Sorin si alza alle quattro del mattino dal lunedì al venerdì, e anche di sabato perché ormai ha preso il ritmo. Lui è originario della Romania e dopo alcuni anni vissuti a Napoli (è questo il motivo per cui tifa Napoli, essendo il primo posto in cui ha vissuto in Italia è come se a Napoli fosse stato bambino e le squadre calcistiche si scelgono così, nei primi anni di vita, e dopo non si può più cambiare, anche se ci si trasferisce in un’altra città e non si torna mai più a vivere in quel posto originario, e neanche ci si torna mai in vacanza, e neanche vi si è lasciato un amico, o un amore). Continua a leggere →
La prima volta a Prato, per me fiorentino doc fu alla soglia dei sedici anni. Intendo per la prima volta autonomamente, in età di ragione. Fu al Cencio’s.
Avevo da poco scoperto che si poteva uscire anche di sera. Non c’entra molto, ma bisogna che io lo dica. Ero stato una sola volta oltre il tramonto in un locale notturno di Firenze. Era la fine degli anni novanta e il pub si chiamava Transilvania (ca va sans dire). Ero andato in questo posto apparentemente pauroso (le finte bare su cui mettere una birra piccola), ma per me che non ero mai uscito, autenticamente pauroso.
La seconda uscita serale fu al Cencio’s, come dicevo. Con alcuni amici più grandi di qualche anno fricchettoni/grunge (confusi?) con le magliette degli Smashing Pumkins, loro, e io? Mi domando: vestito come? Con quale maglietta improponibile?
Partii che era buio con il mio vecchissimo Zip 50 nero a sella lunga (malgrado dessi di continuo passaggi al mio amico Cecco, era vietato andare in due sul cinquantino. Perché allora quelle selle?), partii per Prato come si parte per il mare, come quando si è giovani e tutto è ancor più che possibile: probabile.
Ho dei ricordi vaghissimi di quella sera, non perché avessi bevuto, ma perché fu come quando gli aborigeni ti portano nel bosco per farti diventare uomo. Non successe niente, in verità, ricordo solo un ambiente fumoso e bevute rovesciate per terra, musica alta e strade di campagna tutto intorno, impossibili da decifrare per arrivarci. Ma fu qualcosa di epocale, lasciapassare per l’età adulta, mitologia da rubrica.
Già che anche per quest’anno è passato il Festival e Ernestina mi guarda dietro ai suoi occhiali dalla montatura leggera, sotto al cappellino, con occhi scintillanti e dice: cosa faremo adesso delle nostre sere? Mentre intorno a noi una piazza assume il venerdì sera come evento reale e in un certo senso qualcosa di cui è vero noi necessariamente assegneremo un valore morale (il lavoro quale alienazione, il week-end quale pillola compensatoria, il capitalismo come continuazione e dispiegamento di concetti giudaico cristiani), ma che di fatto è semplicemente qualcosa che accade, in quella piazza, a quei tavolini, e Ernestina appunto con i suoi occhiali, il suo viso da gran visir del documentario, che poi con fare perentorio (perentorio?) continua il suo discorso dicendo: mi ricorderò sempre di questo Festival, perché Staron mi ha cambiato la vita, come farò a tornare alla fiction dopo questa meraviglia? E mentre lei mi dice questo e i lavoratori a cottimo lasciano le loro postazioni al tornio e si dirigono verso i bar della piazza a bere come noi le loro birre che aprono e dischiudono il week end io penso che ha ragione Ernestina, seppur sia la solita esagerata, quella delle fittonate, che Staron era superbo, ma che c’è in questo suo giudizio anche della foga astrologica (il suo ascendente leone), c’è un lato empatico verso il lavoro della moglie di Staron, ma c’è anche del vero, perché anche io me lo ricorderò sempre di questo Festival, come un Festival felice, con Ernestina a vedere Staron e svicolare i film mondani, mentre lei dice questo io penso fondamentalmente due cose, la prima è un pezzo che vorrei scrivere sulla bocciofila che si intitolerebbe Una domanda per Staron, anche nella versione in inglese A question for Staron, in cui parlo di come avrei voluto chiedere una cosa a Staron, su Dio, una domanda al regista polacco di Siberian Lesson, circa il principio di indeterminazione di Bohr, di cosa pensa di questa legge della fisica in relazione al suo fare documentario, se crede nella possibilità reale di dissolversi dietro la camera, se si crede forse Dio, in grado di vedere davvero, senza esser visto, e poi dopo aver fatto questa domanda in sala, in una sala semi deserta perché snobbata per altri film più di cartello, scusarmi immediatamente e dire solo che in verità avevo preso la parola e il microfono solo per ringraziarlo personalmente, a nome mio ed Ernestina, di come ci aveva fatto bene e come ci erano piaciuti i suoi film, questo avrei domandato e affermato, se solo la sera dell’ultimo film con Staron direttore della fotografia, Il premio, lui non fosse stato assente, già altrove, dalla sua famiglia in Polonia, pertanto la domanda sarebbe rimasta ipotetica, incompiuta abortita, e anche il pezzo sulla bocciofila solo un’idea scatologica dentro a un pezzo di costume, ecco, in quella piazza del venerdì con occhi lievemente arrossati (completamente) per le nostre ore davanti al tornio-schermo, io pensavo in parte a Staron e in parte alla contraddizione del Festival dei Popoli, alla sua vocazione da un lato pop alla sua necessità di essere “eventista”, di creare eventi così da richiamare il grande numero, e quindi proporre film che fossero di facile appeal, oltre a tutto un lato social/fotografico/video/logo/immaginifico ultra pop e a la page, che però andava a scontrarsi con un’essenza documentarista, antropologica refrattaria a questo, un mondo nerd, un mondo di nicchia, che del pop se ne frega, che il pop lo contempla, ma solo come aberrazione da studiare, da contemplare, qualcosa di fondamentalmente altro da sé, ecco io mi chiedevo quando sarebbe esploso in modo manifesto questa tensione tra le due anime del Festival dei popoli, questa tensione di vite che scavava dentro al cuore del Festival cittadino, ma forse era solo un modo per alienarmi e non pensare alla mia giornata di lavoro, al mio lunedì senza ponte, al fatto che un altro anno era precipitato su di me.
Se anche i Super Duper vanno a cena da Ravioli Liu vuol dire che ormai Ravioli Liu ce l’ha fatta. Ravioli Liu, un solo ristorante rimbalza tra le bocche dei fiorentini con cappelli e cappellini, con occhiali e lenti a contatto, con (ahimé) risvolti e raramente belle caviglie, molto spesso brutte.
Ravioli Liu, una sola voce si diffonde nelle strade (prima piano, poi si rafforza, quasi lampeggia), andiamo a Ravioli Liu, prenotiamo da Ravioli Liu, portiamo i nostri amici francesi (nizzardi) e romani (del nord) portiamoli tutti da Ravioli Liu, dice che c’è pure un pene di daino in salamoia, all’ingresso (ad uso decorativo).
Poi al momento di partire per Prato (finalmente Plato) la macchina non si è messa in moto e noi siamo rimasti in zona San Frediano.
La voce (Ravioli Liuuuu) si è fatta via via più esile e quando poi una sera, mesi dopo, abbiamo di nuovo chiamato per prenotare, un signora cinese ci ha detto che non c’era posto. A noi è rimasto il dubbio che non accettassero più le prenotazioni.
No-Nose Man is a perfectly normal man, except he doesn’t have a nose. I don’t mean in the Russian sense, as in Gogol’s story, I mean it literally. No-Nose Man has a sort of nose, but it’s smashed against the rest of his face, as though he’d put a rubber band around his head for a joke but left it there too long, and his nose simply stayed that way, as if he’d applied photographic fixer.
No-Nose Man’s nose is a nose bent in upon itself, an extremely shy nose that wants to return into the face from which it sprung, but it never manages to go anywhere. No-Nose Man has a dog, and the dog definitely has a nose. No-Nose Man’s probably retired. He takes his dog out on a leash, takes him outside to do his business. I don’t know if he picks up after the dog, which is what interests me most whenever I see someone take a dog for a walk, because that’s the part concerns me too. The dog, and various canine-oriented stuff about breed, animal psychology, their similarity to human beings, their resemblance to me or their owners, doesn’t concern me, or only vaguely. All I care about is whether the dog’s owner picks up the dog’s shit. If I find out that he does pick up the shit, then the matter no longer concerns me. If he doesn’t pick up the shit, or pretends he’s got a phone call or some other phony excuse at the crucial moment, then I turn around. I don’t say anything, but I stare at the person and let him figure out what I’m thinking on his own.
With No-Nose Man, I attempt this mental process—we do this with a lot of things, every event comes with its own mental process attached, one that keeps us from thinking about the thing itself, or makes us think about it only in reflection—as I was saying, with No-Nose Man I try to do my usual. That is, I watch to see whether he picks up his dog’s shit, but with him I’m unable to do the same thing I usually do. It’s probably his lack of a nose that makes my thought-process less fluid; his non-nose and his murderous look.
I never think about what happened to his nose, I mean, what really happened. I’d rather think of some funny story, like the rubber band he might’ve stuck there for a joke. I’d rather think about the dog. I try to concentrate on the shit, I really try, but No-Nose Man disarms me. Maybe it’s his non-nose. I think about him, and everything slides and seems relatively unimportant, even the shit.
Nei giorni di Torino non ho scritto una riga, solo deambulato in uno stato febbrile tra una sala e l’altra e tra un bar e un ristorante cinese e uno torinese e la casa di Claudio in Corso Regio Parco (grazie Claudio, tra l’altro).
Sono stato bene come si sta bene ai Festival in cui si è totalmente liberi di vedere, non vedere, scrivere non scrivere, fare tardi, perdersi, sentire freddo caldo medio, mettere una sciarpa non metterla, la canottiera, la camicia, rimbombarsi tutto il giorno la testa dalla mattina alla sera dentro al cinema, non pensare ai problemi della vita, che ne sarà di me la mia famiglia l’Europa mio nonno Brunello, strafarsi di cinema e basta: quella libertà là.
Il film più bello che ho visto (considerato che siamo arrivati venerdì sera e domenica mattina siamo andati via, cinque non è male) è stato il nuovo del caro Apichatpong “Joe” Weerasethakul, diventato universalmente noto con il suo Lo Zio Bunmee che si ricorda le sue vite precedenti. Questo nuovo Cemetry of Splendour non è lontanissimo dal precedente: se vi erano piaciute le scimmie con gli occhi laser e quel clima da tetraidocannabinolo che si diffonde nel cervello tramite pellicola, allora anche questo vi piacerà tantissimo, e passerete giorni a cercare di memorizzare il nome del regista e a cercare quelle lucette che cambiano colore e conciliano il sonno.
Il secondo film più bello tra quelli visti è stato il giapponese dal titolo Real Oni Gokko o semplicemente Tag del regista Sion Sono, che probabilmente è Dio. Questo lo amerete senz’altro tutti voi amici che mi leggete (penso specialmente a te, Ferruccio), davvero, alimentando un lato pop che è dentro ciascuno di noi, perché è un film violentissimo, dove ci sono solo protagoniste donne per lo più liceali che indossano vestitini succinti tipo divise e minigonne e vengono fatte a pezzi o si trucidano l’una con l’altra o sono squartate da demoni (il vento).
È tutto molto ironico però con i giapponesi non si sa mai fino a che punto.
Io non amo questo genere di cose, ma il film è davvero interessante (seppur sul finale si perde completamente) e dentro al cinema c’erano anche dei fan/nerd del regista che battevano le mani durante le scene più violente del film. Va bene.
Altri film visti: Te prometto anarquia, Messico, skaters gay narcos ‘nsomma, Borsalino City un pacco assoluto, The day of the Triffids, un horror/fantascienza degli anni sessanta, con cecità globale, piante assassine e Londra in fiamme, perché no?
In conclusione Torino è una città bellissima, mi è venuta voglia di trasferirmi, ma una voce dentro di me mi ripete che non vale averla vista con il sole e in questi giorni di Festival. E il mio ultimo pensiero è che a questi festival viene voglia di lasciare tutto: lasciare anche il mantello e seguire per sempre ogni film possibile, smettere con tutto il resto e dedicare la mia intera esistenza alla contemplazione dei film, tutti vanno bene, film dalla mattina alla sera, come in estasi, come un mistico. Prima o poi, mi ripeto la sera che torno da Torino, io lo farò.
Passare dal mondo dell’ufficio, del lavoro, del chiacchiericcio, al mondo del cinema, dello schermo dell’arte, della video arte, è quanto più prossimo io penso sia lo shock culturale. E’ un salto impossibile, è un incontro non dato, è il respingimento, è respingente contro respingente. Il mondo fuori e lo spazio dentro, le mie colleghe e i loro discorsi, il televisore nuovo da acquistare, i figli, e questo vetro incomprensibile, queste superfici, mattonelle che vengono proiettate, con un rumore di sottofondo, una nota continua. Eppure mi sembra che quello che proiettano qui sia un continuo tentativo di rispondere a questa domanda: come spiegare queste immagini incomprensibili ai miei colleghi di lavoro, come spiegare questo reciproco respingimento?
2.
Il Giovedì è la serata che conta. Il momento antitesi. Dopo lo sfarzo (il classico) del primo giorno, dei lustrini, delle file fuori, delle luci della prima sera, è il secondo giorno quello più difficile, quella serata che può spiegare davvero un festival. Lo schermo dell’Arte, cos’é?
Arriviamo di corsa, alla spicciolata, donne del sud strappano i nostri biglietti (ma non c’è nessun biglietto da strappare), donne del sud al festival ci hanno pure fatto entrare, seppur in questo caso l’accento sia milanesissimo, e altre donne ancora siedono tutto intorno a noi: hanno i pantaloni “colore denim”, lo stesso lavaggio identico. Non è un caso, è solo la moda del momento.
Scrivo qui in ultima fila una breve nota su un fogliaccio di carta assorbente, già pronto a partire per il festival di Torino, affranto per quello che mi perdo qui, per la serata tre (le esplosioni che sono il Venerdì, senza le preoccupazioni del domani, il Marzo), senza pensare al Sabato (l’apoteosi), senza pensare alla depressione della Domenica (ma di certo Domenica sarò di nuovo di ritorno in città).
Andare via nel momento migliore, schermo dell’arte, con la tua presentatrice perfetta d’altri tempi flemmatica, con quella sua voce scivolata, quella sua cadenza nobile, quella freddezza e pantaloni larghi dove devono, ma che sto dicendo? E Ester che bella, non si può proprio dire niente al riguardo. Schermo dell’arte, che cosa bella siete voi che mi sedete a lato, che mi attendete su un divano, che mistero, che cosina che io non so dire, schermo dell’arte, già a scrivere queste righe su un pezzo di carta, lo so, io vi sto facendo un mezzo torto.
A volte ripenso alla mia infanzia e mi sembra di essere cresciuto in campagna.
Dico se non penso, se sono distratto, se faccio altro, se qualcuno mi chiede a una festa la sera, della mia infanzia, io rispondo che sono cresciuto in campagna, ma non è vero, sono cresciuto in un giardino.
In un giardino ho trascorso la mia infanzia, in un parco pubblico vicino casa e nessuna campagna, tuttavia a chi mi accusa di non essere cresciuto in campagna io rispondo che la campagna è molto cambiata da quella di una volta, da come era prima, oggi la campagna è un posto semplice, è un posto solare, dove la galline crescono e muoiono di vecchiaia o quasi e sono amiche di persone che lavorano in città e tornano soltanto alla sera illuminando nei fari le lepri, poi con un pulsante aprono il cancello ed entrano nelle loro case.
Non vorrei fare un torto a nessuno quando affermo che sono cresciuto in campagna, raccontare una cosa per un’altra, fingermi qualcosa di diverso da quello che sono davvero, rispondo così, senza pensarci troppo, perché ricordo di moltissime ore passate in quel giardino, molte ore con la testa riversa a guardare un cielo che a conti fatti era mare, disteso sul prato del giardino, mi sembra anche più veloce come risposta e non vorrei rispondere nulla, a chi mi chiede della mia giovinezza, quando le campagne erano diverse, quando il verde pubblico pericoloso, e i cieli mari. Tanto tempo fa.
«L’estate», dice D. stesa nel letto, con le pale sul soffitto che girano lentissime, «è sempre un mix di felicità e tristezza».
Mi ripeto la frase in testa come fossi un editor e traccio una riga sopra sempre.
«D’estate, felicità e tristezza», aggiunge D., «vanno a braccetto». A braccetto, mi ripeto, no.
L’estate penso io è la strada che dalla stazione ci riporta a casa. L’estate è via Alamanni, quando con D. torniamo dalle vacanze e abbiamo pesanti zaini e trolley che io mi offrirò di portarle. Spesso sarà notte in quella strada dalla stazione alla casa, ci saranno in giro poche persone, qualche turista sconvolto dal caldo, qualche immigrato che non è stato in villeggiatura, qualche vecchino che fuma una sigaretta e un cane che lo tira, ma no, troppo retorico, comunque se dovesse esserci qualcuno in strada, per la nostra strada che ci riporta a casa, questo sconosciuto passante non saprà nulla delle nostre giornate passate in spiaggia fino a sera e nemmeno gli importerà di saperlo. A nessuno importa nulla delle nostre estati, solo a noi.
«Le estati si assomigliano tutte», dice D., e io penso che questa frase è buona. «Vedi», mi dice, «ho un tarlo dentro la testa, questi alberi verdissimi che si vedono dalla finestra, li vedi? Io penso già a quando quelle foglie saranno cadute. Dovrei vivere ai tropici, per un periodo della mia vita». Anche questa frase io penso che vada bene e l’appunto mentalmente, se la ricorderò domani vorrà dire che era davvero buona.
«Sono così contenta di partire per le vacanze con te», mi dice D. smettendo di guardare le pale sul soffitto, «e tu lo sei?». Un finale aperto, penso, ecco quello che ci vuole. Possibilista, ma depressivo, come lo sono via Alamanni e l’estate in generale.
Ultimamente con Flavio andiamo solo a concerti di gente over 70.
Sarà perché una mattina Vasco Brondi si svegliò ed era diventato Vasco Rossi. Non si sa.
Fatto sta che poi a questi concerti di ottuagenari riusciamo anche a divertirci e i nostri commenti suonano più o meno così:
-Certo che l’età pensionabile si è alzata parecchio
-Si aggira lo spettro del playback
-I musicisti di Sixto Rodriguez sono anche i suoi badanti
-Il braccio destro non lo usa, guarda come è flaccido in confronto al sinistro
-Ma ti sembra che muova la bocca, perché a me no
-Guarda il piede, come lo usa per fare perno
Durante il concerto mi distraevo e pensavo al significato del nostro ascoltare quei vecchi e la risposta che mi davo era che in fondo si trattava del nostro senso di colpa deviato, per non aver mai dato retta ai discorsi dei nostri nonni, essercene sempre fregati dei loro discorsi.
E ora, eccoci tutti quanti là.