In fuga dalla bocciofila

1992 | Ancora dalla parte di Stefano Accorsi

Sai perché la famiglia naturale consiste in un padre una madre un figlio e una figlia?»

«Perché?»

«Il padre e la madre lasciali perdere, problemi loro. Pensa ai figli. Il maschio a far continuare la stirpe, la figlia a garantire un matrimonio di convenienza».

«Ah sì?».

«A questo. Tuttavia negli anni novanta questo modello, entrato in auge dopo il crollo della mortalità infantile, è nuovamente entrato in crisi, e si è avuto il boom dei figli unici. E sai perché?».

«Dimmelo te».

«Perché c’era ottimismo. Non solo nella prospettiva di una vita lunga, ma che tutto si sarebbe messo per il meglio. Che un figlio solo era sufficiente. Per il nome e per il matrimonio. Il fallimento non era contemplato».

«E oggi?».

«Oggi niente. Nessun figlia più. E’ per questo che ci siamo inventati la stronzata delle poesie».

«Che poesie?»

«Quelle sui biscotti».

«Ah, è per quello?»

«Sì, abbiamo detto: o svecchiamo il logo o ci mettiamo le poesie. Lui ha detto: Il logo non si tocca. Così, eccoti le poesie».

«Lui chi?»

«Banderas».

«Le poesie, mi dicevi, le scrivi te?»

«Sì, le scrivevo».

«Cioè?»

«Oggi non ho più idee. Se ci hai fatto caso giù all’ufficio adesivi hanno iniziato a mettere sopra le mie poesie delle finte etichette, tipo promozioni, 10% in omaggio, oppure trova la gallina e vinci la bici elettrica. Comunque sia bollini promozionali che premi sono stronzate, con il solo scopo di eclissare le mie poesie. Quell’idea è stata un boomerang. E va sempre peggio. Le ultime che ho scritto sono terribili. Non sono nemmeno più poesie, sono degli haiku».

«Chi?»

«Haiku. Le poesie giapponesi. Senti, ascolta le ultime».

.

Nastrine

Morbide, fatte in casa da nonna

forse

. . .

Ritornello

dolce scivolare nell’abitudine

veloce o galleggia nella tazza

. . .

Tegolino

forse una ventata

e sei andato

.

«È roba inservibile, lo capisci anche tu, che in questo posto porti solo i caffè».

«Beh, è vero fanno cagare».

«Sì, ma ora vattene. Portami un macchiatone, senza schiuma, e sparisci».

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Mia madre | Il razzismo

Nella sala semivuota del cinema ci sarà spazio sufficiente per trovarmi accanto un tipo psicologico che svelerà la mia natura intollerante: sono i mangiatori di pop-corn e patatine, tante ch’io non avrei creduto potesse uno comprarne a un bar senza provare almeno un po’ di vergogna.

Sospetterò che quelle scorte se le siano portate da casa, infilate in una borsa per non farsi sgamare all’ingresso, il formato MAXI, da festa delle medie, che se davvero le vendessero e le avessero acquistate al bar del cinema ci avrebbero investito almeno un dieci euro.

E non hai pietà tu di me?

Cominceranno a mangiarle soltanto con l’inizio dei titoli di testa, non prima, non durante gli inutili trailer di film primaverili/estivi in cui la programmazione italiana si inabisserà ancor più sotto la media. Attenderanno i titoli di testa per iniziare: scritte bianche su sfondo nero e musica dell’immancabile Arrvo Part, che ormai non ne possiamo più fare a meno. Attenderanno che cali il silenzio in sala, che il film inizi, per iniziare la prima fase della digestione.

Così mangeranno i loro pop-corn e patatine, per i primi venti minuti, forse venticinque minuti del film Mia madre, io sarò ogni volta che masticano e mordono e deglutiscono in uno stato di crescente fastidio e sentirò bruciare dentro di me un odio fortissimo direi quasi razziale che non provo letteralmente mai nella vita di tutti i giorni.

Nel cinema semi vuoto: ci sarà spazio sufficiente perché i mangiatori di pop-corn portate da casa, si siedano vicino a me. Sono loro che si sono seduti in quei posti, io ero arrivato prima, e avrebbero potuto andare in cima o in fondo sapendo di dover cenare, avendo in programma un picnic più che un cinema.

Per un attimo riuscirò a rilassarmi, a smettere di pensare, quando loro finiranno il secchiello, ma è allora che comincerò a preoccuparmi che senza il mangiare essi saranno ancora peggio di come già sono, perché da gente così ci si può aspettare qualsiasi cosa. Metterò una mano a creare un cono intorno agli occhi per non vederli neanche con la mia visione periferica, e sarà solo allora che riuscirò a concentrarmi sul film.

Una volta uscito dal cinema mi rimarrà l’impressione che la prima parte del film di Moretti non funziona per niente, mentre nella seconda qualcosa scatta. Ma la mia lettura del film, adesso lo capisco, è solo lo specchio della fase alimentare dei miei nemici.

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Campari Red Passion|Fornellini in stanze chiuse

Nella camera d’albergo, dentro al letto, sotto le coperte di cotone chiare, lui domanda a lei cosa abbia insegnato oggi ai suoi studenti di scuola staineriana, cosa hai insegnato a quelle merde pensa in verità, e pensa a una professoressa già completamente sovrastrutturata con tutta la pornografia che si è depositata sull’argomento.

Abbiamo studiato Cesare Beccaria.

Lei utilizza sempre il noi e lui, se non fosse concentratissimo su un film per adulti, mentale, ormai inarrestabile, troverebbe quel noi apocalittico, falso, fasullo, malvagio. Lei ha spiegato la roba e loro l’hanno studiata. Fine. Ma quella sera, per l’appunto, pensa ad altro.

Cesare Beccaria, quello della pena di morte, aggiunge lei perché lui è un cane, o crede che lo sia, o tutte e due le cose.

Ah sì, dice lui e prende la mano di lei fino a metterla sul rigonfiamento dei pantaloni.

Sì. Gli ho domandato se fossero favorevoli o meno alla pena di morte e lo sai cos’hanno risposto? Cento per cento favorevoli alla pena di morte. Quei bastardi.
Poi abbiamo letto Beccaria. Abbiamo letto alcuni passi, e abbiamo provato a capire, dice lei dopo aver sbottonato i pantaloni e stringendo la mano intorno al cazzo pulsante, come a volte delle soluzioni che sulle prime sembrano assolutamente vantaggiose, si rivelano essere secondariamente pessime, anche per chi in teoria ne dovrebbe beneficiare maggiormente.

Hh? Mmm

Una soddisfazione immediata, temporanea, dice lei lasciando cadere della saliva sul glande, come può essere la compensazione di una violenza subita che quindi tende a pareggiare il conto, crea una dimensione di godimento immediata, ma che a lungo andare non da nessun tipo di risarcimento, né di piacere. Solo la giustizia può generare quel tipo di godimento.
E lì ha cominciato a stringere il cazzo e a muovere la mano su e giù e lui è completamente partito.
Abbiamo analizzato dei passi del Beccaria, e alla fine sono tornata a domandare ai miei ragazzi che cosa avrebbero scelto, tra pena di morte e un altro tipo di pena. Lo sai che cosa hanno risposto?

Mmmmiiuu

Ancora una volta 100 per cento pena di morte. Brutti figli di puttana. Ma del resto hanno ragione loro, abolire la pena di morte è una cosa decisamente anti-inuitiva. Eppure poi ci si arriva, io credo, a capirlo. Il godimento deve essere posticipato, dice lei fermando il movimento, bruscamente. Il godimento non esiste davvero. Se c’è godimento, sta nella negazione.
Allora ho usato una metafora, che gli risultasse comprensibile. Il fumo delle sigarette. A quell’età fumano tutti. Ho detto loro che il fumo gli farà venire la cellulite, a tutti loro, a maschi e femmine, non tanto la morte, una morte terribile, il dolore o il cancro ai polmoni, non tanto lo sfruttamento dei lavoratori, le multinazionali del tabacco e delle armi, le foreste amazzoniche disboscate, gli indigeni allontanati con la violenza e costretti a vivere in zone periferiche, no, la cellulite su tutte le parti grasse del loro corpo. Che saranno delle persone orribili, con tutta quella cellulite, che saranno additati da tutti come i maschi con la cellulite e le donne con la cellulite, ed è stato così che li ho convinti.

Lui non ha risposto nulla, solo mugugnato dei suoi affermativi senza capo ne coda. Dopo essere venuto si è dimenticato immediatamente di tutto quel discorso.

Il fornellino anti zanzare acceso, le finestre tutte quante chiuse.

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Eisenstein in Messico | Già a giugno

Già a giugno le cose si erano messe al peggio. Dopo maggio era arrivato in città un caldo straordinario, il lavoro non mi piaceva più. Noi due uscivamo a cena dal messicano non buono, ma qualche mese prima la cosa non sembrava interessarmi, invece ora gettava una luce triste su quelle serate passate a bere Margarita.
Il nostro amore dov’era finito?

La nostra ricerca nelle notti, nei locali, nelle chat gay, nei siti gay, tra diverse e consimili categorie d’interesse (erano tutti animali della mitologia nord europea, lontre, orsi, uomini fatti d’argento) tra le foto e le foto e altre foto ancora, dov’era finito il nostro amore?

Già a giugno le cose, risultava chiaro, non potevano durare. Te avevi ricominciato a frequentare i posti dove andavi prima, ma solo ogni tanto, io ero tornato a leggere nei parchi pubblici. Non succedeva niente, è vero, la maggior parte del tempo il caldo ci paralizzava in casa.

Te dicevi: apriamo tutto, apriamo queste finestre, togliamole direttamente, togliamo le porte, togliamo le tende le persiane, impiliamole e bruciamole, non vedremo un’altro inverno in questa casa.

Io dicevo, chiudiamo tutto: chiudiamo bene, apriamo la sera e poi la mattina alle otto quando uscivi per andare al tuo lavoro che sembravi un ballerino di danza classica, mi alzavo pure io per andare a scrivere, ma era solo perché un altro anno era passato senza compicciare niente, neanche quaranta pagine di romanzo degne, mi alzavo e andavo a riguardare i testi al bar degli adolescenti per sentirmi dieci anni di meno e chiudevo ermeticamente tutte le porte e le finestre e ti dicevo: allora lasciami quei soldi per l’affitto, lo so che potremmo anche evitare di pagare a questo punto, ma lo sai com’è fatto quell’altro, ce li metterebbe di tasca sua pur di non creare altri problemi con la padrona, e te già stavi uscendo e mi facevi: te li porto stasera al messicano, e io annuivo e poi dopo essermi masturbato infilandomi due o tre dita nel culo, uscivo anche io nel caldo innaturale di giugno e pensavo che le cose andavano veramente male, eppure se non fosse stato per la casa da lasciare sarebbero potute durare ancora qualche altro anno esattamente identiche. Passasse almeno questo giugno mi dicevo, già sarebbe qualcosa.

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Garrone VS Sorrentino | Prendere posizione

Ho visto nel pomeriggio di giovedì i nuovi film di Sorrentino e di Garrone. Ero a Cannes, ma non è questo che conta. Il festival, le festivàl. Undici ore per arrivare, un treno che nemmeno uno scafista avrebbe avuto il coraggio di propormi, ma vi è crisi economica e tutti dobbiamo adeguarci, perfino io. Undici dodici ore di treno, proprio così. Ero sul vagone e guardavo nella fessura della finestra, in alto, tra placca laminata e sportello satinato, guardavo a testa in sù tramite lo spiraglio tra le due superfici e tra questi spiragli, mentre il treno sferragliava, c’erano delle nuvole e al centro di queste poche nuvole, c’era la luna.

Andavo a Cannes a vedere i film italiani, guardavo fuori dal finestrino e c’era immobile la luna al centro e il treno italiano era uno schifo assurdo, ma in quel momento mi sono dimenticato di tutto, di me, del telefono cellulare, delle foto fica, delle foto cazzo, ho scordato per un momento che di lì a poco avrei dovuto dire qualcosa di interessante sui film italiani, prendere una posizione, tutto era completamente passato in secondo piano, me ne stavo là a guardare la luna che malgrado i movimenti del treno restava sempre al centro, ed è stato allora che mi sono ricordato di una volta, di un tempo lontanissimo, quando andavo alle medie e di una gita scolastica a Vienna, quando sul treno notturno per Vienna, ho ricordato di quando Tommi Bona, modello di riferimento della classe e del quartiere Le Cure, Tommi Le Roy, mise fuori il culo dal finestrino e cacò nella notte, ho pensato solo a questo e il pensiero si è come fissato anche una volta arrivato in città e sopratutto durante la visione dei film italiani in concorso, che ho guardato con un mezzo sorrisetto e dopo i miei commenti sono stati all’acqua di rose perché ancora pensavo alla bellezza di quella scena più che a quei film italiani che ero andato a vedere o a qualcosa di intelligente da dire.

Poi ci sono state le feste e le solite cose, insomma solo per dire che sono stato anche bene a Cannes e il viaggio di ritorno è andato malissimo uguale che all’andata, ma senza nessuna illuminazione e sono stato tutto il tempo sul cellulare.

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Big Hero Six | Videogame

Il vicino di posto pakistano si è impossessato del bracciolo comune. Voliamo sopra i Balcani, in direzione sud-sud-est, meno cinque ore all’arrivo. La nostra compagnia aerea, tranne lo spazio, ci ha fornito quasi tutto: coperta, cuffie cuscino, calzini blu colore della compagnia e un kit di sopravvivenza con dentifricio e mascherina e tappi per le orecchia. Il cibo non è male, se ti piace il genere. A me piace, a Flavio e Walter no, perché qualcuno gli ha detto che non è buono. Anzi mi schifano mentre mangio tutto il menù beef. Poi però il dolce che gli ho offerto se lo sono mangiato, quei deficienti.

Big Hero Six nello schermo piccolo attaccato al sedile davanti, già pensato a monte per farne domani un videogame, già-da-sempre-videogame, e sullo sfondo lo schermo grande che fa vedere il nostro aereo, piccolo ma enorme in confronto alla mappa, e mi fa capire che adesso sorvoliamo la Turchia.

Potremmo benissimo essere fermi, in un videogame anche noi, su un emulatore, una macchina che bascula soltanto ma che in verità è piantato al suolo, se non fosse per Flavio dal mio lato che guarda sfalsato di alcuni momenti il mio stesso film e si toglie una caccola, mentre dall’alto lato il vicino pakistanto torna a fare suo come se niente fosse il mio secondo bracciolo comune. Sono questi particolari a farmi convincere che no, non è un videogame.

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Fino a qui tutto bene | Ardore

Così una sera ho conosciuto la tipa, ma prima del film, e deh.

Era la festa dei trent’anni di Ferro e si stava là a casa sua e c’era molta gente e il vicino di casa non doveva essere felice, per tutta quella musica.

Così io e la tipa ci siamo un po’ guardati, attraverso le cose. Come si guarda sempre, in generale, alle feste e si è un po’ bevuto. E niente, lei, deh.

Di certo era bella, questo sì. Melissa, Anna, Paola, deh, qualcosa così, ha detto Ferro alcuni nomi, di certo erano due, quando io gli ho chiesto: «Ma quella?» e lui ha fatto:«Ma chi, Melissa Anna?» o forse «Ma chi, Melissa Paola?», qualcosa così.

Ferro ha detto qualche nome del genere e poi mi ha fatto: «Che vuoi sapere?».

«No, niente», ho detto io, «bello quel neo dietro la spalla sinistra».

Tutto qui. Ho detto solo questo, a Ferro. E lui era distratto e ha trascurato tutti i possibili sensi ulteriori, della mia domanda.

Ci siamo guardati ancora, con Melissa, con l’indolenza che si ha a queste feste, come se ciascuno portasse avanti le sue differenti campagne di Russia (nel senso di fallimentari) e comunque il nostro sguardo, questo voglio dire, non rappresentava in assoluto un fronte unico, giusto uno dei possibili, della serata. Solo dopo un po’ risultava chiaro che gli altri fronti si sgretolavano, e ne restava soltanto uno.

Così abbiamo parlato.

Lei stava insieme a certa gente, è così che funziona, e io conoscevo qualcuno di loro, e avevo bevuto abbastanza, così che mi sono avvicinato, è così che funziona. E abbiamo parlato. Le ho detto: «Ciao, sono … » e il mio nome. Lei mi ha guardato di rimando e io ho pensato soltanto: bada che fia. Poi lei ha detto quei suoi doppi nomi, e ho pensato: oh no, merda.

Le ho chiesto come si chiamasse, solo questo, e lei mi ha detto quei due nomi e che fosse un’attrice, che non avrebbe potuto fare che questo, nella vita, nel mondo, che dopo essere stata a Parigi ora stava a Roma, e che non contava nient’altro per lei, e io ho pensato: mmnooowwmm.

E poi mi ha guardato e ha detto: «E tu?».

Allora ho pensato di dirle: Io scrivo, sono un cazzo di scrittore, scrivo cose, scrivo racconti, romanzi, copioni, scrivo tutto, scrivo per blog sotterranei, per blog diurni e notturni, sono uno scrittore baby, caccio i leoni in Africa, io.

E invece l’ho guardata e le ho detto che io niente, che lavoro di notte e a volte anche di giorno al porto, di come mi piace scaricare e caricare col muletto. Che il muletto è il mio migliore amico, che riempie di senso la mia vita, che potrei sollevare e spostare qualunque cosa, volendo.

Lei allora mi ha guardato come se capisse e non ha detto niente, ma se ne è andata dietro altri fronti, a stare immobile contro una parete e parlare con qualcuno altro e io non ho pensato a nulla, solo mi ripetevo internamente il suono del muletto, il suono del mondo: mnioooowwwmmm.

E mentre se ne andava dalla parte opposta della stanza e il suo neo dietro la spalla sinistra quasi mi salutava, e nessuno mi ha sentito per la musica di Boratto, allora ho detto una formula che chiarisse il concetto, e era:

«Pisa merda».

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Matrix | Dopo Matrix

I gemelli Wachowski si sono impossessati del concetto di deja-vu, dopo Matrix non è stato possibile dire più nulla sul concetto di deja-vu, penso a questo (proprio così) mentre la luce di Aprile trafigge da sinistra il freccia rossa e alla destra si aprono paesaggi del Rinascimento.

E’ già successo, questo viaggio a Roma di un week-end, con Diana e la sua famiglia, gli alberghi, i ristoranti, il sole di Roma e la luce di Roma, sempre un treno che ci riporta a casa con i piedi che fanno male, un libro quasi finito nella notte e niente di possibile da dire, sui deja-vu.

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1992 | Un haiku per Mulino Bianco

Nelle tristi giornate di Pasqua, piovose, grigie, senza una donna e una famiglia alle spalle, ho guardato con il mio coinquilino Walter, perito agrario, la discussa serie televisiva italiana. Questi sono in ordine sparsi alcuni dei nostri commenti.

Le serie, non si dovrebbero guardare mai, nessuna serie.

Il messaggio comunicativo, se c’è, si esprime nelle prime tre opere di un artista. Poi la spinta si esaurisce.

La serie afferma che la vita continua, che il nulla si dispiega, che il brodo si allunga, che le cose non finiscono, che tutto ritorna. E’ una verità, ma non serve a niente.

Ciò che bisognava dire qui e non si dice è che oggi la cultura è in mano ai comunicatori, mentre prima era stata ad appannaggio di uomini di sinistra. Avevano le ideologie questi ultimi, mentre quelli di oggi hanno semplicemente dei cappelli.

La nostra è una generazione accorsiana, o vorrebbe esserlo. Il tipo di provincia che arriva a mettersi con Letizia Casta, e malgrado ciò continua a non aver fatto un film memorabile, ma diciamo semplicemente decente, rimane comunque un attore minore, una nullità, uno con la faccia simpatica.

Quando qualcuno ti parla di una serie è come se ti parlasse di sostanze. Hai provato la nuova serie della HBO? Le serie non sono mai sane. Il bilancio è sempre a sfavore, non si vince mai, Lynch lo sapeva e dopo la prima puntata si ruppe immediatamente i coglioni.

Non consiglieresti mai una serie a una persona a cui vuoi bene. Si perde tempo, non si ottiene nulla, la puntata successiva la vuoi vedere solo perché ormai hai visto la prima che si conclude bruscamente e vuoi sapere cosa succederà, ma non succede mai nulla, si prepara solo la scena finale della puntata, ecco che cosa si fa in queste serie.

Che poi un Dostoevskij scriveva roba lunghissima è una critica che non significa niente.

Beautiful afferma che siamo immortali, che la vita è eterna, afferma una verità naturale, l’anima mia è quella del mondo, ma non lo sa, non ha nemmeno un inconscio per intuirlo.

Il fatto che per errore abbiamo visto prima la puntata numero 2 e dopo la numero 1 ha reso possibile il fatto che siamo arrivati fino alla puntata 6, ma adesso basta. E’ veramente troppo.

Ti stai indurendo, stai diventando come uno di quegli anziani rancorosi. E pensare che parlavi di situazionismi, di guardare gli anziani che guardano i lavori stradali come un’esperienza religiosa. Diventi come loro, nei tuoi commenti, nel tuo risentimento. Anche nelle cose che scrivi. Guardarti su questo divano è per me un monito.

Una Porsche Carrera, con una ventina d’anni, la si trova a novemila diecimila euro. Ti immagini arrivare in ufficio in Porsche Carrera?

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Una nuova amica | Magari avesse il cazzo

La mia nuova amica fica mi ha domandato: «Ma te che ne dici dell’amicizia tra uomo e donna?»

E io ho pensato: No, ti prego non farlo.

E le ho detto: «Mah senti, non so bene che risponderti, in altri tempi della mia vita, all’epoca dei miei tatuaggi giovanili, per farti un esempio, avevo una posizione abbastanza netta al riguardo».

E le ho mostrato l’avambraccio dove si legge la scritta, in gotico e oro: SOLO FREUD.

Il Mago Sabbiolino, ho pensato, sta tornando a trovarmi.

Lei mi ha guardato con occhi di soriano, e ha detto: «E oggi che ne pensi, quindi?»

Quindi, ho pensato, quindi quindi quindi.

Ho detto: «Beh, oggi sono in una fase di riscrittura di tutta una serie di problematiche che un tempo avevo risolto e messo da una parte, tra cui l’annosa questione dell’amicizia tra uomo e donna. Che poi da là si innescava quel movimento di messa in dubbio complessivo al concetto di genere, dei sessi come qualcosa di rigido, codificato, e invece lasco. I generi non esistono davvero, esistono le persone».

Lei mi ha guardato e ha aperto lievissimamente la bocca, tanto che si riusciva a intravedere un incisivo, forse scheggiato.

Chissà se capisce, ho pensato, chissà se le piace farsi picchiare.

«Lo so che è difficile parlare di certe cose in questo posto, qui al Mercato Ortofrutticolo, dove i ruoli sono ben codificati e netti», le ho detto passandole una cassetta di verdura. «L’uomo uomo, l’uomo scimmia, l’uomo pene, l’uomo relitto. Ma pensa per esempio al Fornaio Gaio».
«A chi?» Ha detto lei corrucciando la fronte.
«Il fornaio dove a volte andiamo a pranzo, dai, quando il trippaio è chiuso, quella volta l’anno che ci vanno i Nas a fare le analisi del».
«Del?».
«Del colera».
«Ma ti riferisci a quel fornaio omosessuale..»
«Beh, è padre di due figlie splendide, un marito esemplare. Per quello che importa».

La mia nuova amica fica, giù al Mercato Ortofrutticolo, allora mi ha guardato ancora un attimo e poi ha continuato a fare le sue cose, come se improvvisamente fosse lontanissima, come se non venisse da Ponte a Brozzi tutte le mattine all’alba con il motorino, ma della Francia occidentale, da Bajonne la ventosa. Come se il colore delle sua labbra e odore di more di rovo Chiaverini fosse qualcosa di esotico, un prodotto di importazione che arriva dai tropici.

«Ma quindi, che c’entrava il Fornaio Gaio con la mia domanda?», ha fatto.

«Niente, era tanto per dire qualcosa. Che per come la vedo io le cose sono complicate, ecco tutto. Fosse il duemilacento, o duemila duecento, o il tremila, capirei, ma oggi i tempi non sono maturi, e io non mi sento pronto.
A meno che tu non abbia il cazzo. In quel caso potremmo anche essere amici».

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