Racconti, Santa Croce (2017-...)

Il traffico che c’è a Natale

Quando il ragazzo è salito in auto era di un colore tra il verde e il giallo. Non parlava né commentava le cose che dicevo e dopo un po’, quando gli ho chiesto «Ma che hai?», ha risposto che la sera prima aveva bevuto parecchio. Io ho detto: «Fa niente, che vuoi che sia? Anche io se è per questo ho dormito male e adesso ho un tremendo mal di testa. Ora io penso a guidare, te riposati e quando arriveremo da tua zia starai già meglio»
Lui guardava fuori dal finestrino e non ha risposto, solo mosso la testa come a dire è come dici te.
Ci siamo dati appuntamento poco dopo Ponte alla Vittoria. Oltre al figlio di Daniela, all’ultimo minuto si sono aggiunte anche la madre e la sorella di lei, perché il marito della seconda sorella è dovuto correre in Romagna, da sua madre che si era sentita male. Com’è che sempre a Natale capitano le tragedie?
In auto il figlio di Daniela ha continuato a mugugnare qualcosa sulla sera prima, ha bisbigliato che i superalcolici neanche li aveva toccati, dev’essere che ho preso freddo, ha detto.
Chissà, ho pensato io, mi sembra strano, ad ogni modo quello che cerco di fare è di non essere paternalistico e inizio un discorso che è più o meno così: «Sai, anche io un tempo nella mia vita ho provato a diventare un alcolista. Mi piaceva molto come idea, intendo come idea letteraria, ma stavo troppo male il giorno dopo, e così ho rinunciato».
Non lo dico per suonare ai suoi occhi come una figura strana o mitica, o che mi prenda come una qualche personaggio opposto a un genitore, lo dico perché è andata proprio così.
Il ragazzo annuisce guardandomi con questi occhi pieni d’acqua che si ritrova e poi senza commentare in nessun modo le mie parole torna a guardare fuori dal finestrino.

Io guido l’auto nel traffico lento delle dodici, in questa giornata di Natale con questo cielo grigio, questi colori slavati come se fossimo in un rullino fotografico degli anni Settanta. Spero solo che non mi vomiti sul sedile.
Lui mi guarda e dice «Non sto bene, forse tra poco ti chiederò di accostare».
«Ok», rispondo io, «non c’è nessun problema» e provo a sorridergli. E poi il viaggio procede in silenzio.

Il figlio di Daniela scrive dei piccoli racconti e per questo, dopo una ventina di minuti che passiamo in completo silenzio, gli chiedo come va con la scrittura.
Lui risponde che sta lavorando a un romanzo, Un’altra cena, s’intitola. Un romanzo che uscirà a Gennaio, ma non sta veramente scrivendo. Sta lavorando con l’editore, e non considera quello come se fosse proprio scrittura, ma un’altra cosa.
Io annuisco senza troppo interesse per la cosa specifica che ha detto, penso a altro, al modo in cui lo dice. Mi chiedo come sono queste nuove generazioni, che cosa desiderano, perché questo ragazzo che pubblicherà un libro non sembra felice, e guardo la strada e fumo la mia sigaretta elettronica. Nel darmi questa risposta il ragazzo sembra aver fatto uno sforzo indicibile. Poi però continua: «In verità quando mi hai chiesto, come va con la scrittura, stavo pensando a un racconto».
«Ah sì?», gli ho detto io, «proprio nel momento in cui te l’ho chiesto?»
«Sì»
«E di che parlava?»

Era un racconto in prima persona, dove un tale guida l’auto il giorno di Natale, con il figlio della sua compagna, una donna matura, e il figlio adulto o quasi che gli siede accanto sta molto male. Inizialmente lui ha un atteggiamento comprensivo verso il dopo-sbronza del figlio, ma a poco a poco si comincia a intuire che la sera prima il ragazzo non ha solo bevuto.
«A no?» Ho risposto io. «E che avrebbe fatto quel ragazzo?», ho chiesto al ragazzo.
Allora il figlio di Daniela ha detto che nel racconto che si era immaginato il ragazzo, cioè lui, iniziava a dire che oltre a bere i ragazzi si erano fatti di altre droghe, droghe tipo cocaina e poi altre dai nomi strani, droghe per cavalli e droghe sintetiche che creavano dei sogni lucidi.
«Sogni lucidi?»
«Sì. Ad esempio mentre ero a Ponte alla Vittoria che vi aspettavo, prima di capire che eravate dall’altro lato della rotonda, ho incontrato un vecchio che mi ha guardato e ha mosso solo le labbra, prima, senza pronunciare parola, e poi, dopo, mi ha ha detto che bisogna essere refrattari, solo questo e adesso io non so più se sia successo davvero oppure se me lo sono sognato»
«Va bene», ho detto al ragazzo che sembrava aver ripreso vigore nel dire quest’ultima frase, «e poi», cercando di cambiare argomento, «che succede nel racconto?» ho chiesto guardandolo seduto al mio fianco, avvolto dentro a quel montgomery bianco che gli ho regalato prima di Natale, come fosse un sudario.
«E poi non so. L’uomo che guida continua a esser comprensivo, ma si capisce che il ragazzo che guarda fuori dal finestrino sta sempre peggio, suda freddo, probabilmente vomiterà o avrà una crisi. Aggiunge ancora dei particolari sulla sera prima, di come i ragazzi si siano scolati tutte le bottiglie e abbiano pippato tutte le sostanze strane e lui, cioè te, a poco a poco lascia l’atteggiamento comprensivo, non potrebbe più permetterselo visto il ruolo che riveste suo malgrado, e finisce per assumerne uno onestamente d’indifferenza, anzi di cinismo, come se in un certo senso ci provasse piacere a sapere del processo autodistruttivo intrapreso dal figlio della sua compagna, perché così la donna sarà solo ed esclusivamente sua e la smetterà con tutti quegli stupidi discorsi da madre amorevole, e amerà solo lui, cioè te»

Io ho continuato a guidare l’auto con lentezza, prendendo le curve nel modo più delicato possibile, guardando fissamente la strada davanti a me, mentre il ragazzo mi raccontava questa cosa, e poi l’ho guardato al mio fianco e gli ho detto: «Non so se mi convince il finale»
«A no?» ha detto lui con un filo di voce.
«Io credo piuttosto che il personaggio del guidatore, cioè io, direbbe al ragazzo che il racconto e il viaggio in macchina termineranno con una corsa nel bagno di sua zia, e con una grande cacata»
E così è finita la storia.

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Natale 2016, Kaputt

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