Le case degli italiani

La casa di Paola

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Paola ha sì una casa, ma quando mi fa entrare o quando mi muovo per il suo appartamento, o quando appoggio il cappotto a un appendiabito in corridoio, o quando prendo una sedia e lei insiste perché io ne prenda una più comoda («Mi trovi molto storto, Paola? Intendo posturalmente». «Ma no Simone, è normale, tu sei poeta e i poeti sono fatti così, fisicamente»), quando ancora rimando il momento di sederle accanto, quando guardo da vicino una delle molte stampe e cornici appese alle pareti (ci sono disegni fatti dal figlio anni prima, quando era bambino, oppure degli acquerelli di un architetto inglese, molto belli), o quando entro in bagno e osservo gli alti controsoffitti in legno, e quando poi alla fine di tanti movimenti che sono in fondo i movimenti che si fanno normalmente quando si entra in una casa sconosciuta, io siedo accanto a Paola e parliamo, e la guardo e l’ascolto parlare, sento che in verità la casa in cui Paola vive è tutta diversa da come la vedo io. Continua a leggere

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Le case degli italiani

Le case viste dai treni

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Le case degli italiani viste dai treni. Diciamo un treno che attraversa il Nord. Quella linea che collega Milano a Torino. Poniamo che sia una domenica di febbraio, e che piova. Io mi troverò a smettere infine di fissare lo scorrimento sul cellulare e guarderò fuori. Allo scorrimento delle gocce di pioggia sui vetri, nella direzione opposta a quella del treno. Allo scorrimento dei paesi, Rho, Magenta e altri ancora più piccoli e apparentemente sprovvisti di stazione e di nome. Mi troverò a guardare lo scorrimento fuori dal finestrino e il mio sguardo cadrà sulle case degli italiani. Continua a leggere

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Le case degli italiani

La casa di Marco e Anna

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Marco e Anna hanno preso casa al primo piano, nello stesso palazzo dove abita mia madre.
Sono giovani. Anna non so dire, ma Marco mi sono convinto che abbia dieci anni più di me. Non c’è un vero motivo, ma l’ho capito, dieci anni esatti.
Non che li incontri spesso. Vado da mia madre una volta alla settimana, sempre di lunedì, e le volte che ho trovato Marco e Anna per le scale, la possibilità stessa di incontrarli quando arrivo o quando vado, sono poche. Comunque. Una volta sono stato a casa loro, non ricordo perché, ma ci sono stato. Per una questione condominiale? Forse loro si erano trasferiti da qualche mese e io passavo per le scale e mi hanno detto: entra. Continua a leggere

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Le case degli italiani

La casa di Gino

La casa prospiciente al fiume, un giardino senza amore e giusto alla fine un gazebo.

Quest’ultimo (in breve) casa nella casa e punctum. Per il resto si dica abete chiaro, manodopera in nero e materiale scadente. A uno sguardo dotato di immaginazione: quasi una baita montana.

«Una gazebo notevole, non c’è che dire, ma al limite dell’abuso edilizio».

«Sul cordolo dell’abusivismo».

«Un mezzo passettino oltre l’abuso».

«E va beh».

«Gino non c’è che dire, proprio un bel lavoro ‘sto gazebo, sarà mica troppo vicino al fiume? Speriamo solo che gli argini, beh hai capito».

Dentro al gazebo tutto è elegante. Vorrebbe esserlo. Non lo è. Elegante come certi bar che oggi hanno chiuso. Penso ad esempio al bar Cassiopea, te lo ricordi? ogni tavolino aveva il suo telefono e te potevi chiamare i tavoli vicini dove c’era gente sconosciuta, dicevi due cazzate, oppure delle frasi seducenti, del tipo, ciao come ti chiami? Stesso stile di eleganza dentro al gazebo di Gino. Divanetti bassi in pelle, brutti. Tavolini bassi di vetro, per stendere la coca. Se tutto è basso ci sarà un motivo e infatti Gino è un metro e cinquanta, quindi sì, torna. Qualche luce, peccato, l’impressione della stanza sarebbe cambiata molto con un’illuminazione adeguata. Mi chiedo se intervenire, se dirgli come posizionare le piantane, togliere quella lampadina che pende dal soffitto spiovente, ma poi mi fermo: non sarebbe giusto.

Lui comunque qua dentro ci porta le troie. Il più delle volte una sola prostituta, ma Gino è magniloquente, per questo usa il plurale. Plurali semmai i fruitori: Gino e gli amici, ma sempre di meno. Pippano la bamba, e dopo si spogliano e scopano con la troia nel mezzo al gazebo perché è un’abitudine che hanno e le abitudini confermano chi siamo. Per Gino è un po’ come la casetta sull’albero dei bambini, dove vale tutto. Comunque dei suoi amici non ci va più nessuno nel gazebo perché lui ha questa fissa di sbattere la sua enorme minchia sulla testa della prostituta e a volte è simpatico, ma poi tutte le volte diventa anche imbarazzante. Una volta, due tre cinque dieci, fa ridere. Ma adesso sono anni che lo fai. Ecco ciò che Gino ama fare nel suo gazebo, va beh, dirai te, è casa sua. Boh. D’accordo. Sarà.

Il resto della casa di Gino, quella non gazzebizzata, quella che rientra nel piano regolatore: veramente non ci fai caso passando per andare in giardino. Non la noti talmente è anonima. La tiene pulita sua madre; en passant Gino ha cinquantasei anni. La madre non abita là, ma fa le pulizie. Lei non ha il permesso di entrare nel gazebo, ma poi ogni tanto entra lo stesso e lascia tutto in ordine, così che Gino si arrabbia terribilmente perché la madre trova i resti dei pippotti, posaceneri pieni, bottiglie finite, mutande e calze sporche e preservativi pieni, ma poi Gino nell’ambiente ripulito ci sta meglio pure lui. «Eddai Gino, e puliscilo il gazebo»

(Apparso sul v° numero cartaceo di A few Words)

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