non so se il film sia al livello de Il Profeta, ma perché poi paragonare le cose?). Se poi qualcuno mi volesse far notare che il regista francese Audriard rappresenta una Francia come un paese dove vige o quasi lo stato di natura (seppur tutti trovino lavoro e una casa), una Francia composta da zone franche dove la legalità è soppressa, di contro a  una rappresentazione (seppur brevissima) di un’Inghilterra isola felice, dove sembra esserci il sole e i cortili con l’erbetta, ecco, io non lo so. Non credo francamente che sia così, né che sia così semplice, sennò la metà dei miei coetanei vivrebbero già a Londra (è così, ora che ci penso). Comunque in conclusione quello che vorrei dire (confessare) è che veramente ho pianto tutto il tempo come un deficiente ripetendo: un film doveroso, un film doveroso, la dignità del lavoro, la dignità del lavoro e altre frasi così.

In conclusione. Se vi capita andate a vederlo, me ne assumo la responsabilità io, anche per i vostri commenti imbarazzanti).

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In fuga dalla bocciofila, Racconti

La prima luce | Film che non ho finito di vedere al cinema

Uno. Grindhouse

Un tempo aveva un’amante. Si incontravano a casa di un amico, o nei dintorni della casa dell’amico che era un po’ fuori città e i rischi di incontrare gente conosciuta erano minimi. Si incontravano una volta a settimana o anche meno. Lui là aveva un qualche lavoretto saltuario per cui che fosse da quelle parti non stupiva nessuno. Lei lo raggiungeva con la sua panda bordò, perché era una studentessa e aveva molto tempo libero. I rispettivi compagni, chissà se sapevano qualcosa, o no, ma magari qualcosa potevano sospettare, comunque quella situazione era a tratti bella e a tratti faticosa. Molto faticosa sopratutto mentalmente, cosa ho detto a chi, che registro usare in un caso e nell’altro, frasi ripetute più volte. Perché dopo un po’ che durava la storia clandestina anche quella iniziava a normalizzarsi e si entrava in dinamiche di abitudine, come dall’altro lato, nella relazione solare. Poi una sera lei insistette per andare al cinema, a vedere Grindhouse, in un cinema del centro, che oggi non esiste nemmeno più. Era mercoledì sera e lui lo sapeva che non era una buona idea accettare, ma accettò. Perché era stufo di quella situazione, di segreti, di bugie. E al cinema preciso nella poltrona dietro la loro c’era seduto il miglior amico della ragazza, di quella ufficiale, ecco come fu. Lui a metà film si alzò e andò via perché era certo di esser stato riconosciuto e perché il film comunque gli sembrava un po’ una cacata.

Due. Il muro

All’epoca loro andavano con una tessera amici del cinema, al cinema quasi tre volte alla settimana. Avevano diritto a sconti assurdi con quella tessera, non pagavano quasi niente, una tessera che pagavi all’inizio dell’anno ottanta euro e vedevi più di cento film, se avevi voglia. Ma dopo un primo anno molto intenso quelli dell’organizzazione alzarono il prezzo delle tessere, di pochissimo, ma lo fecero, così che loro decisero che malgrado fosse giusto (il primo anno era stato quasi un errore quel prezzo, era sotto gli occhi di tutti) loro decisero di comprarne una solamente, di tessera, e poi rifarne altre tre o quattro, con la stampante e i primi programmi di grafica che giravano. Le carte dei finti amici del cinema venivano stampate su un cartoncino identico all’originale, e nessuno si accorse mai di niente. Eppure quel secondo anno i film al cinema sembrarono meno belli, nella loro gratuità. Se avessero dovuto ricordarne uno solo dei film di quel secondo anno, forse a loro sarebbe venuto in mente quel documentario Il muro, o qualcosa di simile, sul muro a Gerusalemme, erano gli anni dell’edificazione. A quella proiezione uno di loro si addormentò del tutto e lo abbandonarono là per scherzo, mentre la sala rimaneva vuota.

Tre. La prima luce

Di fatto quella sera lei voleva solo uscire. Aveva scritto a lui un messaggio, poi telefonato perché lui non rispondeva. Erano andati in un ristorante di pesce, dove lei era stata varie volte con la madre e il nuovo compagno di lei. Aveva sempre pagato lui, che le donne lo vedessero, e in particolare la figlia. Non sua. Si mangiava benino, non eccezionale, ma il pesce era sempre freschissimo. Così aveva commentato la madre. Quella sera aveva chiamato il ragazzo e detto: cena e poi cinema? Va bene. Lui in verità un mezzo poveraccio, aveva ordinato tutti piatti da povero, atti a negare questa sua condizione di inferiorità. Ostriche aragoste astici. Lei capiva la psicologia di lui, perché lo faceva anche lei, a quelle cene con il nuovo marito della madre. Si erano abbuffati, avevano mangiato da stare male, e bevuto. Tanto il cinema stava là vicino. La prima luce, con Scamarcio. E già le cose si erano messe male, una prima tappa al bagno, poi mentre il film iniziava lei si era resa conto che si sarebbe cacata o vomitata addosso. Una delle due. Se ne era resa conto con la lucidità di certe consapevolezza, aveva detto, devo andare via, ho mal di pancia, ma tu resta, abbiamo pagato per il cinema e per la cena, ti chiamo domani. Il film del resto, avrebbe scritto a lui il giorno seguente, per quel poco che ho visto, rasentava l’inguardabile.

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In fuga dalla bocciofila

Due parole due sul 2nd Florence Short Film Festival

Questa discussione non è mai avvenuta. Non si è svolta nel salotto di casa mia (salotto nel senso letterale del termine, non letterario). Con questo discorsetto non si vuole risolvere una questione, ma semmai sollevarla.

È un discorso ampio: su chi dovrebbe fare le cose, su chi non dovrebbe, su cosa legittima qualcuno a fare qualcosa, se uno si legittima da solo, oppure se sono altri, o delle competenza specifiche.

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Si parla del Florence Short Film Festival (da ora in avanti FSFF) che si è tenuto al cinema Odeon di Firenze.

Si parla in verità anche di me, di noi della Bocciofila, del nostro scrivere di cinema, del nostro scrivere in generale.

Questo dialogo che non è avvenuto si è svolto tra me (SL) e un curatore di eventi culturali ipotetico (da ora in acanti CDEC).

SL: Uè, lo sai dov’ero ieri? Sono stato al FSFF.

CdEC: Che cacata, ti disapprovo

SL: E perché mai, di grazia?

CDEC: Perché questi sono dei dilettanti e gettano merda sulla categoria. È come se io fossi appassionato di massaggi e mi mettessi a fare massaggi a giro. O di medicina e cominciassi a curare la gente. A caso.

SL: Vabbè dai, il cinema era pienissimo.

CDEC: E sticazzi.

SL: Cioè voglio dire, te devi accettare che il tuo livello culturale fa di te una minoranza. Hai una vocazione al pop, ma sei una minoranza, con le tue competenze. Il film cecoslovacco coi sottotitoli in tedesco, non ti riempie il tuo bel cinema.

CDEC: Io li ho riempiti eccome. Comunque se invito tutti i miei contatti, se faccio tipo saggio scolastico di fine anno, verranno tutte le nonne a vedere i nipoti, ti pare? Un bel cinema pieno di nonne.

SL: Invece c’erano parecchi giovani.

CDEC: Perdi il punto, c’erano film local e la gente ha risposto. Ma com’erano sti film?

SL: Alcuni erano imbarazzanti. Alcuni, la minoranza assoluta, erano buoni. Quelli che hanno vinto erano buoni. Io credo. C’era una distanza siderale tra quei due o tre buoni e gli altri. Quattro. E comunque a volte anche ai tuoi festival fighi mi son fatto due coglioni così, ho visto roba inguardabile.

CDEC: Poi un’altra cosa che non va, di tutta questa storia, è che loro sono come i cinesi. Creano concorrenza sleale. Se te fai una cosa male e gratis, mentre io la faccio bene e mi faccio pagare secondo te a chi si rivolgerà chi deve fare un festival?

SL: Boh, senti, non ti ruberanno il lavoro, davvero non c’è rischio, se sono dei dilettanti. Non si improvvisa un festival. O sì? La selezione era quella che era, ma del resto queste cose sono quasi una faccenda di gusto. Era un po’ arrabattato, ti do ragione. Ma il cinema era pieno.

CDEC: Si fotta il cinema pieno. Tutto il cinema si fotta. Quanti c’erano alla fine di quelli che c’erano all’inizio?

SL: La metà.

CDEC: Si fotta anche la metà. Fanculo merde.

SL: Eddai, esageri. Non è mica qualcosa che dice qualcosa di loro, gli organizzatori, o dei film selezionati nello specifico, semmai dell’Italia. Della situazione italiana, della situazione culturale. Comunque alcuni dei corti erano buoni! Quei due che hanno vinto, erano ok.

CDEC: Si fottano anche quelli buoni, con gli organizzatori.

SL: Boh. Ok. Pensavamo con Giova, il mio compare della Bocciofila, che sarebbe interessante vedere quei settanta non selezionati, gli esclusi, ecco un bel festival con i settanta scartati, sarebbe da proporre. Forse riempiremmo anche noi i cinema, ma forse non è quello che vogliamo. Cinema vuoti. Deserti. Noi odiamo quasi tutti.

CDEC: Non capisci un cazzo. Puoi scordarti gli accrediti per i festival fighi che dirigo io. Te e quegli sfigati della Bocciofila.

SL: Eddai non fare così, lo sai che scrivere di cinema è la mia grande passione. Lo faccio a casa da mia. Ah ah.

CDEC: …

SL: Comunque che la situazione non sia buona, beh ti do ragione. Ma lo sai c’erano anche le istituzioni?

CDEC: Vuoi che ti dica cosa ne penso delle istituzioni, cosa dovrebbero fare?

SL: Fottersi?

CDEC: Ecco.

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Sangue del mio sangue | La gita a Bobbio

Ho incontrato dentro al cinema semi deserto di mercoledì la madre del mio vecchio amico Lorenzo. Non ci vedevamo da qualche mese, dopo anni di oblio perfetto, quindi in realtà ci siamo salutati con affetto, ma nemmeno troppo. C’era anche il padre di Lorenzo, che ha detto: «Vedi là, che a veder Bellocchio sembra quasi di aver una proiezione casalinga, privata».

Infatti la sala era semi vuota, tutti nella maxi sala sotto o sopra (che l’orientamento dentro i cinema mi sfugge sempre) erano andati a vedere morir la gente in montagna, sull’Everest.

Noi invece là sopra (o sotto) a guardare questo ennesimo Bellocchio per chissà quale forma di fedeltà, e a chi. Se a un’ideologia, se a dei nostri noi del passato. La madre di Lorenzo prima che il film iniziasse mi ha detto:

«Hai letto che il film di Bellocchio è ambientato a Bobbio? Ti ricordi quella nostra unica gita insieme?» Io non mi ricordavo, pensavo che Bobbio fosse un filosofo italiano, neanche mi ricordavo di una località.

Ho negato e lei mi ha detto, «Ma sì dai, quell’unico viaggio che si fece, anni fa, te e e Lorenzo eravate in seconda o terza media, in quel posto tra la Liguria e l’Emilia», e io ho ricordato di un posto con dei fiumi: era Bobbio. «Quattro ore per andarci, una strada al limite», ha ricordato il padre di Lorenzo. E poi non c’era altro da dire. Abbiamo aspettato che iniziasse il film, loro davanti io dietro di loro e il figlio Lorenzo lontanissimo, nella città straniera con il suo lavoro e la sua nuova vita.

A uscita sala abbiamo commentato il film, con i genitori di Lorenzo. Io ero uscito quasi subito, per pensare alle mie cose, quando ancora scorrevano i titoli di coda, mentre loro due solo alla fine della proiezione. Mi ero messo fuori dal cinema a slegare la bici, e poi anche loro erano usciti e mi avevano detto che il film l’avevano trovato disorganico (cosa avranno voluto dire) un po’ confuso, e allora io ho detto la mia, tutto d’un fiato.

«Che con gli ultimi film Bellocchio parla sempre della stessa cosa, ovvero di lui stesso regista che faceva film e ora ne fa un altro ulteriore. Un film come metafora di una donna bellissima, con un naso importante, forse posseduta dal diavolo, forse da un dio, a rappresentare il film stesso, i film che ha girato in passato. Così belli che non sa nemmeno lui come ha fatto. Film e fare film legati tra loro, come le cose alla fabbricazione delle stesse. Film che dopo un’ora si interrompe, svelandone il meta livello, il fare e il presente impossibile, la lontananza del regista da quello che vuol dire, dal suo stesso film».

La madre e il padre di Lorenzo mi guardavano scocciati «Mah… Sì, sarà come dici, ma non è che sei chiarissimo».

«E poi c’è tutta la faccenda “sangue del mio sangue”», ho continuato, «la faccenda che Bellocchio fa lavorare tutta la famiglia nei suoi film, ormai la storia è un discorso privato o quasi, un linguaggio privato, che però si nega, che nemmeno esiste, con Wittgenstein».

«Ma che cosa stai dicendo?», mi ha detto la madre di Lorenzo.

«Cosa ti sei fumato?» ha detto Saverio.

Ma io ero serio, «Ma sì, non capite, il messaggio politico si è esaurito, anche il suo modo di fare film di un tempo non c’è più, la donna con il naso importante è stata murata viva, è là sotto che riemerge nuda e incomprensibile, identica, dopo anni, ma tutt’intorno sono morti: Bellocchio è finito».

Loro mi hanno guardato come si guarderebbe un figlio demente lontano e perduto e mi hanno detto: «Eppure ti ricordi in quella gita a Bobbio, eri così spigliato, così intelligente», ecco cosa pensavano slegando a loro volta le bici, mettendo le loro sciarpe rosse intorno ai loro colli, «Eri un bambino così bravo».

«E scrivi ancora?, mi hanno chiesto proprio un attimo prima di svoltare a una curva.

«Sì», ho urlato io, ma non credo che mi abbiano sentito.

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In fuga dalla bocciofila

Fuochi d’artificio in pieno giorno | La scomparsa di Effe

Dopo il cinema abbiamo avuto terribilmente voglia di andare a mangiare qualcosa e siamo andati al cinese.

Siamo andati a quello in Via Sant’Antonino dove ci lavora Effe. O meglio, dove prende una percentuale per la gente che gli riesce di portarci. Se ne sta là in un angolo a fare finta di nulla, con una birra, seduto su un gradino, come se aspettasse qualcuno, come se non avesse nient’altro di meglio da fare e se passa qualche gruppo di turisti lui li abborda e li porta a quel cinese. Gli danno qualcosa, se una birra o dei soldi o del cibo, io questo non lo so.
Comunque c’è da dire che si mangia benino, e si spende poco. Va bene, diciamo che si mangia ok.

Si mangia di merda, comunque si spende ben poco.

Dopo il cinema ci siamo detti, andiamo al cinese di Effe?
Solo perché era il più vicino e nel film che avevamo visto non facevano che mangiare cose cinesi che sembravano squisite.
Siamo andati.
Eravamo due coppie e il mio coinquilino messicano. Eravamo cinque in totale. Effe non lo abbiamo visto, ma di certo ci avrebbe preso qualcosa, perché là al cinese lo sapevano che eravamo amici suoi. Eravamo come a dire merce sua. Abbiamo mangiato male come al solito, abbiamo scherzato sul fatto che avessero messo la salsa agrodolce sul pavimento del bagno. Sembrava di scivolare, come sul ghiaccio, ma era solo salsa agrodolce.
Poi giorni dopo abbiamo saputo che Effe, beh, che non c’era più. Abbiamo seguito tutta la faccenda sui giornali, perché comunque nel quartiere lui era conosciuto, era un personaggio. Hanno scritto quei trafiletti in basso, nella parte di cronaca locale, di come Effe era sparito, se qualcuno ne sapeva niente di contattare e un numero di telefono, pure un comitato e una pagina facebook. Ci siamo iscritti alla pagina facebook.
Abbiamo ripensato intensamente a quella sera dopo il cinema, ne abbiamo parlato tra di noi che eravamo là quella sera, se ci fosse qualcosa di strano, di diverso rispetto al solito. Se con un fare collaborativo ci avessero offerto la grappa cinese, ma era stato tutto come sempre: ci avevano chiesto se la volevamo la grappa, ma mica per offrircela gratuitamente, solo per sapere e poi metterla sul conto. Noi avevamo scherzato su quella cosa: eddai, veniamo qui sempre, potreste anche offrircela una grappa, e il cameriere dietro al banco con i suoi occhiali da impiegato postale, alla fine ce ne aveva portata una. Una grappa in cinque. Tutto da programma.
Effe non c’è più, questo è quanto, girano strane voci, dicono che avrebbe litigato con quelli del ristorante, che ci sono storie di tradimenti, di donne, di omosessuali cinesi gay, non si sa bene, girano storie contraddittorie. Fatto sta che nessuno riesce a sapere niente del vecchio Effe, quell’ammasso di birre seduto sul gradino, quel suo sorriso da persona fondamentalmente buona, ma dopo molti giri di grappa al bambù e i molti turisti e amici e parenti portati tutti a mangiare sempre e solo ed esclusivamente a quel ristorante cinese lì, ecco solo dopo gli appare il sorriso buono.

C’è chi dice che è solo la stagione invernale alle porte, che già altre volte Effe sia sparito per lunghi periodi, nelle regioni meridionali, dove il clima è migliore. C’è chi dice, ma questa voce è la più scontata, che Effe ce lo siamo già bello e mangiato in queste sere condito in salsa agrodolce.

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