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Santa Croce (2017-...), Senza categoria

Sarà tornato … dalle ferie?

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14 Maggio 2017, La cité  Continua a leggere

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Dedica

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In fuga dalla bocciofila, Senza categoria

Due parole sul 56esimo Festival dei pop(oli)

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Già che anche per quest’anno è passato il Festival e Ernestina mi guarda dietro ai suoi occhiali dalla montatura leggera, sotto al cappellino, con occhi scintillanti e dice: cosa faremo adesso delle nostre sere? Mentre intorno a noi una piazza assume il venerdì sera come evento reale e in un certo senso qualcosa di cui è vero noi necessariamente assegneremo un valore morale (il lavoro quale alienazione, il week-end quale pillola compensatoria, il capitalismo come continuazione e dispiegamento di concetti giudaico cristiani), ma che di fatto è semplicemente qualcosa che accade, in quella piazza, a quei tavolini, e Ernestina appunto con i suoi occhiali, il suo viso da gran visir del documentario, che poi con fare perentorio (perentorio?) continua il suo discorso dicendo: mi ricorderò sempre di questo Festival, perché Staron mi ha cambiato la vita, come farò a tornare alla fiction dopo questa meraviglia? E mentre lei mi dice questo e i lavoratori a cottimo lasciano le loro postazioni al tornio e si dirigono verso i bar della piazza a bere come noi le loro birre che aprono e dischiudono il week end io penso che ha ragione Ernestina, seppur sia la solita esagerata, quella delle fittonate, che Staron era superbo, ma che c’è in questo suo giudizio anche della foga astrologica (il suo ascendente leone), c’è un lato empatico verso il lavoro della moglie di Staron, ma c’è anche del vero, perché anche io me lo ricorderò sempre di questo Festival, come un Festival felice, con Ernestina a vedere Staron e svicolare i film mondani, mentre lei dice questo io penso fondamentalmente due cose, la prima è un pezzo che vorrei scrivere sulla bocciofila che si intitolerebbe Una domanda per Staron, anche nella versione in inglese A question for Staron, in cui parlo di come avrei voluto chiedere una cosa a Staron, su Dio, una domanda al regista polacco di Siberian Lesson, circa il principio di indeterminazione di Bohr, di cosa pensa di questa legge della fisica in relazione al suo fare documentario, se crede nella possibilità reale di dissolversi dietro la camera, se si crede forse Dio, in grado di vedere davvero, senza esser visto, e poi dopo aver fatto questa domanda in sala, in una sala semi deserta perché snobbata per altri film più di cartello, scusarmi immediatamente e dire solo che in verità avevo preso la parola e il microfono solo per ringraziarlo personalmente, a nome mio ed Ernestina, di come ci aveva fatto bene e come ci erano piaciuti i suoi film, questo avrei domandato e affermato, se solo la sera dell’ultimo film con Staron direttore della fotografia, Il premio, lui non fosse stato assente, già altrove, dalla sua famiglia in Polonia, pertanto la domanda sarebbe rimasta ipotetica, incompiuta abortita, e anche il pezzo sulla bocciofila solo un’idea scatologica dentro a un pezzo di costume, ecco, in quella piazza del venerdì con occhi lievemente arrossati (completamente) per le nostre ore davanti al tornio-schermo, io pensavo in parte a Staron e in parte alla contraddizione del Festival dei Popoli, alla sua vocazione da un lato pop alla sua necessità di essere “eventista”, di creare eventi così da richiamare il grande numero, e quindi proporre film che fossero di facile appeal, oltre a tutto un lato social/fotografico/video/logo/immaginifico ultra pop e a la page, che però andava a scontrarsi con un’essenza documentarista, antropologica refrattaria a questo, un mondo nerd, un mondo di nicchia, che del pop se ne frega, che il pop lo contempla, ma solo come aberrazione da studiare, da contemplare, qualcosa di fondamentalmente altro da sé, ecco io mi chiedevo quando sarebbe esploso in modo manifesto questa tensione tra le due anime del Festival dei popoli, questa tensione di vite che scavava dentro al cuore del Festival cittadino, ma forse era solo un modo per alienarmi e non pensare alla mia giornata di lavoro, al mio lunedì senza ponte, al fatto che un altro anno era precipitato su di me.

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Prato vista dalla Luna, Senza categoria

Ravioli da Ravioli Liu

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Se anche i Super Duper vanno a cena da Ravioli Liu vuol dire che ormai Ravioli Liu ce l’ha fatta. Ravioli Liu, un solo ristorante rimbalza tra le bocche dei fiorentini con cappelli e cappellini, con occhiali e lenti a contatto, con (ahimé) risvolti e raramente belle caviglie, molto spesso brutte.

Ravioli Liu, una sola voce si diffonde nelle strade (prima piano, poi si rafforza, quasi lampeggia), andiamo a Ravioli Liu, prenotiamo da Ravioli Liu, portiamo i nostri amici francesi (nizzardi) e romani (del nord) portiamoli tutti da Ravioli Liu, dice che c’è pure un pene di daino in salamoia, all’ingresso (ad uso decorativo).

Poi al momento di partire per Prato (finalmente Plato) la macchina non si è messa in moto e noi siamo rimasti in zona San Frediano.

La voce (Ravioli Liuuuu) si è fatta via via più esile e quando poi una sera, mesi dopo, abbiamo di nuovo chiamato per prenotare, un signora cinese ci ha detto che non c’era posto. A noi è rimasto il dubbio che non accettassero più le prenotazioni.

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Fogli sparsi, Senza categoria

Un’infanzia in giardino

IMG_6080A volte ripenso alla mia infanzia e mi sembra di essere cresciuto in campagna.
Dico se non penso, se sono distratto, se faccio altro, se qualcuno mi chiede a una festa la sera, della mia infanzia, io rispondo che sono cresciuto in campagna, ma non è vero, sono cresciuto in un giardino.
In un giardino ho trascorso la mia infanzia, in un parco pubblico vicino casa e nessuna campagna, tuttavia a chi mi accusa di non essere cresciuto in campagna io rispondo che la campagna è molto cambiata da quella di una volta, da come era prima, oggi la campagna è un posto semplice, è un posto solare, dove la galline crescono e muoiono di vecchiaia o quasi e sono amiche di persone che lavorano in città e tornano soltanto alla sera illuminando nei fari le lepri, poi con un pulsante aprono il cancello ed entrano nelle loro case.
Non vorrei fare un torto a nessuno quando affermo che sono cresciuto in campagna, raccontare una cosa per un’altra, fingermi qualcosa di diverso da quello che sono davvero, rispondo così, senza pensarci troppo, perché ricordo di moltissime ore passate in quel giardino, molte ore con la testa riversa a guardare un cielo che a conti fatti era mare, disteso sul prato del giardino, mi sembra anche più veloce come risposta e non vorrei rispondere nulla, a chi mi chiede della mia giovinezza, quando le campagne erano diverse, quando il verde pubblico pericoloso, e i cieli mari. Tanto tempo fa.

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