Racconti, San Niccolò (2015- 2017)

Una storiella buffa sullo shampoo

Mentre ero in doccia e pensavo a un certo livello che non sarebbe dovuta finire mai (il getto caldo era come aveva detto Diana: una forza purificatrice divina, come a dire letteralmente Dio, e non in modo figurato, ma in senso stretto) a un certo altro livello io pensavo che la cosa più rischiosa in casa mia era che shampoo utilizzare per lavarsi i capelli.
Sì.
C’erano alcuni shampoo in barattoli ampi, con colori appariscenti: quasi sempre quelli erano i miei shampoo e, quasi sempre, erano finiti. Nessuno li aveva buttati nella raccolta differenziata, nessuno si era accorto oltre a me che erano finiti, e quindi erano rimasti lì. Non era nemmeno la prima volta che quello shampoo me lo trovavo tra le mani e nessuno che aveva mai pensato a buttarlo via, tantomeno a ricomprarlo.
Il pensiero successivo era di ignorare ulteriormente la cosa e vedere fino a che punto poteva arrivare quella situazione.
Voglio proprio vedere.
Allora si apriva davanti a me il mare aperto degli shampoo altrui: un orizzonte fatto di colori pastello, di confezioni piccole, chiare, con tappi e aperture strane, bizzarre.
Erano i preziosi shampoo della mia fidanzata Diana, allergica ai metalli, che costavano cifre inimmaginabili, cifre che non si potevano nemmeno scaricare con la tessera sanitaria perché malattie troppo rare per esser catalogate nel registro delle malattie rare dello Stato. Così che si apriva di fronte a me il forziere delle essenze della Compagnia delle autentiche indie e io accettavo il compromesso con me stesso di prenderne un po’, pochissimo, solo per questa volta.
Per questa ennesima volta.
La sostanza che poi mi versavo in testa non creava nessun effetto. Né schiuma. Né sensazione di pulito strofinandoci i capelli. Niente assoluto. Allora evitavo di metterne ancora, avevo già provato la volta precedente, e quella ancora prima, riempiendomene la mano fino a che quasi non versava ai lati, e poi schiaffandomi tutto in testa e anche allora non generando nessun effetto.
Quindi stavolta no.
Questa volta, no.
Solo un poco.
Ancora.
Poi uscivo dalla doccia, perché livello uno di pensiero mi suggeriva che la doccia non poteva comunque durare in eterno, malgrado tutto. Che prima o poi qualcuno si sarebbe accorto della mia assenza, che erano giorni che stavo dentro la doccia. Il servizio idrico in persona avrebbe telefonato per sapere se c’era una perdita. O avrebbe bussato alla porta, visto che al telefono non avrei risposto.

E così sono uscito dalla doccia e ho detto: ok, non c’è niente di pericoloso oltre allo shampoo, voglio stare calmo e scrivere questa cosa dello shampoo, è buona, o forse non è nemmeno particolarmente buona, ma è abbastanza vera, pur essendo il genere di storiella vera che non serve all’umanità, strappa forse un sorriso se lo strappa, ma comunque non è nemmeno questo il punto. Non doveva fare ridere, mi è uscita fuori come una storiella divertente, ma il punto è che sotto quella doccia, tu (dico a me stesso) eri completamente terrorizzato, in panne, incapace di fare qualsiasi cosa. Che cazzo fai quello delle storielle?
Stai male cazzo, la serata è stata un dramma, è letteralmente tuttora un dramma, per non parlare della tua vita, cazzo. Che cazzo fai ti metti a fare le storielle da ridere? Coglione.

E così sono uscito dalla doccia e mi son detto: bene, mi metterò sul divano che la casa è un luogo sicuro per me adesso, niente mi farà del male, non uscirò fuori adesso, non raggiungerò Diana al reading di Carolina, dove lei leggerà un mio altro testo divertente su io che mi cancello da facebook come se fossi un’altra persona, uno che perde la testa e fa cose assurde. Ora che ci penso un attimo quel mio racconto descrive tutte cose vere, cioè a un certo livello io in quel racconto di finzione descrivo in modo metaforico, ma meticoloso tutto quello provo, non scherzo, è serio, è assolutamente serio.
Non andrò a quel reading di Carolina dove leggerà il mio racconto, mentre un illustratore le disegna sulla schiena la storia stessa, perché mai il disegno? Perché sulla schiena nuda, che c’entra il mio racconto con la schiena nuda di Carolina?
E non andrò nemmeno alla riunione della Bocciofila, per decidere i film dell’anno, e a fare quelle cose che pure sono belle e in un certo senso preziose che si fanno a questi incontri, tipo perdere un sacco di tempo in discorsi, frasi a vuoto e bere birre.
Io resterò invece qui sul divano e aprirò il computer, mi guarderò un bel film, anzi una cagata di film, una cosa che mi prenda e mi porti lontano anche da questo divano.

Pensavo questo. Solo che il computer era scarico, e la presa dell’alimentatore non era attaccata alla presa. Allora saltava tutto. Se non c’era quella presa, il trasformatore per attacco alla tedesca, io ero un uomo finito. Letteralmente.
Dopo qualche attimo di panico io trovavo per miracolo quella presa: non l’aveva rubata la donna delle pulizie come avevo penato in un primo momento, era semplicemente rimasta attaccata al ferro da stiro che aveva utilizzato Diana e non aveva staccato, ma mentre io trovavo la presa e dicevo: allora sono redento, posso guardare il film, pensavo a un certo livello che con il computer non avrei guardato nessun film, ma avrei piuttosto scritto tutto questo, che ci avrei scritto una sorta di storiella buffa, che magari qualcuno avrebbe letto a un reading del futuro, mentre qualcuno gli disegnava sulla schiena nuda, mentre io me ne stavo su questo stesso divano a scrivere qualche altra storiella ancora, e ancora, e ancora.

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