Santa Croce (2017-...), Verde Rivista

Vendo-oro

Al primo compro oro è andata male, io del resto me lo sentivo, ero entrato poco convinto. C’è da dire che era per me la prima volta. Siete mai stati in un compro oro? No? Prima o poi succederà. Il primo compro oro è andato come è andata cioè male, cioè non sono riuscito in quello che era l’obiettivo cioè cambiare l’oro in valuta corrente. La porta del negozio era chiusa, ho visto un campanello e l’ho suonato. Dopo un minuto in cui non è successo nulla ho visto attraverso il vetro un uomo che si è affacciato da dietro al banco. Ho avuto il sospetto che se ne stesse là dietro, disteso su una panca a non far niente e che mi avesse fatto attendere di proposito. L’uomo mi ha guardato scettico attraverso il vetro infrangibile e poi ha premuto un pulsante nascosto sotto il banco. Sono entrato. Lui aveva un viso né giovane né vecchio. Ciglia lunghe e occhi verdi. Seppur parlasse la mia lingua anzi provasse una specie di piacere a marcare l’accento locale, ho avuto il sospetto che fosse di origine medio orientale. L’uomo era apparentemente gentile. Dico gentile malgrado il mio aspetto impresentabile. Dico apparentemente, perché in verità fingeva. Faceva caldo, io ero completamente sudato, avevo indosso abiti non adatti a quella giornata, la prima estiva dopo una serie di giorni freddi e piovosi. Ho cominciato a sospettare che lui pensasse che io non fossi sudato per il caldo, ma perché nascondessi qualcosa. Che il mio oro fosse rubato. L’uomo dalle lunghe ciglia sembrava non far caso al mio aspetto, al fatto che io fossi molto sudato e nervoso, ma in verità ci faceva caso, io sapevo che lui sapeva e tutto quel dialogo mi era penoso. Se penoso per lui o penoso per me, non saprei dire. L’uomo a un certo punto si è come riscosso e mi ha chiesto da dove venisse quell’oro e io me ne sono uscito con una storia poco chiara, di un orafo amico, senza regolare licenza, e di vecchi anelli custoditi in una casa, di anziani parenti defunti e cose simili, e lui mi ha ascoltato annuendo come se capisse perfettamente la situazione, come se già l’avesse sentita molte volte. Poi ha detto che senza la certificazione non si poteva fare nulla. Io non ho insistito, volevo solo andarmene di là. Eppure lui ha continuato a tenere in mano il mio oro e dirmi, guardandomi con i suoi occhi espressivi e fissi, che era dispiaciuto ma non c’era davvero nulla che lui potesse fare per me. D’accordo, rispondevo, non è grave, sebbene in realtà quei soldi che speravo di ricavare mi servissero eccome. L’uomo del compro oro è sembrato volerci pensare un momento ancora, come se fosse incerto sul da farsi. Forse ci vedeva una possibilità di guadagno o forse soltanto amava farmi stare sulle spine.
Nel secondo compro oro le cose sono andate molto meglio, si potrebbe dire bene, tranne per un momento in cui ho creduto fosse tutto perduto. Poco lontano dal primo c’era un secondo compro oro, anche qui grandi insegne luminose, porte sprangate e campanelli da suonare. Io sapevo già come funzionava la faccenda. Stavolta dentro al negozio una parete mi divideva da una donna che riuscivo a intravedere solo da una piccola feritoia e che mi è parsa bella, con molti tatuaggi e anelli d’oro alle dita. Ho pensato fosse bella seppur io non sia riuscito a vederla in volto, ma solo udirne la voce. Lei ha guardato il mio oro e ha detto, va bene. Poi ha preso i tre pezzi e li ha strusciati su una superfice di pietra, creando dei piccoli segni o simboli. Ha quindi estratto da una scatola in legno una fialetta contenente liquido trasparente che ha versato sui freghi lasciati dall’oro e ha atteso. Io ho chiesto cosa stesse facendo, se mi fosse lecito chiedere, e lei ha parlato di scienza senza spiegare nulla. Le sostanze hanno reagito come dovevano, infatti lei ha annuito sommessamente ed è passata a pesare su una bilancia le piccole pepite. Ha fatto un calcolo che io non ho visto e mi ha detto la cifra. Era la metà della metà di quanto m’aspettavo. Tuttavia non avevo scelta e le ho sussurrato: va bene. Poi la donna mi ha detto che per una legge vigente in quello Stato fosse tenuta a chiedermi non da dove provenisse quell’oro ma solo se io avessi un lavoro. Perché quella domanda, ho pensato. Un lavoro? Ho esitato, poi ho risposto di sì. Ho un lavoro. Lei ha annuito e ha continuato a compilare dei fogli. Ho pensato allora che se mi avesse chiesto che cosa, che lavoro fa, mi dica, io sarei crollato e le avrei detto tutto. Le avrei detto dei mari del sud, della fuga dal porto, di quelle dita mozzate dal cadavere della mia sposa e di questa ennesima città da lasciare entro sera. Ma la donna con gli anelli e i tatuaggi non ha chiesto altro, solo fatto strisciare la banconota attraverso la feritoia, fino alla mia parte.

(Pubblicato su Verde Rivista il 4 luglio 2019, giorno del mio matrimonio)

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