San Niccolò (2015- 2017)

Incipit per un racconto spagnolo

dpp_0011Nel movimento circolare, in quella frizione che applicava su una pila interminabile di piatti della cena prima, vi scorgeva un destino.
Gli sembrava, ma era forse l’effetto degli alcolici scadenti mischiati tra loro e delle sigarette marca El pueblo, che la sua generazione sarebbe sprofondata, sarebbe stata spazzata via dalla crisi economica, che non sarebbe rimasto niente.
Quella mattina, che già scivolava verso il primo pomeriggio, in quella piccola casa vicino alla fermata della metropolitana Opera, lui pensava che la serata era stata bella, ma il suo destino era ugualmente segnato.
Lo era da quando aveva scelto come prima opzione della sua meta erasmus la Spagna, invece che la Norvegia o l’Inghilterra.
Faust probabilmente sedeva accanto a lui nella saletta antistante la segreteria di Lettere, stava là affianco che sorrideva e diceva, si benissimo, scrivi pure con la tua bella stilografica, e non valutare che sia una marca tedesca, scrivi in stampatello M A D R I D, ecco, adesso firma, ancora un attimo e sarà tutto finito.
Nel lento movimento circolare con cui lavava la fila interminabile dei piatti, capiva già che era un uomo finito.
Lavava la pila dei piatti e pensava distrattamente a cosa l’aspettava per quella giornata da studente. Niente. Stava bene, in un modo non completo, ma totalizzante. Sarebbe uscito dopo qualche ora, passata sul letto a guardare un film, avrebbe indossato delle scarpe basse chiare, una maglietta nera, dei pantaloni di lino: avrebbe attraversato Sol, sempre con quell’indolenza ed eleganza, di una domenica lontani da casa.
L’economia li stava stritolando?
La Spagna era in ginocchio?
A lui quella domenica non importava. La città torrida, la luce dovuta all’altitudine, al deserto tutto intorno, lo illuminava con una luce che già annunciava la fine.
Si tornava a casa, lo sapeva, a fine mese. E poi? E poi niente, una bella laurea in filosofia, un lavoro si sarebbe trovato, uno qualsiasi, cosa importava?
Madrid intorno a lui serviva solo a ricordagli che non faceva tanta differenza, che non spostava gli equilibri, che i compro oro, sarebbero aumentati ancora per Calle Arenal, fino a diventare un nuovo Ponte Vecchio. E intorno i sudamericani reggitori di pali, con le loro offerte, con le loro suadenti carezze di guadagni. Andando verso il Parco del Retiro, non ci pensava. La città era bella, i turisti in Placa Maior, piegati ai tavolini, parlavano di una città che sarebbe diventata presto come un set per i film western del futuro, nient’altro che un scenografia di un film del futuro.
Ma anche quello sarebbe passato. Dopo l’abbandono del centro, dopo i negozi chiusi, dopo le finestre chiuse con dei pezzi di legno, dopo le finestre e le porte chiuse con dei muri per non lasciare che fossero occupati, dopo lo svuotamento di interi quartieri, dopo tutto, le cose sarebbero tornate a vivere.
Come è possibile? Si chiedeva lui, camminando. Che presunzione credere che saremo noi la generazione spacciata, quando tutte le precedenti che son passate da Madrid, hanno creduto lo stesso. E invece. Son tornate. A invecchiare.
E la città di Madrid stava là intorno a ricordagli questo, che anche lui trapassava.

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