In fuga dalla bocciofila

Mia madre | Il razzismo

Nella sala semivuota del cinema ci sarà spazio sufficiente per trovarmi accanto un tipo psicologico che svelerà la mia natura intollerante: sono i mangiatori di pop-corn e patatine, tante ch’io non avrei creduto potesse uno comprarne a un bar senza provare almeno un po’ di vergogna.

Sospetterò che quelle scorte se le siano portate da casa, infilate in una borsa per non farsi sgamare all’ingresso, il formato MAXI, da festa delle medie, che se davvero le vendessero e le avessero acquistate al bar del cinema ci avrebbero investito almeno un dieci euro.

E non hai pietà tu di me?

Cominceranno a mangiarle soltanto con l’inizio dei titoli di testa, non prima, non durante gli inutili trailer di film primaverili/estivi in cui la programmazione italiana si inabisserà ancor più sotto la media. Attenderanno i titoli di testa per iniziare: scritte bianche su sfondo nero e musica dell’immancabile Arrvo Part, che ormai non ne possiamo più fare a meno. Attenderanno che cali il silenzio in sala, che il film inizi, per iniziare la prima fase della digestione.

Così mangeranno i loro pop-corn e patatine, per i primi venti minuti, forse venticinque minuti del film Mia madre, io sarò ogni volta che masticano e mordono e deglutiscono in uno stato di crescente fastidio e sentirò bruciare dentro di me un odio fortissimo direi quasi razziale che non provo letteralmente mai nella vita di tutti i giorni.

Nel cinema semi vuoto: ci sarà spazio sufficiente perché i mangiatori di pop-corn portate da casa, si siedano vicino a me. Sono loro che si sono seduti in quei posti, io ero arrivato prima, e avrebbero potuto andare in cima o in fondo sapendo di dover cenare, avendo in programma un picnic più che un cinema.

Per un attimo riuscirò a rilassarmi, a smettere di pensare, quando loro finiranno il secchiello, ma è allora che comincerò a preoccuparmi che senza il mangiare essi saranno ancora peggio di come già sono, perché da gente così ci si può aspettare qualsiasi cosa. Metterò una mano a creare un cono intorno agli occhi per non vederli neanche con la mia visione periferica, e sarà solo allora che riuscirò a concentrarmi sul film.

Una volta uscito dal cinema mi rimarrà l’impressione che la prima parte del film di Moretti non funziona per niente, mentre nella seconda qualcosa scatta. Ma la mia lettura del film, adesso lo capisco, è solo lo specchio della fase alimentare dei miei nemici.

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