Fogli sparsi, Senza categoria

Un’infanzia in giardino

IMG_6080A volte ripenso alla mia infanzia e mi sembra di essere cresciuto in campagna.
Dico se non penso, se sono distratto, se faccio altro, se qualcuno mi chiede a una festa la sera, della mia infanzia, io rispondo che sono cresciuto in campagna, ma non è vero, sono cresciuto in un giardino.
In un giardino ho trascorso la mia infanzia, in un parco pubblico vicino casa e nessuna campagna, tuttavia a chi mi accusa di non essere cresciuto in campagna io rispondo che la campagna è molto cambiata da quella di una volta, da come era prima, oggi la campagna è un posto semplice, è un posto solare, dove la galline crescono e muoiono di vecchiaia o quasi e sono amiche di persone che lavorano in città e tornano soltanto alla sera illuminando nei fari le lepri, poi con un pulsante aprono il cancello ed entrano nelle loro case.
Non vorrei fare un torto a nessuno quando affermo che sono cresciuto in campagna, raccontare una cosa per un’altra, fingermi qualcosa di diverso da quello che sono davvero, rispondo così, senza pensarci troppo, perché ricordo di moltissime ore passate in quel giardino, molte ore con la testa riversa a guardare un cielo che a conti fatti era mare, disteso sul prato del giardino, mi sembra anche più veloce come risposta e non vorrei rispondere nulla, a chi mi chiede della mia giovinezza, quando le campagne erano diverse, quando il verde pubblico pericoloso, e i cieli mari. Tanto tempo fa.

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Fogli sparsi, Senza categoria

Alamanni Summer Sadness

«L’estate», dice D. stesa nel letto, con le pale sul soffitto che girano lentissime, «è sempre un mix di felicità e tristezza».
Mi ripeto la frase in testa come fossi un editor e traccio una riga sopra sempre.
«D’estate, felicità e tristezza», aggiunge D., «vanno a braccetto».
A braccetto, mi ripeto, no.
L’estate penso io è la strada che dalla stazione ci riporta a casa. L’estate è via Alamanni, quando con D. torniamo dalle vacanze e abbiamo pesanti zaini e trolley che io mi offrirò di portarle. Spesso sarà notte in quella strada dalla stazione alla casa, ci saranno in giro poche persone, qualche turista sconvolto dal caldo, qualche immigrato che non è stato in villeggiatura, qualche vecchino che fuma una sigaretta e un cane che lo tira, ma no, troppo retorico, comunque se dovesse esserci qualcuno in strada, per la nostra strada che ci riporta a casa, questo sconosciuto passante non saprà nulla delle nostre giornate passate in spiaggia fino a sera e nemmeno gli importerà di saperlo. A nessuno importa nulla delle nostre estati, solo a noi.
«Le estati si assomigliano tutte», dice D., e io penso che questa frase è buona. «Vedi», mi dice, «ho un tarlo dentro la testa, questi alberi verdissimi che si vedono dalla finestra, li vedi? Io penso già a quando quelle foglie saranno cadute. Dovrei vivere ai tropici, per un periodo della mia vita». Anche questa frase io penso che vada bene e l’appunto mentalmente, se la ricorderò domani vorrà dire che era davvero buona.
«Sono così contenta di partire per le vacanze con te», mi dice D. smettendo di guardare le pale sul soffitto, «e tu lo sei?». Un finale aperto, penso, ecco quello che ci vuole. Possibilista, ma depressivo, come lo sono via Alamanni e l’estate in generale.

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Fogli sparsi, Malta (2011-2012)

Londra 2012 | This is the new austerity

When the showing ended, someone asked about the plot to kill Hitler. The discussion moved to plot in general. I found myself saying to the assembled heads, “All plots tend to move deathward. This is the nature of plots. Political plots, terrorist plots, lovers’ plots, narrative plots, plots that are part of children’s games. We edge nearer death every time we plot. It is like a contract that all must sign, the plotters as well as those who are the target of the plot”. Is it true? Why did I say it? What does it mean?

Don De Lillo, White Noise

Se sei povero, a Londra, mangerai malissimo. A volte a Londra ti svegli e c’è il sole e Gaia deve andare a lavorare. Io attraverserò la City per andare a Richmond, al mio corso da mentecatto. Sii umile. Ci provo. Richmond è bella e tutti sono particolari e diversi, è solo la mia visione delle cose. Il vecchio alla fermata dell’autobus a cui chiedo d’accendere. Lo ringrazierò fin troppo. E perché mai le fermate degli autobus sono chiuse dal lato della strada e non viceversa? Io andrò in metro ad ore intere, che l’abbonamento settimanale è la più grande stabilità che ho, qui a Londra. Muoversi con la città, a le diverse ore della sua vita. Alle sei andando verso Waterloo, che si pronuncia, anzi che pronuncia l’interfono della tube, in un modo che nessun professore di storia della mia intera vita ha mai pronunciato. Uaterluu. Alle sei andando a Waterloo. I treni strapieni, e la gente che è così vicina eppure riesce lo stesso ad ignorarsi: come fanno? E’ l’abitudine. E allora io guardo tutti, i due operai della mia età che scenderanno a Victoria: uno di loro due non ha una scarpa. Perché? Esistono gli infortuni sul lavoro anche qui? E perché non ha preso un ambulanza? E la mattina quelli che vanno da dentro a fuori la città, così luminosi, si incontreranno alle fermate della metro di superficie. Poi tutti stanchi, che crollano dal sonno o che dormono semplicemente, dormire in metro, e chissà quale parte di loro ancora li permetterà di alzarsi prima o poi e scendere. Non lo vedo mai, quel momento. Martedì dieci di Aprile, Londra, solo come un cane, di passaggio come e ancora più di sempre, mi riscopro mosso dalle abitudini e se me le togli mi crolla tutto. Ma le abitudini si costruiscono in un attimo e allora andare da Tesco a prendere ancora dei nuddle che sono buoni o forse cattivissimi, come tutto, se sei povero, a Londra. La casa vuota, i nuddle sullo stomaco, che ieri che non sapevo cucinarli li avevo mangiati che ancora non si erano completamente evoluti, Gradual development, li avevo trovati più digeribili. Domani opterò per un grado intermedio, come il livello mentecatto del corso d’inglese a cui sono ascritto. A ragione.

***

Venerdì ancora a Londra, circa le sette. Io stanco morto finito sul divano di questa casa dove non rimetterò mai più piede, e su questo divano dove mai più dormirò. Le settimane passano e io me ne accorgo solo perché il computer mi dice di riavviare, che è trascorsa una settimana, dall’ultimo riavvio. Vagavo, su una metropolitana di superficie e crollavo anche io dal sonno, finalmente, come tutti gli altri intorno a me. Derivavo, è l’espressione. Poi a Bethnam Green iniziava a diluviare, col sole e io e gli indiani e i pazzi inglesi drogati e le madri di famiglia ci nascondevamo dentro Mc Donald, che non era più un non-luogo come un tempo, ma era luogo. C’era questo vetro grande tutta la parete che si affacciava sulla strada e passavano solo musica classica, nel sudicio, che nessuno si sogna neanche lontanamente di buttare la sua roba come noi inesperti italiani vorremmo fare. Lasciare tutto sui tavoli, che qualcuno lo butterà. Buttare tutto, qui a Londra, dietro un vetro e fuori diluvia. Dura poco. E prima ancora a Richmond, per l’ultima volta, era bello, era un venerdì dell’umanità, compagni trovati e perduti senza neanche i mezzi discorsi che talvolta si fanno, di tornare a vedere-sentire-sfiorare. Tutto un buttare, un perdersi continuamente sulle metropolitana di superficie e quelle sotterranee, il segnale del telefono e i volti della gente a miliardi, che tanti non credevo ne avessero partoriti. Tendo a creare legami, creare abitudini, ma sempre, ancora, ai margini del mio campo visivo. Così l’angolano Pombal e il thailandese dall’insicura sessualità, e poi la giapponese e la spagnola del pomeriggio di cui rimarranno queste parole su un computer che mi avverte che passano le settimane, mentre io dimentico tutto. Allora questi nomi che forse sono importanti, sono Luke  Giapp che aveva solo una anno più di me ed era bravo, era scorpione anche lui, e si è finiti a parlare di tutto quello che volevo io e al tavolo del venerdì c’erano solo segni di terra, fatta esclusione per me. Chissà la colombiana madre di famiglia che segno era e chissà quelli del pomeriggio, con cui era stato più difficile, ma solo perché ci era mancato il tempo, di perderci. Era dolce uscire da quella porta con Patricia parlando di Siviglia in inglese e salutarci alla spagnola e poi tornare subito ad essere inglesi di riflesso, a crollare sulle metropolitane a sognare che sia notte, che sia domani e pulire la casa, i piatti, per terra, che nessuno si accorgerà che qualcosa è accaduto. Sono giorni belli, mi sento come al limite dell’adolescenza, forse l’epoca è proprio finita, eppure siamo qui sui divani in case sconosciute e non si sa come fare.

9-13:4:2012

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