Scrittori Precari, Spagna (2009-2011)

Dormire nel pomeriggio

Sono seduto a un tavolo rotondo con Diana, tra altri tavoli rotondi, dobbiamo mangiare, è un incrocio tra un bar e un ristorante. Il cameriere è un signore di mezza età, con i baffi, viene a prendere l’ordinazione e si siede al tavolo con noi. Mi rendo conto che lui e Diana si conoscono, parlano affabilmente, molto vicini, ma io non penso che ci sia una sorta di flirt tra loro, se non qualcosa come la relazione tra una nipote e uno zio, o qualcosa del genere. Mi squilla il telefono, guardo sul display, o forse prima di guardare penso sia Abramo detto Eby, e scocciato mi alzo senza aver fatto in tempo a ordinare il pranzo. Diana mi dice che potrei anche fare a meno di rispondere al mio medico ortopedico. Chissà poi perché. Col telefono che vibra mi avvicino al bancone, chiedo di vedere il menù e ordino un panino con il pesce spada. Non avevo mai sentito di panini al pesce spada, ma se lo fanno evidentemente esiste. Esco dal locale e guardo il display del cellulare dove c’è scritto Kvrtz, infatti non è Eby, ma è Emanuele del Curto detto Kurtz, scritto Kvrtz sul telefonino. Mi dice che l’altra sera non mi ha visto benissimo, avevo una faccia da bambino per bene. Io dico che non è niente, che non esco molto e quando esco sono molto, troppo, concentrato su di me e poco sul resto. La conversazione finisce e incontro il Cecco detto Cecco, col suo eskimo, gli chiedo cosa stia facendo lì. Mi dice che sta studiando chimica, perché non l’ha mai studiata e quindi deve studiarla. Mi dice che c’è una nostra ex compagna di classe, Jessica Masi, e che lui l’ha salutata e ci ha parlato, mentre io l’ho solo intravista mentre ero al telefono con Kvrtz; il Cecco aggiunge che lei, Jessica, vive adesso con sette persone.

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Scrittori Precari, Spagna (2009-2011)

Obesità

A volte mi domando come la gente passi le giornate. È un riflesso, di certo, del mio proiettare nell’universale problematiche particolari, che è come dire mie.
Mann lo direbbe tramite Settembrini, e lo direbbe meglio. Diana direbbe d’altronde che questo è semplicistico e io allora mi vedrei costretto a replicare parlando della semplicistica psicologia maschile, così per escluderla dall’ambito della discussione.
Ci sono questi miei nuovissimi compagni di corso, di cui non so niente, un po’ più giovani di me, poco in effetti, anche se a me sembra tanto, che leggono Nietzsche e non sanno una parola d’inglese, che ricalcano tutti gli stereotipi imputabili a uno spagnolo medio e affermativo, nel senso di ottimista, non è chiaro in cosa, nella loro bruttezza. Alcuni sembrano delle scimmie, su venti ce ne è uno che si salva, anche se a pensarci meglio non si salverà nessuno. Ma non è questo. Mi domando come passano le giornate, solo questo. Come passa le giornate l’obeso che legge Ecce homo e se la ride, inconsapevole che quel libro è scritto contro di lui, ridendo di se stesso. È una risata di risentimento, nervosa, anche se con la sua camicia larga e i pantaloni bianchi ha una posizione certamente disinvolta. E mentre aspettiamo le cinque parla di un’opera, anzi no, di un Requiem, di Verdi credo, mimando col suo corpo il suono dei clavicembali per farsi bello di fronte al professore temibile di Filosofia del Rinascimento. Che lo ignora. Mi chiedo cosa faccia l’obeso che, rapido, dopo il corso delle dodici scivola via, con tutti gli altri relitti del mio corso, e come me aspetta il corso delle cinque, quello col professore temibile appunto. Lo immagino che torna a casa e mangia coi genitori, anzi no, solo con sua madre, guarda la televisione e poi va nella sua stanzina arredata malamente, forse con un poster di Bach appeso (che a conti fatti gli assomiglia), bramando di farsi una sega pensando a Eva Maria, con quella sua faccina da topo, da prima della classe, la più bella del corso: in effetti le ragazze del corso sono due. Eppure non può farsi una sega in quella stanza che la madre riordina, perché è troppo ordinata e pulita, e di sicuro non c’è la chiave. Andrà allora in bagno giustificando con la sua lettura di Nietzsche il tempo eccessivo trascorso lì dentro. Sta bene. Ma anche procrastinando il più a lungo possibile il momento della venuta, sugli occhiali di Eva Maria, rimandando il momento di sospensione in cui lei lo guarda col viso sporco di sborra, se poi sporco lo si potesse davvero chiamare, ebbene resta da capire cosa accadrà nella sua vita in quelle restanti cinque ore. Lo ignoro completamente. È possibile che in quelle cinque ore ci sia tempo (c’è di certo) di farsi, se ne ha forza, un’altra sega, anche questa volta in bagno, tempio di Onan, in piedi, nella doccia (giustificabile per la sua eccessiva sudorazione di obeso), o forse nemmeno in piedi, ma accucciato dentro la vasca o il piatto doccia. Questa volta penserà ad altro, per variare, penserà all’argentina, Melissa, certo bruttina, ma volgare e sguaiata e quindi ipoteticamente più lasciva; in un ipotetico piano immaginario che mai sarà reale sicuramente più abbordabile della cara e summenzionata Eva Maria. Alla quale però tornerà sul finale, stremato, fedele all’immagine mentale di lei grata e appagata, nella sua immagine mentale e reale che lei rappresenta e interpreta. Dopo tutto questo io mi chiedo come possa non fumare, non concedersi una sigaretta, ma invece niente. L’obeso non fuma. Il suo cuore di obeso tornerà dopo l’ennesima schizzata su Eva Maria ai normali battiti sovracelerati di sempre, quelli che un giorno lo uccideranno. Cani, sui divani, con il cazzo rosso di fuori che mi mordicchiano la mano e potrebbero andare avanti per ore. Oscar, si chiama, o Octavio, qualcosa con la O. Mi ha detto Ben che passa le giornate sul divano, con gli occhi tristi, e quando ci sono ospiti mordicchia la mano col cazzo di fuori. Sì. Certo. Ma Omar è un cane. Se comunque l’obeso è un enigma gli altri compagni di classe lo sono ancor di più: l’argentina Melissa non viene al corso del pomeriggio quindi ha certamente tutto il tempo per fare le sue cose (che cosa?), marchette ai vecchi alla stazione di Santa Justa, nelle baracche dietro a Viapol, spompinare sconosciuti nel parco dietro Plaza de España, ancor più improbabile immaginare i pomeriggi di Eva Maria: non ci proverò nemmeno. Mi ha chiamato Diana e le ho chiesto come passasse le giornate e lei mi ha detto di questa sua giornata, tradurre Marías, pranzare con gente di ambiti diversi, subire le avances di uomini (l’Australia, i sorrisi). Dopo penso a mio padre, che si finge operoso, ma che io ho sgamato. Gli spostamenti in auto e motorino sono un modo per procrastinare e riempire in qualche modo le giornate. Ma questo è ingiusto. Mio padre in questo momento sarà nel suo ufficio, starà sbrigando la corrispondenza e spedendo gli ordini davanti al pc, nell’ex studio di mio nonno, ex perché non sopravvissuto al tracollo della classe media. E Diana nella stanza di filosofia, traducendo Marías, con gli occhi dei miei cari amici puntati addosso, sul suo collo, sulle sue braccia, sul suo viso. E poi, quando torno a casa dopo il corso delle cinque, dopo aver aspettato tutto il pomeriggio congetturando sull’obeso in modi che non approfondirò, l’ho vista, l’argentina, Melissa, che usciva dalla cattedrale, con gli occhi abbacinati per il passaggio dall’oscurità alla luce. Forse abbiamo incrociato gli sguardi, forse non mi ha riconosciuto, ma allora ho capito tutto.

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Scrittori Precari, Spagna (2009-2011)

Reincarnazione

Sostengono i mistici orientali che se fai schifo nella prossima vita sarai cacca. Meritocrazia? No, reincarnazione. Che poi magari essere capra o cane di piazza Alameda non è per forza una punizione. Anzi, per nulla. Però sembra questo. Ma quello che voglio dire è che per conseguenza, anzi per opposizione, ci sarà un ascendere. Tu prima sei pianta, prima ancora eri sasso, poi sarai capra o cane di piazza e poi sarai uomo perché passando di lì – dall’essere uomo – troncherai il teatrino samsara. O potrai troncarlo. Benissimo. Solo che non si vede perché o cosa di un animale potrebbe alla fine essere meritevole o de-meritevole. Cagare e pisciare sul letto del padrone è giusto o sbagliato? Direbbe Javier poeta andaluso che noi applichiamo categorie umane a valori che non ci stanno a questo, e l’ho capito dopo una settimana che provavo ad addormentarmi con quel film thailandese, lo Zio Bunmè. La spiegazione del film a questo gravoso interrogativo è che sì, chiaro, nell’animale c’è l’istinto e pertanto non si vede dove sta il Santo merito. Lui sembra, lui il regista thailandese, che stia parlando di una sorta di vocazione alla libertà, che Javier poeta andaluso chiamerebbe vocazione alla felicità, equivocandosi, fidandosi di Borges e non di sé. O forse mi sbaglio. C’è nella mucca un principio, una vocazione di libertà. E questo condurrebbe a un avvicinamento, o allontanamento, dai gironi infernali, invernali. Il buddismo e il merito, a ogni modo, sono concetti che fatico a comprendere. Sarà perché c’ho litigato da bambino, con mio padre e i buddisti: il merito e l’etica protestante di mio padre mi annoiano terribilmente. Io voto per la Grazia e il politeismo occidentale.

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Altre metamorfosi

Un ipotetico lunedì della nostra vita. Della mia vita. L’ora è imprecisata, non saprei desumerla dalla luminosità della stanza. Il telefono squilla strappandomi dal sonno e da sogni che mi strappano da questo lunedì e da questa ora imprecisata. Il telefono squilla ed è un ipotetico lunedì della mia vita, un’ora imprecisata. Perché poi lunedì? Non potrebbe, piuttosto, essere giovedì? Perché deve essere lunedì, l’inizio di una nuova settimana, quella prima apparenza che formerà la sostanza di questa ennesima, benché ipotetica, settimana della nostra vita. Della mia vita. Questo lunedì segna il passo, segnerà i passi successivi e tutte le successive mattine di questa ipotetica settimana, che è come dire la vita. Squilla il telefono, ma non dice ancora niente. Non dice nello specifico se questo squillo anticipi o preceda un altro suono proveniente dallo stesso telefono cellulare, ovvero la sveglia fissata sulle nove e mezza. Nell’incertezza dello squillo, che potrebbe essere posteriore oppure precedere la sveglia, nell’incertezza dell’ora e nell’incertezza che si ha quando si è risvegliati bruscamente, si risponde. È il padre. Questi saluta il figlio, chiede se dorme ancora e il figlio, questo ipotetico io, mente, dice di no; imposta la voce in un modo che vuol suonare risoluto e al contempo naturale. Un ‘no’ credibile. Il padre elenca allora tutte le cose che lo hanno occupato nel suo lunedì mattina operoso, ipotetico, ma di certo operoso. Dunque la sveglia non è suonata. Tu, il figlio, a carico, inoperoso, apprendi da una serie di informazioni che passano telefonicamente tramite la voce del padre che sono le due del pomeriggio. Il padre propone di incontrarsi, giusto cinque minuti per prendere un caffè, ché gli impegni di questo suo lunedì impegnato non gli impediscono comunque di adempiere esemplarmente i suoi doveri di padre, amorevole, operoso, nei confronti del solo figlio studente universitario di cui si prende carico. Il figlio si negherà ancora, pensando rapidamente alle occupazioni notturne, allo studio, alla scrittura di un breve commento a Kafka, cioè quello che gli dà la febbre e che il padre non capirebbe. Ci si è provato a spiegare, ma non si è spiegato bene; forse è l’altro a non aver capito (o a non aver voluto capire), ma fa lo stesso. Le visioni del mondo lontanissime: non è certo una colpa se il padre non capisce, è naturale. Quindi si nega ancora. Niente caffè: non si può interrompere lo studio, mercoledì c’è un esame di letteratura, uno degli ultimi, deve andare bene per poi ricevere una parola positiva, di sfuggitissima, dallo stesso padre che, di fronte all’operosità del figlio, presunta perché di fatto lo si presume inoperoso, buttato in qualche bar nei dintorni della facoltà, o peggio ancora a letto, non può che accettare il suo rifiuto;  in fondo è scomodo raggiungere in macchina la zona del centro dove il figlio studia. I due si salutano, il padre chiamerà ancora, mercoledì verso la stessa ora, per sapere l’esito dell’esame. Il figlio rimane con il telefono in mano che segna sullo schermo le quattordici e zero quattro, prova un senso di malessere che si ostina a non voler chiamare senso di colpa in seguito ai suoi studi su Nietzsche e al non fondamento della morale. Riflette per un attimo, di sfuggitissima, se una sua metamorfosi in scarafaggio sarebbe una sorte orribile o piuttosto la sua salvezza.

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Vetri

Questa storia di spaccare le finestre è già successa una volta. Ero bambino e si giocava a scuola. Si giocava nell’ingresso della scuola dove il pavimento è liscio. Non ricordo a che gioco si giocava, ricordo solo Cosimo Ciulli spinto da qualcuno che distrugge una vetrata col corpo. Oggi, se ci penso, penso che a spingerlo fu Federico Pratesi, che era (che è) del segno dell’ariete come me, nato un giorno prima. In lui localizzavo il male, mentre io ero il bene. Continua a leggere

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Parrucchieri

Andare dal parrucchiere è un rito di purificazione: ha in sé qualcosa di traumatico e allo stesso tempo di risorgimentale. Tendo a essere recidivo, ovvero torno dallo stesso parrucchiere per creare con lui un legame, per cui poi è sempre un problema passargli davanti quando già sono stato da un altro; quindi entra anche il tema del Tradimento che richiederebbe un capitolo a parte.

Quando ero bambino andavo da Roberto, perché i parrucchieri in genere sono uomini, suppostamente gay o almeno dubbi, e mi ricordo che il suo salone era per me un posto quasi intellettuale. Io parlavo a lungo dei Romani e delle loro tecniche di assedio o di guerra in generale, tema che mi era molto caro e che poi ho rifiutato.

Poi sono andato da Giosuè, vicino a Porta, che era di Certaldo e aveva fatto i soldi; lavorava con il trans Antonia che poi la sera incontravo al Babilon. Era un parrucchiere molto cool, ma troppo vicino casa, mi facevo problemi anche a passarci davanti e rientrare era un problema.

Qui a San Jacopino ci sono quattro parrucchieri, in due mesi che sto qui ne ho già provati un paio. Michele è stato molto stronzo e non ci tornerò mai più: mi ha tenuto sette minuti, tagliandomi i capelli con sufficienza, come si taglierebbero a uno che comunque di capelli non capisce e quindi basta far finta di tagliarglieli. Invece l’ultimo, oggi, si chiamava Marzio e mi sono trovato bene, anche se gli puzzavano le ascelle di sudore che quando mi faceva le basette mi arrivavano le folate. Siamo in estate, in fondo l’ascella puzzolente è inclusa nel prezzo, 13 euro, e comunque fra poco si parte e non so se ci tornerò, ma forse sì, forse Marzio diventerà il mio nuovo parrucchiere e saremo amici, gli racconterò i miei problemi o forse solo le cose che mi passano per la testa.

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