Concerti al Volume

Calcutta

Edoardo Calcutta, Volume, Firenze

Il fatto che io fossi di Rockit non sembrava impressione Calcutta. Forse aveva capito che mentivo. Mi ero anche portato un’agendina e ho scritto alcune frasi prive di senso, fatto domande insensate, sulle foglie, sul suo nome e sulla sua fidanzata, argomento che riemergeva anche durante la lettura di tarocchi. Chiedevo qualcosa su quelle sue occhiaie, come se le fosse guadagnate, ma era tutto un po’ in salita per il fatto che l’intervista era iniziata con io che confondevo la sua provenienza, invece che Latina dicevo Olbia e lui c’era rimasto male.

Si iniziava tardi, che ormai le giornate si erano allungate. Si entrava al Volume e c’erano quelle dieci facce, che ormai ci conoscevamo tutti, ed eravamo quasi innervositi che le americane sedute in prima fila continuassero a parlare e non scomparissero, come poi facevano. Occupavamo noi con i nostri corpi e spazi, quei posti in prima fila, come omini di cartone, come sagomati, e pure così il Volume era deserto, uno svuotino avrebbe detto Pro Loco, io avrei pensato solo ad un problema comunicativo, ma era certo più complesso.

Calcutta, che si chiama così per nessun motivo, o anzi sì, perché gli piace il modo in cui tale nome si può sillabare, sì, come tutto, aggiungeva, cominciava dalla punta, dalle sue canzoni più forti, Asciugamano, poi quell’altra canzone spagnola scritta il giorno prima con Pop-X e io avrei dovuto capire che questo sforzo iniziale aveva a che fare con il nostro comune segno zodiacale, zodiaco che dopo il concerto Gioacchino per rendermi ridicolo mi diceva di dirlo di tutti i calciatori della Fiorentina, i presenti, ovviamente e nemmeno quelli posteriori al mercato invernale, e io li dicevo, o ne dicevo un po’ fino ad arrivare al segno di Wolsky e di Gioacchino stesso, scorpioni. Così Calcutta e le sue occhiaie cantava con questa sua voce così bella, così udita, con quella sua chitarra e voce, con quei suoi testi semplici che io per la prima volta dopo martedì e martedì non mi sentivo come se la mia vita fosse in discussione, con Diana affianco a me e i miei amici passati a cena e dopo scesi in piazza con me e ancora una settimana e la casa senza contratto e la busta di equitalia, non mia, come tutto, che tenevo in tasca del giubbotto. C’era ancora tempo per quei cappotti appesi agli angoli del Volume, angoli che ormai conoscevamo tutti e là appesi, i nostri cappotti.

Continuo la mattina successiva ad ascoltare Calcutta, i suoi pezzi lunghi, Mi piace andare al mare in bici, mi fa sentire libero, che ho scaricato da internet, qui al solito caffé della mattina, era allegro Calcutta, malgrado quello che dicesse Gioacchino, che invece di dischi avrebbe dovuto vendere dei cappi a fine concerti, io lo trovavo sorridente, comprensibile come lo sono io, semplice e superficiale, quel suo studiare il portoghese, ma portoghese di Brasile e io che gli parlavo di rimando di Chico Buarque e lui mi diceva, mm no, là non ci sono arrivato, e io dicevo ma guarda neanche io, me lo consigliava Spotify, lui sapeva che piaceva a una mia vecchissima fidanzata, non vecchissima nel senso che lei fosse vecchia. Era scorpione, come mia madre. Poi mi parlava di New York, di quel suo tempo là in cui si era fatto uomo, in cui aveva capito niente, come con i libri che aveva letto, girato per le feste, ma diciamo meglio: a una festa, e poi era tornato in Italia e ora viveva a Roma e c’era stato anche un duo, inizialmente, ma facevano tutt’altro, batteria e un’altra voce, poi era arrivata la rottura, per le solite questioni di soldi, donne, invidia e loro si erano solo salutati, ciao, anzi peggio, come sempre accade in questi casi, tra uomini, senza tirarsi i capelli, solo parecchio risentimento e delusione ingiustificata e lui si era trovato solo, con questa fidanzata a cui pensava sempre e a cui non scriveva le canzoni, e certo, quelle sue occhiaie.

Continuo a ascoltare quella sua Canzone, che ormai è mia perché l’ho scaricata da Youtube, quella sua canzone ripetitiva, che sembra un po’ la traccia finale di un album allegro, in cui si lascia e si vuole lasciare un messaggio positivo, seppur poco chiaro, rifarsi al mare, la bici, l’amicizia, archetipi in definitiva da italiano medio, ma roba su cui: fermi tutti. Riguardo ancora il quadernino, e vedo che ho scritto i luoghi in cui Edoardo, così si chiama Calcutta di nome, vive e dove vive il suo vecchio compagno di musica, a volte si incontrano e si salutano: lui a Torpignattara e l’altro a Centocelle, o viceversa. Vedo anche scritto che la musica che facevano insieme era musica: design, poi una parola che non riesco a leggere, Emmanuelle, Scream, qualcosa di urlato, ma con tematiche sentimentali, mi sembra di ricordare, ma la mia ricostruzione potrebbe essere inventata. Poi erano le due e mezzo di notte e l’ora che io salutassi tutti, Giacomo al piano, Neri ai tarocchi e Calcutta con le sue questioni sentimentali in testa, il futuro, che fare?, e Giulia con la sua giornata piena di impegni e i camerieri del Volume come angeli custodi di tutto quello e le loro serate piene di impegni e Tommi Tanini con il kebab tra i denti e il suo amore romano, ora che io tornassi al mio.

16 aprile 2014

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