Santa Croce (2017-...)

L’ultimo giorno di lavoro di un bibliotecario

Il ragazzo che viene ogni giorno passa davanti alla scrivania d’ingresso dicendo buongiorno, senza aspettare che io gli risponda. C’è da fare quello che si fa ogni giorno, come se domani fosse come oggi. Oggi è l’ultimo giorno dopo trent’anni di lavoro in biblioteca. Forse le cose erano già finite quando hanno trasferito la biblioteca nella nuova sede, più luminosa è vero, seppur un po’ più lontana dal centro della città. E sebbene, rispetto alla precedente, i particolari di questa biblioteca siano tutti difettati. Come se fosse fatta così, con poco, per durare poco. Forse le cose sono finite là, in quel cambiamento di sede. Non poteva davvero cambiare qualcosa, le cose potevano solo peggiorare. Questo pensa il bibliotecario l’ultimo giorno di lavoro. Quella vecchia biblioteca, all’angolo di Santo Spirito, umida, quanto ha odiato quel posto. Senza un filo di luce. Ammassati. Gente pazza ci veniva. Però se pensa al suo lavoro in effetti quello è stato il suo luogo. Dipende forse dal fatto che là non ci saranno altri bibliotecari dopo di lui, nessun bibliotecario, mentre qui tutto già lo sopravanza. Qui ci saranno altri studenti cresciuti che continueranno a venire ogni mattina per chissà quale motivo, a scrivere chissà cosa, prima di andare ai loro lavori, ci saranno altri bibliotecari, già ci sono, che diranno: ti ricordi di lui, nell’ultimo periodo era proprio curvo, non ce la faceva più. Non poteva farsi carico del peso di un posto. Ma così è stato. Io Luciano sono stato non un bibliotecario, ma mi sono fatto carico del peso del mondo, che è una biblioteca. Ma oggi, dopo che lo studente con capelli bianchi già è passato oltre la mia scrivania, oggi c’è da vivere una giornata come se domani dovesse essere uguale a oggi, il tecnico del comune passerà alla dieci a riparare la cassa che serve per gli eventi. C’è da fare come se niente fosse, affrontare una giornata di lavoro come fosse una giornata qualsiasi. Gli studenti che sono eternamente giovani che vengono e vanno. I senza fissa dimora che vengono a leggere il giornale e trovare una angolo di mondo che non li respinge. Gli abitudinari, le madri del mondo, quelli che non salutano. E i libri. I libri alle pareti che pure rimarranno. Quelle costole colorate, quei piccoli mondi portatili, come vogliamo chiamarli, che persone da qualche parte, chissà forse in qualche biblioteca come questa, hanno scritto. Così, vivere una giornata come tutte le altre, senza piegare le spalle, senza appoggiare le mani ai fianchi, che i discorsi dei colleghi li sente benissimo. Col mento alto, senza pensare a domani, solo otto ore, e pensare che questo durerà per sempre, queste mattine assolute quando apre la porta della biblioteca alle nove in punto e ci sono già due o tre persone davanti che aspettano, qualcuno deve solo andare in bagno, uno è il solito studente che viene a scrivere, buongiorno, non aspetta nemmeno che faccia in tempo a rispondere. Nessun modo di dire addio, c’è il tecnico del comune che arriva, è in ritardo come sempre, c’è così tanto da fare, altri libri da catalogare, eppure miei cari se sia stato bello oppure no io non saprei dire, per chi, per che cosa, una figura quasi invisibile, quasi per tutti invisibile, eppure quanto è stato bello reggere il peso del mondo, e anche oggi, per oggi ancora, sarà così.

13.9.19

 

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