Malta (2011-2012)

Ultima pagina di una letteratura minore

I treni quali luoghi del desiderio. Desiderio di essere ascoltati, quando si parla al telefono: di nulla, di cosa si farà l’indomani: l’ufficio, il nulla. Poi commentare, se si è in compagnia. Se invece si è soli, distendere le gambe ben oltre il limite consentito (necessario). Dove sono quei vecchi moralisti di una volta che dicevano ai giovani di sedere diritti o quanto meno di non mettere pantaloni viola, mocassini neri, calzini a righe?

Rimpiango le gallerie, gallerie lunghe kilometri che oscurino la ricezione dei telefonini. Ma devio, mi rendo conto, da quello che volevo dire davvero: I treni quali luoghi del desiderio. Io mi preoccupo per un attimo di chiamate telefoniche di agenti immobiliari maltesi, che violeranno il santuario delle balene con sguardi impropri e commenti che non si possono permettere di formulare. Il desiderio è una cosa che non so e ad Empoli scendono tutti, tranne i più stronzi: quello che parla al telefono e che tutti lo sentano; quello in pantaloni viola, mocassini e calzini a righe; e io qua in fondo che appunto sull’ultima pagina di un libro verdetti che nessuno sentirà.

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Fogli sparsi, Malta (2011-2012)

Londra 2012 | This is the new austerity

When the showing ended, someone asked about the plot to kill Hitler. The discussion moved to plot in general. I found myself saying to the assembled heads, “All plots tend to move deathward. This is the nature of plots. Political plots, terrorist plots, lovers’ plots, narrative plots, plots that are part of children’s games. We edge nearer death every time we plot. It is like a contract that all must sign, the plotters as well as those who are the target of the plot”. Is it true? Why did I say it? What does it mean?

Don De Lillo, White Noise

Se sei povero, a Londra, mangerai malissimo. A volte a Londra ti svegli e c’è il sole e Gaia deve andare a lavorare. Io attraverserò la City per andare a Richmond, al mio corso da mentecatto. Sii umile. Ci provo. Richmond è bella e tutti sono particolari e diversi, è solo la mia visione delle cose. Il vecchio alla fermata dell’autobus a cui chiedo d’accendere. Lo ringrazierò fin troppo. E perché mai le fermate degli autobus sono chiuse dal lato della strada e non viceversa? Io andrò in metro ad ore intere, che l’abbonamento settimanale è la più grande stabilità che ho, qui a Londra. Muoversi con la città, a le diverse ore della sua vita. Alle sei andando verso Waterloo, che si pronuncia, anzi che pronuncia l’interfono della tube, in un modo che nessun professore di storia della mia intera vita ha mai pronunciato. Uaterluu. Alle sei andando a Waterloo. I treni strapieni, e la gente che è così vicina eppure riesce lo stesso ad ignorarsi: come fanno? E’ l’abitudine. E allora io guardo tutti, i due operai della mia età che scenderanno a Victoria: uno di loro due non ha una scarpa. Perché? Esistono gli infortuni sul lavoro anche qui? E perché non ha preso un ambulanza? E la mattina quelli che vanno da dentro a fuori la città, così luminosi, si incontreranno alle fermate della metro di superficie. Poi tutti stanchi, che crollano dal sonno o che dormono semplicemente, dormire in metro, e chissà quale parte di loro ancora li permetterà di alzarsi prima o poi e scendere. Non lo vedo mai, quel momento. Martedì dieci di Aprile, Londra, solo come un cane, di passaggio come e ancora più di sempre, mi riscopro mosso dalle abitudini e se me le togli mi crolla tutto. Ma le abitudini si costruiscono in un attimo e allora andare da Tesco a prendere ancora dei nuddle che sono buoni o forse cattivissimi, come tutto, se sei povero, a Londra. La casa vuota, i nuddle sullo stomaco, che ieri che non sapevo cucinarli li avevo mangiati che ancora non si erano completamente evoluti, Gradual development, li avevo trovati più digeribili. Domani opterò per un grado intermedio, come il livello mentecatto del corso d’inglese a cui sono ascritto. A ragione.

***

Venerdì ancora a Londra, circa le sette. Io stanco morto finito sul divano di questa casa dove non rimetterò mai più piede, e su questo divano dove mai più dormirò. Le settimane passano e io me ne accorgo solo perché il computer mi dice di riavviare, che è trascorsa una settimana, dall’ultimo riavvio. Vagavo, su una metropolitana di superficie e crollavo anche io dal sonno, finalmente, come tutti gli altri intorno a me. Derivavo, è l’espressione. Poi a Bethnam Green iniziava a diluviare, col sole e io e gli indiani e i pazzi inglesi drogati e le madri di famiglia ci nascondevamo dentro Mc Donald, che non era più un non-luogo come un tempo, ma era luogo. C’era questo vetro grande tutta la parete che si affacciava sulla strada e passavano solo musica classica, nel sudicio, che nessuno si sogna neanche lontanamente di buttare la sua roba come noi inesperti italiani vorremmo fare. Lasciare tutto sui tavoli, che qualcuno lo butterà. Buttare tutto, qui a Londra, dietro un vetro e fuori diluvia. Dura poco. E prima ancora a Richmond, per l’ultima volta, era bello, era un venerdì dell’umanità, compagni trovati e perduti senza neanche i mezzi discorsi che talvolta si fanno, di tornare a vedere-sentire-sfiorare. Tutto un buttare, un perdersi continuamente sulle metropolitana di superficie e quelle sotterranee, il segnale del telefono e i volti della gente a miliardi, che tanti non credevo ne avessero partoriti. Tendo a creare legami, creare abitudini, ma sempre, ancora, ai margini del mio campo visivo. Così l’angolano Pombal e il thailandese dall’insicura sessualità, e poi la giapponese e la spagnola del pomeriggio di cui rimarranno queste parole su un computer che mi avverte che passano le settimane, mentre io dimentico tutto. Allora questi nomi che forse sono importanti, sono Luke  Giapp che aveva solo una anno più di me ed era bravo, era scorpione anche lui, e si è finiti a parlare di tutto quello che volevo io e al tavolo del venerdì c’erano solo segni di terra, fatta esclusione per me. Chissà la colombiana madre di famiglia che segno era e chissà quelli del pomeriggio, con cui era stato più difficile, ma solo perché ci era mancato il tempo, di perderci. Era dolce uscire da quella porta con Patricia parlando di Siviglia in inglese e salutarci alla spagnola e poi tornare subito ad essere inglesi di riflesso, a crollare sulle metropolitane a sognare che sia notte, che sia domani e pulire la casa, i piatti, per terra, che nessuno si accorgerà che qualcosa è accaduto. Sono giorni belli, mi sento come al limite dell’adolescenza, forse l’epoca è proprio finita, eppure siamo qui sui divani in case sconosciute e non si sa come fare.

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Fogli sparsi, Malta (2011-2012), Racconti

Ultimi racconti maltesi

I. Morale della lucertola
Qui sulle rocce accanto al mare una lucertola come me. Esce dalla caverna e si ferma al sole di Marzo e il suo corpo palpitante. Ieri sera nella grotta pensavo ancora al mio credo, riflesso di riflesso Herman Hessiano, più Herman che Hesse. Pensavo che se una cosa è chiara allora è certamente falsa. Questo il mio credo di lucertola. Quindi nella non-chiarezza starebbe la verità delle cose vere. Ma poi pensavo, sempre nella notte, mentre disperderdevo il calore incamerato sulle rocce, vicino al mare, che il concetto così espresso era tragicamente chiaro e quindi si annullava da solo.
Cosa nutre la lucertola, oltre al sole, mi chiedo. E questo dubbio alimentare, riflesso di riflesso kafkiano, mi riporta ancora ad altre notti in altre grotte e poi affacciarmi all’imboccatura in questo sole di marzo che è alimento e forse basta. Ora solo incamerarare, tutto un incrementare, ma incrementare nulla e siamo così vicini, io e lucertola, ma come direbbe Camilla ciò che mi allontana sono nuovamete io e le mie superga nere. Per una morale delle lucertole e della loro rarefatta alimentazione. Guardiamo ai lati e non vediamo davanti, o meglio lei, la lucertola, che quindi non mi guarda se mi guarda, ma mi guarda solo quando non mi guarda. E io allora? Di riflesso non la guardo.

II. Sciamano sull’autobus
Ieri (o forse l’altro ieri) era il mio compleanno ed andavo in autobus. Ieri o l’altro ieri ero un pò triste per quella storia del compleanno, ma non so spiegarne la ragione. C’ho pensato anche, perché me l’hanno chesto e mi succede ogni anno, alla ragione vera, ma non ne sono venuto a capo neanche quest’anno. Mi sono detto che è perché, malgrado tutto, vi è un investimento di senso, in quel giorno, che io lo voglia o meno, e siccome c’è investimento c’è aspettativa di senso e quindi necessariamente disincanto e disillusione. Non importa, ci riproviamo l’anno prossimo a non investire di senso.
Ma non è questo che volevo dire. Andavo in autobus e c’era davanti a me a sedere un signore di colore, si sarebbe potuto pensare del Benin, che mi guardava, ma non come si guarda in autobus, ovvero come si guarda sempre, mi guardava in un altro modo. Questo signore sembrava uno sciamano, ma vestito come uno normale, quindi non per l’abbigliamento, ma per la sua faccia espressiva e segnata e sopratutto per il suo modo di guardare. Guardava tutto molto attentamente e dopo un pò che mi fissava, mi sono convinto che potesse leggermi nella mente, non solo a me, ma a tutti. Non immaginavo un vocìo caotico che doveva sentire lo sciamano, ma ritenevo piuttosto che fosse in grado di isolare i pensieri. Allora lui mi guardava e mi stava leggendo la mente e quello che io pensavo e che lui sapeva, era che io stavo pensando a lui e alla sua capacità di leggere i pensieri. Il mio in quello specifico momento.
Quindi la mia teoria non tornava, perché se io sapevo che lui sapeva, avrebbe dovuto stupirsi un minimo oppure farmi un segno d’intesa, qualsiasi cosa, ma invece niente. Eppure, pur di continuare a credere che lo sciamano potesse leggere le menti mi sono convinto che fosse preparato da anni a quella eventualità smascherante, che fosse preparato e dissimulasse. O in alternativa che leggesse sì i pensieri, ma non quelli superficiali, non quella stronzata di io che pensavo che lui leggesse le menti, ma quelli più profondi, quei pensieri che si hanno quando si pensa a qualcosa di più immediato, per esempio quando siamo in autobus. O quando è il tuo compleanno. Quei pensieri gravi sulla vita e sul tempo, o altri ancora più profondi. In ogni caso lo sciamano sull’autobus mi capiva, capiva la mia tristezza che io pure non capivo interamente e poi al capolinea siamo scesi tutti quanti, lui compreso e ci siamo dispersi. L’ho rivisto, lo sciamano, alla porta della città, che si girava indietro come se qualcuno lo seguisse o avesse dimenticato qualcosa sull’autobus, l’ombrello oppure la felpa. Poi l’ho semplicemente perso di vista e un altro compleanno anche per quest’anno.

III. Progetti per il futuro
I fragilisti di domani andranno in giro con tatuaggi di Icaro in caduta libera, o forse solo l’idea di tatuarselo, e lucertole al guinzaglio, o forse solo l’idea. Parleranno con sciamani sull’autobus, anzi non ci parleranno, che non c’è proprio nulla che questi non sappiano già.

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Malta (2011-2012), Scrittori Precari

Irritazione e Scrittura. Riflessione sul tempo in generale, notturno in particolare

Scrivo qualcosa dopo aver perso miseramente due partite a scacchi contro il computer, è notte: perdere tre partite a scacchi contro il computer mi crea irritazione e capisco, o forse mi racconto, che ciò non significa che sia per forza un cretino. Sono stanco. Sono stanchissimo e per questo perdo contro il computer a livello sei. Le cose dopo, quando la smetto di insistere a scacchi, dopo un suo splendido scacco matto, non migliorano. Spengo il computer, ho lasciato il cavo di alimentazione di là, al buio, dove Diana sta dormendo, e allora vado, mi trascino di là cercando di fare meno casino possibile per non svegliarla o almeno non disturbarla troppo. Lei si sveglia. Torno in cucina e mi metto a riguardare cose scritte che suonavano bene oggi, nel pomeriggio, e ora sono tutte storte, contorte, in una parola: sbagliate. Allora mi metto nella penosa pratica di pulitura e quando rileggo mi sembra che tutto abbia perso, se possibile, ancora qualcosa. Sono stanco, non dovrei mettermi a pulire quando sono stanco e ho perso miseramente contro il computer, sempre per colpa della stanchezza. A volte decido di localizzare il problema nella stanchezza, a volte nel pulire in senso ampio, oppure ancora sulla scarsa soddisfazione che dimostra il computer nel battermi a scacchi. Decido di localizzare il problema nella scrittura, nell’impossibilità generica di capire quando un testo è a posto e non va toccato più. Un saggio giapponese mi tirerebbe fuori la storia degli haiku, mi addormenterei dalla noia. Gli direi, come un tempo: quando finiscono le cose? E lui mi guarderebbe e mi direbbe: ma vedi, Simone, non c’è nessuna cosa. Diana e io penseremmo ad Occidente e ci guarderemmo negli occhi, le prenderei la mano sopra il tavolo e ci diremmo che le cose non finiscono mai. E quindi i testi che scrivo non li finirò mai di pulire, a meno che non nascano già puliti e poi non si tocchino più. È questo che pensavo quando dicevo che l’essere, maiuscolo, è essenzialmente infrazione? Non so. Sono stanco, non so di che parlo. Allora forse, se l’essere, maiuscolo, è infrazione, e ogni nascita un aborto mancato, quello che ora dovrei fare è tener premuto il tasto canc, tenerlo premuto a lungo, ma nemmeno eccessivamente, ché quattrocento parole fanno in fretta a cancellarsi. L’essere come infrazione è una cacata, è pieno di morale, e vorrei a tornare alla perfettibilità dell’essere. Che ciò che è, per il fatto che è, è perfetto. Non può essere altrimenti. Diana, se non dormisse, mi guarderebbe negli occhi e mi direbbe che non si può saltare così da un opposto all’altro. Me lo direbbe un po’ preoccupata. Hai ragione, Diana. La faccio talmente semplice, anzi, la faccio inutile, la riflessione. È ancora agosto, che ha questa capacità negativa, sul finire, di rallentare. Sono le due e ventisette ma io non trattengo il tempo, scrivendo che sono le due e ventisette. Non lo trattengo, non lo eterno. Goethe direbbe: Attimo! non te ne andare, sei così bello. E io lo scriverei nella Panda del padre di Silvia, una sera di non so quali tempi passati, ubriachi in giro per la città. Il padre di Silvia la mattina dopo sarebbe andato a lavoro con quella scritta sul parabrezza, e anche allora l’attimo, anche allora, sarebbe passato. Adesso, che la storia acquista un quasi senso, alias giustificazione di esistere, forse, mi metterò a rileggere e pulire quello che ho scritto fin qui, e questa pratica durerà per chissà quanto. O forse lascerò perdere, solo rileggere e poi andare in un posto più comodo di questo a leggere Lowry.

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Malta (2011-2012), Scrittori Precari

Preparare una tesi in filosofia

Tutto, nel libro di Girard, mi parla, tranne il libro stesso.
La scheda di prestito di Claudia, compilata un anno fa, con la sua scrittura che posso riconoscere. Posso quasi intuire il momento esatto della sua vita in cui compilava quella scheda del prestito bibliotecario, e la sua storia personale, e quella sua storia personale in relazione a Nicola, e quella in relazione a Firenze e a tutto ciò che a Firenze è relazionato. Posso anche riflettere sul perché di quella scheda abbandonata dentro al libro, sul perché quella scheda, rosa, che adesso hanno fatto, dopo decenni di schede rosa, di un bianco impersonale, asettico, sia lì, nel libro di Girard, dal momento che non ha senso che sia lì, ché la scheda di prestito esclude il libro, ché quando si prende un libro in prestito quella scheda rosa (o bianca) si dà e resta alla biblioteca, ai bibliotecari e ai loro archivi, e non resta dentro al libro. Si potrebbe pensare che forse, Claudia, questo libro non lo prese mai in prestito, ma solo si limitò a pensare di prenderlo, e quindi di leggerlo, per quella sua tesi in filosofia che poi non avrebbe scritto. Eppure, anche se questa è certamente la risposta più probabile, sospetto che Claudia quel libro in prestito lo prese, e forse in parte lo lesse anche, ma certamente non tutto, vista la sua storia personale, e quella in relazione a Nicola, e quella in relazione a Firenze, e al suo scrivere e soprattutto non scrivere la tesi. Io sospetto che lo prese, quel libro, e che poi passò giorni interi a sfogliarlo e a dirsi, a ripetersi di leggerlo, e infine a non leggerlo. E quella scheda lì dentro, abbandonata, rappresenti piuttosto una volontà, sempre differita, spuria, di rinnovare quel prestito, per quel libro che non aveva letto e che non avrebbe letto e non avrebbe usato mai per quella sua tesi in filosofia, quella non tesi. Oppure posso al contrario pensare che l’abbia letto e abbia infine fatto una copia ulteriore della richiesta di prestito per lasciare una prova tangibile, anche se di una tangibilità fragile, del suo passaggio da Firenze, da quel momento, da quella vita, una prova della sua relazione con quel libro e con le altre cose già dette. Basterebbe chiamarla e chiedere, ma non lo farò.
Ad ogni modo, nel libro di Girard si parla, se poi ho capito bene e se ricordo bene, dal momento che sono giorni che evito di aprirlo ma continuo a portarlo in giro e fare altro, tipo leggere romanzi (Sotto il vulcano). oppure opere di teatro (Amleto) che mi sono reso conto improvvisamente che sia urgente e doveroso leggere e che non posso aspettare ancora, insomma, dicevo che nel libro di Girard si parla, nel capitolo primo, del duplice valore del sangue, del valore sacrale e al contempo impuro e contaminante. Il sacro, ci ricorda René Girard, è la violenza. Ma se, ancora, il libro mi parla, è solo perché quelle pagine sono macchiate di rosso: si direbbe che siano proprio gocce di sangue, quello stesso sangue di cui sopra, e io allora mi chiedo di chi sia quel sangue, se sia o meno una casualità, una taglio in un dito, o sangue dal naso, o sia piuttosto un qualche messaggio per me, per Claudia o per chiunque altro tenti di scrivere la sua tesi in filosofia su Girard e che invece si arena per svariati motivi di cui adesso non ha senso discutere

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