Concerti al Volume

I Piedi

I piedi, volume, firenze, simone lisi

I piedi sono una formazione casuale nata dall’unione sommaria di Alunni Michele e A********a Giacomo, entrambi residenti nella provincia di Firenze. Per quanto riguarda il primo, l’Alunni, ho scoperto tramite social network che ha frequentato il terzo liceo scientifico fiorentino, che porta il nome del fondatore del partito comunista italiano. Liceo che tra parentesi ho frequentato pure io, in altri tempi, tra fortune e sfortune alterne, che adesso ha poco senso ripercorrere, ma mi serve per dire che so da dove viene Alunni, lo so benissimo, conosco i gradini il cancello i cicchini la mattina e perfino la tipa che gli ha fatto i panini: si chiamava La Lidia. Il più buono era quello con la salsa, una salsa segreta che lei stessa, si dice, secernesse del suo tessuto adiposo. Comunque.

Per quanto riguarda l’A********a c’è poco da dire, so tutto di lui, conosco le sue debolezze, i suoi pregi, le sue ambizioni e vi assicuro che non c’è niente di buono, o forse qualcosina, un certo pressappochismo tutto italiano, piccolo borghese, ma ha dalla sua un certo talento, un certo genio, un certo buon gusto, non decenza, ma lentezza. Sull’incontro di Alunni e A********a non si sa quasi nulla, si incontrarono una notte dentro al Tabasco Club, un noto locale fiorentino e si guardarono attraverso la stanza affollata e attraverso i corpi sudati e turgidi e si riconobbero come fratelli, come un corpo solo, come all’esame di maturità a Mama’s Bakery e la lezione di filosofia ripetuta con scarsa scarsissima convinzione mangiandosi le sigarette coi denti piuttosto che fumandole davvero, comunque se ci penso che i martedì al Volume sono finiti e sono finiti in questo modo non so se lasciarmi prendere dallo sconforto o da una certa euforia, dovuta al caffè senza dubbio che si affolla nelle arterie.

Finisce bene, finisce male, diceva Brace in una precedente edizione della rassegna musicale, in cui io ancora ero semplicemente di là da venire, e finisce aggiungerei io tutto storto come era giusto che fosse, non finisce neanche di martedì, ma di mercoledì, perché la data è stata rimandata senza addurre ragioni di sorta, solo un messaggino sul cellulare che diceva: concerto annullato, rimandato a domani, avverti chi puoi. Solo questo e poi una serie di messaggi collaterali, infamanti, perché a me le abitudini servono e non possono mica esse, le abitudine, opporsi al loro normale fluire come tali. Così questo non è il mio solito mercoledì dopo il Volume, dopo il whiskey mas barato, è un lunedì generico come se io cominciassi la settimana con gli impegni abbandonati in settimana per la strada, nella piazza non svuotata per la non pulizia della strada, ma riempita di persone che non volevo incontrare, certamente, per la notte bianca che era diventato lo scenario del concerto dei Piedi.

Hanno suonato al Volume i Piedi, dentro a una tenda Quechua, hanno suonato musica noise, inascoltabile a tratti e a tratti molto bella, ho visto soltanto il volto di Alunni, perché A********a quando non suona come Gioacchino Turù, così dice con una punta di sciovinismo, non guarda mai quello che fa, provetto Orfeo della musica, già che Euridice stava tra il pubblico a bersi un long island e ci si salutava come se non ci conoscessimo o quasi, ma era solo la mia serata storta, con le mie piccole beghe indicibili, di una serata sociale socialissima ma con la mia persona più cara a fianco che voleva che io escludessi tutto per lei, e io le dicevo, guarda va bene, ci sto, ma proprio adesso? Così mi mettevo sulla poltrona piccola e non ingombrante del volume e stavo tra lei e Silvia e più avanti Orfeo nella Quechua e Alunni e Fuori sulla sinistra stava anche Euridice che si beveva il suo cocktail come se fosse un certo giorno di martedì, tra altri martedì, di uno dei vari anni tra cui c’erano questi martedì con la musica al Volume e non come era davvero, cioè l’ultimo non-martedì della storia dei martedì, un mercoledì qualunque, cattivo come la cattiveria di queste studentesse che ho davanti e che parlano solo del Simposio di Platone, di gente fatta a metà per cattiveria divina e metà di gruppi su Whatsup, sempre nuovi gruppi da cui escludere sempre nuove persone, sempre qualcuno da lasciare fuori, senza dirle niente, ma poi anche di questo io non so molto, quasi niente.

Durante il concerto, bevendo alla goccia, come un drago, il mio whiskey mas barato, cercando di alleggerire, ma alleggerire niente, era solo quel sapore di alcool freddino che certo non avrebbe giovato al mio corpo, ma come diceva lo scrittore citato, scrivi ubriaco, edita sobrio, che frase orribile da ricordare di un tizio così in gamba per noi adolescenti di un tempo, comunque io scrivevo sul mio telefono, che il quadernino era perso in casa e il giubbotto con le tasche in grado di accoglierlo semplicemente dalle parti di Pozzolatico, prestato una serata al Cubano all’A********a in questione, ecco io scrivevo questo pensiero, che adesso riporto:

I Piedi sono due. A volte uno o nessuno, ma normalmente due. Suonano all’interno della tenda. Fuori la notte bianca. Il Volume stasera è due cose: una bocca e un ano. Si beve e si piscia, principalmente. Poi ci sono i piedi, appunto, nella tenda, piedi che non servono a molto, ma ci sono. A volte parte qualcosa di udibile, sembra Ticho, ma poi viene disturbato dal discorso di un caso umano dell’internet, un figlio di Dipré, così I Piedi confermano che non c’è momento sintetico, che Hegel si supera da solo, che la struttura materiale della tenda e del Volume incidono sulla mia idea di essi più di quanto la mia idea incida sul resto, che io sono sempre qui.

Non so bene come finire questo ciclo di racconti sui concerti del Volume, qui nell’episodio otto della storia della Galassia, un numero anche facilone per terminare, un numerino da tatuarsi sul Piede, che poi le cose vanno ancora avanti, si spostano, scivolano, si muovono, come le cameriere veloci dentro Mama’s bakery, come l’accelerazione che hanno avuto le foglie in questi ultimi tempi, così che adesso il cortile ne è completamente pieno, di fogliame intendo e ancora una notte bianca è passata e l’esame di maturità si avvicina e il mio sostituto a Mama’s bakery, lo scrittore di riserva, fuma le sue sigarette al sole mentre le studentesse hanno deciso di smettere di far finta di giocare e giocano a lanciarsi le sigarette. Non so come finire questo pezzo. Perché adesso è chiaro che tutto il progetto rockit.it, di rendere in qualche modo (ring) utile o fruttuoso quel nostro stare là di martedì a bere è semplicemente qualcosa di accantonato, che queste righe rimangono là, come una recita di fine anno, di una scuola di recitazione in un minuscolo paese dell’Italia degli anni novanta, una recita teatrale quando non esistevano ancora nemmeno le videocamere e per fortuna, niente per farlo rimbalzare dappertutto, qualcosa che passa come i quarant’anni del mio postino favorito, come le sue foto in Thailandia, lui e i suoi amici sulle motociclette da corsa enormi o sulle Harley, in quell’estate in cui probabilmente: ci rimase sotto, schiacciato, dalle droghe e poi in un soffio quarant’anni a fare il postino, ma che bella persona sai, vaffanculo mi viene da dire, a questo dire, mmm, no, che tristezza, ma vaffanculo, postino che domani martedì senza Volume compi quarantanni, quella tua faccia sorridente, te che non hai fatto i soldi, con la tua vita solitaria, le scommesse delle partite e quei video con i tuoi amici, tutte quelle canne. Domani è martedì e Giovanni il postino compie quarant’anni, sul calendario che mi ha regalato Camilla io posso leggere che un mese fa suonavano Camillas, o forse Calcutta, ho scritto con la penna un mese fa, sul foglio del calendario precedente e ha trapassato, come carta carbone, così che quello arriva fino qui, arriva fino oggi, un mese fa come carta carbone, che ancora l’esame di maturità era lontano e queste partite a carte della mattina, che già cominciano le belle giornate, il fogliame si è fatto così fitto in meno di due settimane, e io che pensavo che non avrei neanche visto le foglie del glicine, invece le ho viste. Non c’è momento sintetico, le cose non finiscono, forse, i martedì al Volume sono finiti.

5 Maggio 2014

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