San Niccolò (2015- 2017)

Grazie per l’intervista

figura-1Prima scrivevo sempre in un bar che si chiama Mama’s Bakery, il caffè americano costa un euro e cinquanta e potevo stare là tutta la mattina. Andavo quasi ogni giorno, tranne quando non avevo neanche un euro e cinquanta allora stavo a casa, ma scrivere a casa mi è difficilissimo. Comunque dopo un anno ho smesso di andare a Mama’s Bakery (figura 1) e adesso scrivo sempre alla biblioteca Thouar in Piazza Tasso, a Firenze. Continua a leggere

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San Niccolò (2015- 2017)

Le cuffie erano verdi

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Dell’anno a Madrid non è rimasto quasi niente, soltanto delle cuffie verdi per sentire la musica che ancora funzionano malgrado siano passati anni. Cuffie che contro ogni logica non si sono rotte dopo qualche mese, che non hanno cominciato a funzionare solo da una parte né a grattare come gatti al mattino fuori da una porta, cuffie che non si sono neppure perse nei vari traslochi come sarebbe stato naturale, ma che continuano a produrre suoni nitidissimi, mentre tutto quello che riguarda Madrid si allontana e si confonde. Continua a leggere

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Fogli sparsi, San Niccolò (2015- 2017)

No-Nose Man

for Gioacchino Turù

No-Nose Man is a perfectly normal man, except he doesn’t have a nose. I don’t mean in the Russian sense, as in Gogol’s story, I mean it literally. No-Nose Man has a sort of nose, but it’s smashed against the rest of his face, as though he’d put a rubber band around his head for a joke but left it there too long, and his nose simply stayed that way, as if he’d applied photographic fixer.

No-Nose Man’s nose is a nose bent in upon itself, an extremely shy nose that wants to return into the face from which it sprung, but it never manages to go anywhere. No-Nose Man has a dog, and the dog definitely has a nose. No-Nose Man’s probably retired. He takes his dog out on a leash, takes him outside to do his business. I don’t know if he picks up after the dog, which is what interests me most whenever I see someone take a dog for a walk, because that’s the part concerns me too. The dog, and various canine-oriented stuff about breed, animal psychology, their similarity to human beings, their resemblance to me or their owners, doesn’t concern me, or only vaguely. All I care about is whether the dog’s owner picks up the dog’s shit. If I find out that he does pick up the shit, then the matter no longer concerns me. If he doesn’t pick up the shit, or pretends he’s got a phone call or some other phony excuse at the crucial moment, then I turn around. I don’t say anything, but I stare at the person and let him figure out what I’m thinking on his own.

With No-Nose Man, I attempt this mental process—we do this with a lot of things, every event comes with its own mental process attached, one that keeps us from thinking about the thing itself, or makes us think about it only in reflection—as I was saying, with No-Nose Man I try to do my usual. That is, I watch to see whether he picks up his dog’s shit, but with him I’m unable to do the same thing I usually do. It’s probably his lack of a nose that makes my thought-process less fluid; his non-nose and his murderous look.

I never think about what happened to his nose, I mean, what really happened. I’d rather think of some funny story, like the rubber band he might’ve stuck there for a joke. I’d rather think about the dog. I try to concentrate on the shit, I really try, but No-Nose Man disarms me. Maybe it’s his non-nose. I think about him, and everything slides and seems relatively unimportant, even the shit.

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In fuga dalla bocciofila, San Niccolò (2015- 2017)

Fiori d’equinozio | Il discorsetto prima del film

Ozu, simone lisi, recensioni

Di martedì siamo tornati al cinema anche se lei era cotta per il doppio lavoro, e il mio coinquilino stava messo ancora peggio, tutto il giorno in un posto chiamato “il Giogo”, che solo a sentirlo nominare si capisce che giornata era stata. Anche io ero stanco, anche se il lunedì e il martedì non avevo lavorato affatto, solo “lavorato” ai miei testi del futuro. Ma con loro avevo fatto attenzione a non sottolineare troppo quella mia stanchezza.

Siamo andati al cinema a vedere un film del ’58, era bello, Fiori d’equinozio, a un piccolo cinema con le poltroncine vecchie, ma caro. Caro nel senso buono: grazioso, vivo, un posto a cui voglio bene, non caro economicamente, che quello lo sono tutti i cinema: e il pensiero viene spontaneo, che non sono i cinema, ma sono io, che guadagno poco (o forse dovrei accettare di farmi pagare le cose dalla mia ragazza o dal mio coinquilino operosi).

Siamo andati così, affaticati, al cinema, per differenti fatiche e il film di Ozu, il primo a colori del grande regista giapponese, era bello, una storia quasi esopica, con la sua morale, con il suo insegnamento: il tramonto di un’epoca, che si ripete a ogni generazione.

Solo che prima del film ci avevano fatto un breve accenno agli eventi legati al Giappone e al regista Ozu, e fin qui tutto bene, perché il cinema è un luogo d’incontro e che tra una settimana si faranno composizioni floreali io la giudico una cosa bella. E poi, stava andando tutto bene, il presentatore ha detto qualcosa del film che avremmo visto, e là è stata veramente la fine.

Dico la fine della possibilità di vedere il film da parte delle vecchine che avevo dietro. Il presentatore ha fatto riferimento a certi tocchi di rosso che il regista avrebbe messo in ogni inquadratura, ad illuminare la scena, come un gioco o uno scherzo dato dalla possibilità stessa del colore, per lui cresciuto nel bianco e nero.

Era vero, ma le vecchine hanno iniziato, durante il film, a commentare ogni volta che nel film c’era qualcosa, guarda ecco il rosso, ecco il rosso, ecco il rosso. Allora io l’ho ascoltate per un po’ (e nella mia mente riuscivo solo a vedere, perché questo mi aveva detto giorni prima il mio amico Gianfranco, ovvero che le riprese nei film di Ozu sono fatte da telecamere poste sempre ad altezza quasi terra, a dieci centimetri da terra, così che potevo vedere solo quello, come le mie vicine il rosso, e stavo davvero per dire a quelle vecchine, ma fate piuttosto caso a come è stato girato il film, con una telecamera da dieci centimetri d’altezza, non vedete?) e invece loro continuavano il rosso, ecco una teiera rossa, un giradischi rosso, il rosso di qua, di là, di sotto di sopra.

Basta, ho urlato, girandomi a guardarle, e tutti nel cinema si sono girati a guardarmi a loro volta. Basta rosso, ho ripetuto. Le rose sono rosse, ho aggiunto rimettendomi a sedere nella poltroncina e le signore si sono fatte silenziose per qualche minuto e poi hanno ricominciato: il rosso il rosso ecco il rosso. Solo quello vedevano e mentre poi a fine film uscivo accompagnato da Diana e dal mio coinquilino che mi sorreggevano ai lati, lui mi ha detto: sì, è orribile quando vedo i trailer dei film, o quando fanno i discorsetti al cinema. Bisognerebbe non sapere niente, ma se ci pensi bene è così per tutto.

Aveva ragione lui, a prescindere la sua giornata passata a “Il Giogo”. Io mi sentivo esausto e dopo, tornati a casa, non abbiamo più riparlato del film di Ozu.

passo del giogo, Giogo,

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