Concerti dovunque

King Khan And The Shrines live @ tender:club

King Khan, simone lisi, VolumeRiprendo in mano i miei appunti sul concerto di venerdì e vorrei scrivere in un italiano elementare, per poter poi essere compreso da lui, da King Khan, che pure qualche parola e idea dell’Italia doveva averla. Bestemmiava, citava Pasolini, voleva che le persone del pubblico formassero un qualche coro su Salò, ma non conosceva l’accento esatto, King Khan, così lo chiamava semplicemente Salo. Di conseguenza si creava dell’incomprensione, tra lui e il pubblico, l’incomprensione degli inizi, quando si entra al Tender e si attraversano veloci le zone con le luci viola nemiche della forfora, quando si arriva al Tender e ci si domanda quale sia il target della serata e in generale di quel posto.
King Khan, leggo sul mio quaderno degli appunti:
“Che i suoi capezzoli fossero asimmetrici questo era l’ultimo dei suoi problemi”. Infatti il cantante era senza maglietta, solo un mantello e una maschera messicana, per il resto vari tatuaggi e quel suo corpo asimmetrico. Ma non sembrava farci caso.
“Tu chiamalo se vuoi rock, io lo chiamerei Aldo Palazzeschi”
Trascrivo questa frase apparentemente senza senso e mi domando quale connessione neurale avesse fatto il mio cervello, ma forse era semplicemente la grappa cinese, al bambù, mischiata con birra, con jack daniels e coka, e con altra birra, che mi portava a dire quello.
“Non si può fingere con King Khan, con lui si è ciò che si è”. La sensazione che ho, riprendendo in mano questi pochi appunti di venerdì, è di una certa confusione, che si diffondeva tra me e il pubblico, tra i bicchieri di birra vuoti o semi vuoti che volavano, del ritmo sincero e marcio di quella serata, basculatoria, che per me era omaggio a una serata personalmente mitica a cui ero assente, ma a cui prese parte tutto il mio mondo, a Venezia, su una barca e che potrebbe essere forse paragonata in letteratura alla notte di Valpurga, ma su cui ovvio non dirò qui una sola parola.
Me ne andavo via con molta incertezza, il clima rigidissimo di quei giorni e la sensazione che se King Khan ci inchiodava a ciò che eravamo, io allora ero un mezzo sbronzo che vagava solo, verso casa.

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