Santa Croce (2017-...)

Spadino

per Luciano

Il parrucchiere soprannominato Spadino, di fronte alla mia richiesta di volermi far allungare i capelli, è rimasto interdetto, cosa non usuale per Spadino che è sempre un passo avanti e ha sempre una risposta, anche se spesso è una risposta stupida o che non ha attinenza con quello che si è detto prima. Lui risponde sempre qualcosa. Poi mi ha guardato e mi ha detto: «L’unica cosa sul capello lungo, per uno come te, è che c’è il rischio venga fuori il mosso». Questo ha detto Spadino, come se il mosso fosse una cosa sciagurata, una malattia rara o esotica. Io, che dentro quel salone tutto pomate e rasoi elettrici ho imparato a comportarmi come lui, gli ho risposto di non preoccuparsi troppo, che anche quella cosa l’avremmo superata insieme. Spadino mi ha guardato per capire se ero serio, poi ha sorriso perché ha visto che scherzavo alla sua maniera.
Sono già alcuni mesi che vado a farmi i capelli da Spadino, è da quando mi sono sposato. Per il matrimonio mi hanno detto che non dovevo andare a farmi i capelli dal cinese. Non stava bene. E allora sono andato da un parrucchiere autoctono, vicino all’ufficio. Spadino si è presentato e poi mi ha fatto i capelli molto brutti, in verità, ma è stato gentile e per questo torno sempre da lui. Ogni volta che vado a tagliarmi i capelli fisso anche per la volta successiva. Mi sembra più comodo. Come se quella decisione originaria fosse conseguenza di tutte le decisioni successive. E non delegare la scelta a un accidente, a una voglia repentina, o a un caso. Così, finito il taglio, vado a pagare e fisso per il mese dopo. Mi sembra anche un modo per dimostrare la mia buona volontà, magari ricevere uno sconto e creare un legame.

Ma questa cosa del mosso è rimasta lì a Spadino. L’idea che io voglia farmi crescere i capelli non la capisce. Mi guarda come se pensasse: che significa veramente questa novità? Spadino non ha commentato, ma ho visto che questo pensiero si è fissato su quel suo viso di ragazzo su cui tutto scorre. Poi ha cambiato argomento e mi ha raccontato che sarebbe andato con gli altri parrucchieri del salone a fare alcuni giorni di formazione in Inghilterra. «Bella Londra!» ho detto io, sempre facendo finta di essere quello che Spadino si aspetta che io sia. Lui mi ha risposto che non andavano esattamente a Londra, ma a Nottingham, che sarebbe un posto da qualche parte nel nord del Paese. Spadino era un po’ irritato, non tanto per il fatto di andare a Nottingham e non a Londra, ma che il corso di aggiornamento se lo dovesse in parte pagare lui, e non glielo pagava il capo del salone. Sembrava dal racconto di Spadino che questo guru che tagliava i capelli a Nottingham fosse una specie di Cristo in terra dei capelli, tuttavia la questione economica, il biglietto del treno carissimo, gli alberghi, la valuta, mettevano di malumore il ragazzo. O forse era per la questione del mosso. Su cui infatti di lì a poco è tornato. Mi ha spiegato che c’è una lunghezza specifica del capello, quando non è abbastanza lungo e non è abbastanza corto, e quello è il luogo in cui se un capello ne ha la predisposizione può verificarsi il mosso. Il mosso era l’incubo dei parrucchieri. Spadino aveva paura che io fossi uno da capello mosso, che sarei stato il suo mosso, che ormai eravamo finiti su quel piano inclinato. «D’accordo, ma poi i capelli cresceranno ancora, supereremo quella soglia critica, o no?» ho chiesto io. Spadino mi ha risposto che in tutta onestà non era facile. Poi il taglio era finito e siamo andati alla cassa dove abbiamo fissato per il mese dopo. Gli ho augurato buon viaggio e sono andato via.

Ma la verità è che il parrucchiere non si chiama Spadino. Si chiamava Spadino quello che mi tagliò i capelli per il matrimonio, che mi chiese semi di nascosto se volevo che lui passasse da casa mia la mattina della cerimonia a riaggiustarmi i capelli, e poi rendendosi conto dell’infrazione che stava commettendo, chiese al capo del salone se per lui andava bene che prima dell’apertura del negozio passasse un attimo da me, ma ormai era troppo tardi. Spadino. Che arrivò quella mattina di luglio, alle sei e mezzo che già era caldo, si tolse le scarpe per stare in casa, e mentre mi aggiustava i capelli mi raccontò che aveva una fidanzata coreana e che era venuto a vivere a Firenze apposta per quel lavoro di parrucchiere. E poi semplicemente era sparito. Io ero tornato al salone e lui non c’era più. C’era il solito capo furbo che organizzava stage in Inghilterra a spese dei dipendenti, e altri parrucchieri senza nome. Tra cui uno piccolo di statura, con una barbetta rada, che sarebbe diventato il mio. E che già dalla seconda o terza volta mi trattò come fossimo vecchi amici, «Ciao Simo, bentornato caro, come li facciamo oggi?», ma di cui io non ho mai imparato il nome. Lo chiamo mentalmente Spadino, ed è bravo a tagliarmi i capelli, più bravo dello Spadino originario, bravo quasi fosse un parrucchiere cinese.

19.11.19

parru

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