Concerti al Volume

Setti al Volume

Setti, Volume, FirenzeMare, che canzone hai fatto Setti, Nicola.
“Lo sai che noi non siamo persone, siamo relitti di una nave, sopra i tetti delle cose, tu, per me sei come il mare”
Qui, nel dopo sbronza −Sì, forse abbiamo un problema alcolico− mentre piccoli esseri, si direbbero bambini, ma sono dei mostri rumorosi, sono come quelle formazioni rocciose alte centinaia di metri che stanno su Solaris, si muovono in maniera insicura di fronte a me dentro al bar in cui vado a scrivere al mattino, io ascolto con le cuffie a tutto volume la musica di Setti, perché sto cercando di scrivere qualcosa su Setti e ascolto per coprire i rumori dei bambini, ma anche perché ormai sono un professionista assoluto del giornalismo, lo sai, e arrivo sempre a queste cose iper preparato.
Così nel dopo sbronza, possibile -mi domandi- sbronzarsi di mercoledì?, ma non c’è nessun tu, mi diceva Setti, quando in “Mare” utilizza il “tu”, beh, quel tu non c’è.
Setti, andiamo a sentire questo ragazzo un filo triste, cosa c’è?, gli domandavo. Non sei contento? Perché sei giù? Cos’è, domandavo, esistenzialismo? Lui allora mi guardava scuotendo la testa, no, non è quello, diceva.
Il concerto al Volume di Setti: era onesto, una chitarra e una voce, la sua, di Setti, semplice non lo so, so che lui scriveva qualche ora prima, su Facebook: “Non sono figo nemmeno in treno con un chitarra elettrica. Sembro un rappresentante di chitarre”.
Gli domandavo allora di Modena, del suo lavoro, fare il tuttofare in un cinema e quello più recente nei corsi di formazione, i suoi trent’anni, dei suoi gusti musicali, la situazione che aveva intorno, come e quando scriveva le sue canzoni, la maniera in cui era uscito fuori quel suo singolo, e l’album nuovo che avrebbe parlato di violenza e di impiegati alle poste, e l’album vecchio invece, di come erano andate le cose.
Ma malgrado tutte queste domande io non riuscivo a capire Setti, cosa avesse, perché fosse un filo preso male, non tanto, ma un filo, se fosse un atteggiamento nei confronti della vita, e se sì, della vita di chi.

Andando verso casa basculante domandavo a Gioacchino se mi dava una chiave di lettura e lui mi parlava di Chicago, quindici anni fa, che per lui Setti era nostalgia di un posto dove non era nemmeno mai stato, dove forse abitava suo fratello, dove tutto era identico, bambini alti centinaia di metri, dove la gente parlava un’altra lingua, come noi, del resto, che pure ci parliamo.

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Concerti dovunque

King Khan And The Shrines live @ tender:club

King Khan, simone lisi, VolumeRiprendo in mano i miei appunti sul concerto di venerdì e vorrei scrivere in un italiano elementare, per poter poi essere compreso da lui, da King Khan, che pure qualche parola e idea dell’Italia doveva averla. Bestemmiava, citava Pasolini, voleva che le persone del pubblico formassero un qualche coro su Salò, ma non conosceva l’accento esatto, King Khan, così lo chiamava semplicemente Salo. Di conseguenza si creava dell’incomprensione, tra lui e il pubblico, l’incomprensione degli inizi, quando si entra al Tender e si attraversano veloci le zone con le luci viola nemiche della forfora, quando si arriva al Tender e ci si domanda quale sia il target della serata e in generale di quel posto.
King Khan, leggo sul mio quaderno degli appunti:
“Che i suoi capezzoli fossero asimmetrici questo era l’ultimo dei suoi problemi”. Infatti il cantante era senza maglietta, solo un mantello e una maschera messicana, per il resto vari tatuaggi e quel suo corpo asimmetrico. Ma non sembrava farci caso.
“Tu chiamalo se vuoi rock, io lo chiamerei Aldo Palazzeschi”
Trascrivo questa frase apparentemente senza senso e mi domando quale connessione neurale avesse fatto il mio cervello, ma forse era semplicemente la grappa cinese, al bambù, mischiata con birra, con jack daniels e coka, e con altra birra, che mi portava a dire quello.
“Non si può fingere con King Khan, con lui si è ciò che si è”. La sensazione che ho, riprendendo in mano questi pochi appunti di venerdì, è di una certa confusione, che si diffondeva tra me e il pubblico, tra i bicchieri di birra vuoti o semi vuoti che volavano, del ritmo sincero e marcio di quella serata, basculatoria, che per me era omaggio a una serata personalmente mitica a cui ero assente, ma a cui prese parte tutto il mio mondo, a Venezia, su una barca e che potrebbe essere forse paragonata in letteratura alla notte di Valpurga, ma su cui ovvio non dirò qui una sola parola.
Me ne andavo via con molta incertezza, il clima rigidissimo di quei giorni e la sensazione che se King Khan ci inchiodava a ciò che eravamo, io allora ero un mezzo sbronzo che vagava solo, verso casa.

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Cocorico a Bologna (Venti anni di Memorabilia)

Cocorico, simone lisi, memorabiliaDopo dieci minuti netti dentro l’Unipol Arena, Riki aveva già perso il portafogli mentre io il biglietto del guardaroba. Sarei tornato a casa senza giubbotto, ma si proceda con ordine.

Alcuni giorni fa il mio amico che chiameremo semplicemente A. mi domandava di accompagnarlo a una serata per il ventennale di Memorabilia. Organizzata dalla celebre discoteca Cocoricò di Riccione, si sarebbe svolta per l’occasione a Bologna, Unipol Arena. Accettavo, salvo poi pentirmene immediatamente.

Il Cocoricò, come a dire, la giovinezza che non vissi mai. Nel ’95 era già tutto finito: Riccione, la piramide, i voli charter diretti da Londra, il primo Moby. A me sarebbe giunta come un’eco, come un riflesso di luce laser specchiata in scimmiette e simboli, nei racconti di qualche tamarro che conosceva qualcun altro che c’era stato, al Coco.

Poi una sera di gennaio siamo partiti da Firenze in quattro, e dopo un’ora eravamo già persi allo svincolo di Casalecchio. Superavamo indenni i posti di blocco delle volanti. Posti di blocco ovunque. Dentro al palazzetto era una sorta di incubo, con musica e luci laser e gente che ci passava accanto chiedendo: Emme-Di-Emme-Di-Emme-Di-Emme-Di. Poi la musica e i nomi dei dj storici e i figli, e i figli dei loro figli, come nella mitologia greca. Sullo sfondo l’enorme piramide ricostruita sul palco.

Abbiamo bevuto, ci siamo drogati, abbiamo ballato fino alla fine della serata. L’impatto di quella cosa era a tratti spaventoso per chi come me aveva quasi mai fatto niente del genere. Che potesse degenerare, che potessero scoppiare risse, che se mai mi fossi sentito male nessuno mi avrebbe aiutato. Ma a tratti era tutt’altro, era incredibile.

Partiva l’inno d’Italia, qualcuno faceva dei saluti romani, ma erano una netta minoranza. La maggioranza era gente normale, magari sù di giri, di età varie che semplicemente ballava, vestiva come se fosse il novantasei, alcuni direttamente senza maglietta, ma alla fine di gente smostrata ce n’era poca, si concentravano sotto cassa, mentre noi ci mettevamo un po’ defilati. Stavamo là a bere qualcosa gin-tonic-vodka-lemon e il tempo semplicemente passava.

A. sembrava così felice di essere là ed ero felice pure io, ma non credo fosse per la droga chimica, o almeno non solo per quello, era per un altro motivo che adesso non ricordo. Dopo qualche ora Dj Cirillo salutava tutti, mentre un vocalist che aveva sottolineato certi momenti patici, ci guidava alla riaccensione delle luci.

Io non lo so cosa sia il Cocoricò e cosa rappresenti. Cosa abbia rappresentato. Come un punto di incontro, uno snodo nella vita di molte persone. Un’avanguardia o una fine. L’ho chiesto ad A. ma non ricordo cosa ha risposto, ha fatto un giro di parole, mi ha detto vieni giudica te, ma considera che è cambiato quasi tutto, forse quello che cercavo non esiste neanche più.

Tornavamo a casa che aprivano i bar e i giornalai, le strade erano deserte, senza portafogli, senza giubbotto, con il freddo addosso, con ancora una certa energia a livello delle spalle, dei trapezi, sarà stata la droga chimica, ma io credo di no. Era piuttosto un’energia accumulata dai corpi, dalla musica ascoltata, dai kilometri e dalla visione di A. che ballava in controluce.

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Concerti al Volume

Flavio Giurato @ Volume

Giurato, Volume, Firenze, simone lisiFlavio Giurato, a non sapere né leggere né scrivere, mi ricordava le Luci della Centrale Elettrica, con la differenza che lui era bravo. “Centocelle” gli usciva fuori benissimo ed era un mezzo miracolo; forse la migliore interpretazione di sempre. Se Flavio non si ricordava più i testi delle sue stesse canzoni, c’era uno nel pubblico che li ricordava per lui. Gioacchino Turù si metteva a fare le foto col cellulare, e allora voleva dire che le cose stavano andando bene: era come ammettere di dover filtrare con lo strumento.

Poi lo svolgimento della serata un po’ si sfaldava in una favola senza capo né coda e Flavio cantava “Walterchiari” per recuperare e far contento Damiano, seduto in prima fila. I pezzi dell’album nuovo occupavano la sua mente: sillabe mistiche, i pazzi, Majorana in traghetto da Napoli a Palermo. Alternava la sua dizione pulitissima con un romano sbiascicato: interruzione tra vernacolo e vernacolo, tra poesia e poesia, tra spiegazione di come si lancia una palla da baseball, come la lancerebbe un interno, in cosa consiste un lancio “full extension”. Perché ci raccontava quella storia? Non chiarissimo.
Poi diceva: Facciamo una pausa?
(Flavio non lo sapeva che le pause ai concerti non si fanno, mai, che la vita non ne contempla, di pause, ma poi mi dicevo anche: ma questo che vuol dire, che importanza ha?)

Uscivamo tutti fuori a fumare le sigarette, anche i due ragazzi che lo accompagnavano con il basso e il tamburo e che sorridevano sempre (sembravano i due aiutanti di K. nel Castello, e quando prima del concerto gli avevo parlato di qualche cosa super scontata romana tanto per trovare un appiglio, loro non avevano letteralmente idea di cosa io stessi dicendo), mentre uscivamo fuori a fumare già partiva dentro al Volume una musica del presente. Il concerto era finito.
Io pensavo di sfuggita che era assurdo e un peccato che lui non fosse riconosciuto tra i maggiori cantautori italiani, come un Dalla o un Battisti. Meglio per lui, perché sarebbe stato morto.
Poi erano le due. Andiamo a dormire, gli dicevo, ti cambio le lenzuola. Ma no, ma lascia stare, rispondeva lui, e grazie di ospitarmi.

Quando poi alla sera tornavo a casa dopo la giornata in ufficio, Flavio Giurato aveva lasciato il letto rifatto.

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Concerti dovunque

Diaframma @ Flog Poggetto, Firenze

Fiumani, Diaframma, Simone LisiFiglio spurio di piazza Dalmazia, caro agli dei, Fiumani, come farai questa mattina a uscire di casa e comprare il latte pure tu? Con il tuo ciuffo argentato e una faccia patibolare, questo è certo.

Il concerto partiva male, spigoloso, ma poi invece diventava qualcosa di bello, con la gente sotto il palco a pogare e la musica davvero in grado di accorpare quel gruppo eterogeneo, di cinquantenni, quarantenni e quasi trentenni come me, diaframmisti di ritorno, figli dell’ultimo colpo di reni del gruppo, nel circolo di morte e rinascita che vivono tutte le cose.
Ma quando partivano “Vaiano”, “Diamante grezzo” e, infine, “Gennaio”, noi là nelle ultime file smettevamo di pensare al Fiumani degli Ottanta, che avrebbe dovuto ma che non se ne era mai andato, uno che aveva creato un gruppo musicale al liceo e poi le cose gli erano semplicemente sfuggite di mano, con quei testi da bambino delle elementari. Smettevamo di pensarlo e ci convincevamo che c’era tutt’altro: come un nucleo problematico che dice qualcosa di questa città, della provincia e non solo di certi anni passati, semmai del passare degli anni; ed era sorprendente rendersi conto che Fiumani era tutt’ora un figo assoluto, uno che ancora resiste (nel suo essere antipatico, certo), che si ostina. E le cover che gli hanno chiesto di fare non ha voglia di farle, perché lui ha le sue canzoni, il suo modo, nient’altro.

Cosa ne sarà di questa tua domenica mattina? E se questa specifica mattina magari stai dormendo, Fiumani, mi domando: il tuo lunedì?

W Diaframma.

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Concerti dovunque

Ismael Circus @ Combo Social Club

Ismael Circus, Combo, Simone Lisi

Chiedevo a Fede se il bassista avesse qualche problema o disturbo o paresi (era solo una nota cinica derivante dal mio vecchio amico Cecco che non vedevo da cinque anni almeno, un modo di difendermi attaccando, il cinismo, un atteggiamento in definitiva di destra, quindi negativo) lei mi diceva: macché cavolo dici lui e in generale tutti e tre sono bravissimi, sono il mio gruppo preferito, li vado a vedere ad ogni concerto che fanno, esco praticamente di casa solo per andare a sentirli suonare.
Al che il mio discorso era finito.
Era vero, comunque. Gli Ismael Circus erano bravissimi e il loro jazz tecnicissimo quasi progressive in concerto al combo: niente da dire, bravissimi.

Eppure il mio vecchio amico Cecco che si era lasciato dalla fidanzata dopo una vita e che aveva smesso di cedere al cinismo era lontano semplicemente altrove, tutta una serie di progetti, di vorrei, che dovevano diventare atto, adesso quasi lo capiva. Io ascoltavo il concerto e mi fissavo sulle faccette del bassista e capivo a mia volta che erano qualcosa che mi infastidiva perché parlavano a me, dicevano qualcosa a me e allora me ne restavo zitto accanto al vecchio amico del passato e poi gli dicevo: ce ne andiamo?
In motorino verso casa ricordavamo di una volta, sullo zip piaggio 50, sempre in via Mannelli, che i tifosi della Triestina calcio ci avevano sputato addosso, per nessun motivo particolare. All’epoca non avevamo neanche il parabrezza.

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Fogli sparsi, San Frediano (2013-2015)

Racconto di Natale

Racconto di Natale, Simone LisiIl Natale per fortuna passa in fretta, ma la sera è ancora lunga. Come sono tristi le persone che in questo giorno portano fuori il loro cane per i bisogni. Sono tristi sempre, ma in questo giorno lo sono ancora di più.

Ascolto un cd come ai vecchi tempi, nel salotto della casa in Santo Spirito, dopo i cinque giorni di sfratto. Tornato con le tre cose che mi ero portato via e una sorta di fiuto per quello che la padrona di casa ha spostato, per quello che i due danesi hanno smosso o visto, di noi, e infine per il passaggio dell’ex inquilina, Ilaria, che si è ripresa alcune cose come pentole e indubbiamente quello che credevo essere il mio comodino e invece era suo. Era un comodino carino. Fa niente.
Io torno a sedermi in salotto come se niente fosse, ma invece lo sento che c’è qualcosa che mi dà sottilmente fastidio e mi fa pensare a un altro scasso, diverso eppure simile, alle Cure, a casa di mia madre, da parte di alcuni ladri, giusto ieri che era Vigilia e sembrano giorni e giorni fa.
Ieri che avevo lavorato e mia madre mi diceva al telefono dei ladri e io che le chiedevo se avessero portato via il pc con dentro i miei testi in unica copia: non se l’avessero stuprata, ma dov’erano i miei testi e il mio computer.

Natale 2013

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Fogli sparsi, Stanza 251

Diladdarno in Festa – Adesso

La festa dell’Oltrarno: ci sono tutti, ho intravisto anche lo scrittore Matthew Licht in bicicletta, ma non l’ho salutato perché i vigili mi facevano la multa al motorino.

diladdarno in festa, firenze, racconti, stanza251Abbiamo preso un pain au chocolat al negozio francese di Via Romana dove tutti parlavano francese e anche noi uscendo: Merci, Alé le bleu.

Poi camminato fino all’erboristeria, a comprare il dentifricio sbiancante all’aloe vera, vi dico che funziona, lo usava il mio host airbnb a El Médano, un certo Lucas.

Diladdarno: i negozi sono aperti, cerchiamo di prendere un caffè al Volume ma non ci considera nessuno. I negozi sono aperti: guarda, dico a Lapo, anche la lavanderie a gettoni sono tutte aperte. Lui fa: Ah ah.

Resto impalato sulla porta di un atelier di moda dove dove ci sono queste ragazze con orecchi da gatto in testa che noi ragazzi di quartiere non abbiamo visto mai, sembriamo italiani arrivati a Londra nel 1969, dalla Basilicata.

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Concerti al Volume, San Frediano (2013-2015)

Uyuni al Volume

uyuni, Volume, Firenze, simone lisiGli Uyuni erano in ritardo di ore, per la cena: colpa di Gioacchino, pensavo io, e non del sound-ceck. Così che alla fine, con il mio coinquilino Lapo avevamo deciso di non aspettarli e di mangiare. Dopo arrivava Giulia e anche tutti gli altri. Mangiavamo hamburger e insalata comprati da me alla Conad e cucinati da Lapo. Il cibo era bastato per tutti. Poi eravamo scesi.

Iniziava il concerto e io dicevo piano in un orecchio a Lapo: «Vedi come risulta chiaro chi è il leader, quello con gli occhiali, come ha detto di chiamarsi? Poldo,Ponio, Lompa, e retrospettivamente lo si sarebbe potuto capire anche durante la cena che fosse lui il leader, quello che poi era scivolato via, quello preoccupato, quello che a breve sarebbe partito per Londra. E non il sosia del nostro amico Niccolò Francolini, il batterista, e neppure la tastierista, non loro che dicevano: – Beh lui se ne andrà a Londra, a raggiungere la sua ragazza. Che vada».
E Lapo diceva: «È vero, a posteriori capisco che lui fosse il front man, ma prima no, durante la cena non avrei saputo dirlo».
Chi aveva ragione?

Poi il concerto al Volume e gli Uyuni erano molto bravi, davvero bravi, e quella sera la cornice del Volume era ai suoi massimi livelli di splendore, come non capitava da tempo. Con alcuni ragazzi americani che si esaltavano in prima fila perché si sentivano come a casa, ma una casa immaginaria. Uno di loro con i lunghi capelli che diceva solo alcune frasi in spagnolo (¡Diez mas!) si era messo alle spalle del Bompa e ballava come se fosse da solo in una stanza, come vorremmo ballare tutti, ma non possiamo. Poi c’era Doriano, maestro di scacchi con occhiali da sole di notte, come Mastroianni, che batteva le mani sul tavolo a un ritmo esclusivo suo, e infine quelle due milfone che ci puntavano, come mi diceva Lapo, e io neanche ci avevo fatto caso, solo quando me lo faceva notare lui. E pensa che dieci anni fa neanche esisteva il concetto di milf, noi avremmo parlato forse di donne agé, e forse non avremmo visto niente perché non esisteva il concetto.

Poi, dopo il bis e il tris, il concerto era finito. Salutavo tutti e me ne tornavo a casa.

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In fuga dalla bocciofila, San Niccolò (2015- 2017)

Fiori d’equinozio | Il discorsetto prima del film

Ozu, simone lisi, recensioni

Di martedì siamo tornati al cinema anche se lei era cotta per il doppio lavoro, e il mio coinquilino stava messo ancora peggio, tutto il giorno in un posto chiamato “il Giogo”, che solo a sentirlo nominare si capisce che giornata era stata. Anche io ero stanco, anche se il lunedì e il martedì non avevo lavorato affatto, solo “lavorato” ai miei testi del futuro. Ma con loro avevo fatto attenzione a non sottolineare troppo quella mia stanchezza.

Siamo andati al cinema a vedere un film del ’58, era bello, Fiori d’equinozio, a un piccolo cinema con le poltroncine vecchie, ma caro. Caro nel senso buono: grazioso, vivo, un posto a cui voglio bene, non caro economicamente, che quello lo sono tutti i cinema: e il pensiero viene spontaneo, che non sono i cinema, ma sono io, che guadagno poco (o forse dovrei accettare di farmi pagare le cose dalla mia ragazza o dal mio coinquilino operosi).

Siamo andati così, affaticati, al cinema, per differenti fatiche e il film di Ozu, il primo a colori del grande regista giapponese, era bello, una storia quasi esopica, con la sua morale, con il suo insegnamento: il tramonto di un’epoca, che si ripete a ogni generazione.

Solo che prima del film ci avevano fatto un breve accenno agli eventi legati al Giappone e al regista Ozu, e fin qui tutto bene, perché il cinema è un luogo d’incontro e che tra una settimana si faranno composizioni floreali io la giudico una cosa bella. E poi, stava andando tutto bene, il presentatore ha detto qualcosa del film che avremmo visto, e là è stata veramente la fine.

Dico la fine della possibilità di vedere il film da parte delle vecchine che avevo dietro. Il presentatore ha fatto riferimento a certi tocchi di rosso che il regista avrebbe messo in ogni inquadratura, ad illuminare la scena, come un gioco o uno scherzo dato dalla possibilità stessa del colore, per lui cresciuto nel bianco e nero.

Era vero, ma le vecchine hanno iniziato, durante il film, a commentare ogni volta che nel film c’era qualcosa, guarda ecco il rosso, ecco il rosso, ecco il rosso. Allora io l’ho ascoltate per un po’ (e nella mia mente riuscivo solo a vedere, perché questo mi aveva detto giorni prima il mio amico Gianfranco, ovvero che le riprese nei film di Ozu sono fatte da telecamere poste sempre ad altezza quasi terra, a dieci centimetri da terra, così che potevo vedere solo quello, come le mie vicine il rosso, e stavo davvero per dire a quelle vecchine, ma fate piuttosto caso a come è stato girato il film, con una telecamera da dieci centimetri d’altezza, non vedete?) e invece loro continuavano il rosso, ecco una teiera rossa, un giradischi rosso, il rosso di qua, di là, di sotto di sopra.

Basta, ho urlato, girandomi a guardarle, e tutti nel cinema si sono girati a guardarmi a loro volta. Basta rosso, ho ripetuto. Le rose sono rosse, ho aggiunto rimettendomi a sedere nella poltroncina e le signore si sono fatte silenziose per qualche minuto e poi hanno ricominciato: il rosso il rosso ecco il rosso. Solo quello vedevano e mentre poi a fine film uscivo accompagnato da Diana e dal mio coinquilino che mi sorreggevano ai lati, lui mi ha detto: sì, è orribile quando vedo i trailer dei film, o quando fanno i discorsetti al cinema. Bisognerebbe non sapere niente, ma se ci pensi bene è così per tutto.

Aveva ragione lui, a prescindere la sua giornata passata a “Il Giogo”. Io mi sentivo esausto e dopo, tornati a casa, non abbiamo più riparlato del film di Ozu.

passo del giogo, Giogo,

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