Scrittori Precari, Spagna (2009-2011)

Altre metamorfosi

Un ipotetico lunedì della nostra vita. Della mia vita. L’ora è imprecisata, non saprei desumerla dalla luminosità della stanza. Il telefono squilla strappandomi dal sonno e da sogni che mi strappano da questo lunedì e da questa ora imprecisata. Il telefono squilla ed è un ipotetico lunedì della mia vita, un’ora imprecisata. Perché poi lunedì? Non potrebbe, piuttosto, essere giovedì? Perché deve essere lunedì, l’inizio di una nuova settimana, quella prima apparenza che formerà la sostanza di questa ennesima, benché ipotetica, settimana della nostra vita. Della mia vita. Questo lunedì segna il passo, segnerà i passi successivi e tutte le successive mattine di questa ipotetica settimana, che è come dire la vita. Squilla il telefono, ma non dice ancora niente. Non dice nello specifico se questo squillo anticipi o preceda un altro suono proveniente dallo stesso telefono cellulare, ovvero la sveglia fissata sulle nove e mezza. Nell’incertezza dello squillo, che potrebbe essere posteriore oppure precedere la sveglia, nell’incertezza dell’ora e nell’incertezza che si ha quando si è risvegliati bruscamente, si risponde. È il padre. Questi saluta il figlio, chiede se dorme ancora e il figlio, questo ipotetico io, mente, dice di no; imposta la voce in un modo che vuol suonare risoluto e al contempo naturale. Un ‘no’ credibile. Il padre elenca allora tutte le cose che lo hanno occupato nel suo lunedì mattina operoso, ipotetico, ma di certo operoso. Dunque la sveglia non è suonata. Tu, il figlio, a carico, inoperoso, apprendi da una serie di informazioni che passano telefonicamente tramite la voce del padre che sono le due del pomeriggio. Il padre propone di incontrarsi, giusto cinque minuti per prendere un caffè, ché gli impegni di questo suo lunedì impegnato non gli impediscono comunque di adempiere esemplarmente i suoi doveri di padre, amorevole, operoso, nei confronti del solo figlio studente universitario di cui si prende carico. Il figlio si negherà ancora, pensando rapidamente alle occupazioni notturne, allo studio, alla scrittura di un breve commento a Kafka, cioè quello che gli dà la febbre e che il padre non capirebbe. Ci si è provato a spiegare, ma non si è spiegato bene; forse è l’altro a non aver capito (o a non aver voluto capire), ma fa lo stesso. Le visioni del mondo lontanissime: non è certo una colpa se il padre non capisce, è naturale. Quindi si nega ancora. Niente caffè: non si può interrompere lo studio, mercoledì c’è un esame di letteratura, uno degli ultimi, deve andare bene per poi ricevere una parola positiva, di sfuggitissima, dallo stesso padre che, di fronte all’operosità del figlio, presunta perché di fatto lo si presume inoperoso, buttato in qualche bar nei dintorni della facoltà, o peggio ancora a letto, non può che accettare il suo rifiuto;  in fondo è scomodo raggiungere in macchina la zona del centro dove il figlio studia. I due si salutano, il padre chiamerà ancora, mercoledì verso la stessa ora, per sapere l’esito dell’esame. Il figlio rimane con il telefono in mano che segna sullo schermo le quattordici e zero quattro, prova un senso di malessere che si ostina a non voler chiamare senso di colpa in seguito ai suoi studi su Nietzsche e al non fondamento della morale. Riflette per un attimo, di sfuggitissima, se una sua metamorfosi in scarafaggio sarebbe una sorte orribile o piuttosto la sua salvezza.

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Scrittori Precari, Spagna (2009-2011)

Vetri

Questa storia di spaccare le finestre è già successa una volta. Ero bambino e si giocava a scuola. Si giocava nell’ingresso della scuola dove il pavimento è liscio. Non ricordo a che gioco si giocava, ricordo solo Cosimo Ciulli spinto da qualcuno che distrugge una vetrata col corpo. Oggi, se ci penso, penso che a spingerlo fu Federico Pratesi, che era (che è) del segno dell’ariete come me, nato un giorno prima. In lui localizzavo il male, mentre io ero il bene. Continua a leggere

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Scrittori Precari, Spagna (2009-2011)

Parrucchieri

Andare dal parrucchiere è un rito di purificazione: ha in sé qualcosa di traumatico e allo stesso tempo di risorgimentale. Tendo a essere recidivo, ovvero torno dallo stesso parrucchiere per creare con lui un legame, per cui poi è sempre un problema passargli davanti quando già sono stato da un altro; quindi entra anche il tema del Tradimento che richiederebbe un capitolo a parte.

Quando ero bambino andavo da Roberto, perché i parrucchieri in genere sono uomini, suppostamente gay o almeno dubbi, e mi ricordo che il suo salone era per me un posto quasi intellettuale. Io parlavo a lungo dei Romani e delle loro tecniche di assedio o di guerra in generale, tema che mi era molto caro e che poi ho rifiutato.

Poi sono andato da Giosuè, vicino a Porta, che era di Certaldo e aveva fatto i soldi; lavorava con il trans Antonia che poi la sera incontravo al Babilon. Era un parrucchiere molto cool, ma troppo vicino casa, mi facevo problemi anche a passarci davanti e rientrare era un problema.

Qui a San Jacopino ci sono quattro parrucchieri, in due mesi che sto qui ne ho già provati un paio. Michele è stato molto stronzo e non ci tornerò mai più: mi ha tenuto sette minuti, tagliandomi i capelli con sufficienza, come si taglierebbero a uno che comunque di capelli non capisce e quindi basta far finta di tagliarglieli. Invece l’ultimo, oggi, si chiamava Marzio e mi sono trovato bene, anche se gli puzzavano le ascelle di sudore che quando mi faceva le basette mi arrivavano le folate. Siamo in estate, in fondo l’ascella puzzolente è inclusa nel prezzo, 13 euro, e comunque fra poco si parte e non so se ci tornerò, ma forse sì, forse Marzio diventerà il mio nuovo parrucchiere e saremo amici, gli racconterò i miei problemi o forse solo le cose che mi passano per la testa.

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