Concerti al Volume

Marcello e il mio amico Tommaso

Marcello, Volume Firenze, recensione

Fuori dal Volume, una Piazza, c’è Giacomo con il berretto da impresario che gli ho portato io da Boston e forse una mezza sigaretta che pende dalle labbra. Si muove con le spalle incurvate, si muove calcando i passi, com’è sgraziato Giacomo, ma non lo è per niente quando suona con Giulia, lui allora si aggira con il viso truce e il concerto deve ancora iniziare e non inizierà a breve che i Marcelli son tutti là fuori a mangiare la pizza con la fame degli adolescenti, con una fame e degli occhi di gente che ha vent’anni e forato la macchina mentre venivano qua da Roma. La prima cosa che dico loro è che la voce di Marcello è tutta diversa da come pensavo fosse, pur essendo di fatto riconoscibile a quella già sentita nell’album. E’ quella stessa voce, ma è pure un’altra. Faccio il mio ingresso nel mondo delle interviste ai musicisti con questa cazzata qui.

Il concerto poi va bene. Loro sono bravi, tanti là sul palco, e reggono bene la stanza stretta, angusta, gli americani seduti nelle prime file, reggono bene la loro giornata lunga cominciata in un’altra regione. Suonano il loro pezzo tormentone senza farne un caso, quando gli viene richiesto. Diana allora se ne può andare contenta e io rimango là, tra le prime file in ordine a dialogare con Giacomo ancora impresario che finalmente comincia a rilassarsi e tutto semplicemente va bene. Poi il concerto è finito e noi usciamo là fuori, la Piazza, dove si parla dei nostri progetti, brevissime interviste, calcio, In Fuga dalla Bocciofila, e altri progetti ancora, con quel modo che abbiamo noi di parlare delle cose ultimamente e così poi continuiamo a parlare con questi ragazzi di Roma che non hanno trentanni, che mi parlano di S.Lorenzo, del Pigneto lontano, di come si sono conosciuti Tommaso e Marcello, una volta tanto tempo fa che quest’ultimo ancora non parlava italiano e andava alla casa al mare, ad Albinia, ad Anzio, qualcosa con la A., non mi ricordo e là ci stava –sì, ci stava, nel senso che c’era– anche Tommaso che già allora giocava a calcio di Cristo, come ora, che gioca come un olandese, come Crujff, e là al mare nemmeno diventarono amici, solo si videro di sfuggita e parlarono la lingua internazionale del calcio o dei bambini e semplicemente costruirono i presupposti per l’incontro del futuro, quello sul Lago Trasimeno, in una minuscola isola dove si davano appuntamento i musicisti di mezza Italia o del centro Italia. Così là si riconobbero, ma anche quella volta finì là. Poi ci fu un terzo momento che avrebbe fatto di loro un loro specifico e un gruppo, ma di quello non abbiamo parlato, che qualcosa deve essere sopraggiunto, forse c’era da spostare la macchina perché pulivano le strade.

Poi Neri ha fatto i tarocchi, poi Giacomo e Giulia hanno suonato così bene, come una coppia alla Fitzgerald, come suonano bene quando non possono suonare che mezzanotte è passata e loro continuano a farlo pianissimo quasi al rallentatore o nel replay della moviola, e poi erano le tre ed era già mercoledì e domani c’era del resto da lavorare, quindi si andava a casa a fare una canna anche se io avevo proposto una tisana ed ero stato ringraziato, cortesemente, ma no, la tisana non la vogliamo che comunque siamo in tour e potremmo al limite drogarci e scopare, ma mai bere una tisana depurativa prima di dormire. Si parlava allora di letteratura, di Buzzati, di Un amore,

La mattina Marcello si presentava in cucina con la sua faccia appena sveglia quasi inglese e mi raccontava le ultime cose, come se io stessi facendo un’intervista a lui, e in effetti era così, ma mi chiedeva anche di me, della mia vita, delle mie mattine, del mio yoga e del mio ufficio, di questo quartiere, come se non facessimo interviste o non interviste di un certo tipo. Poi io uscivo di casa e gli spiegavo di chiudere bene la porta quando uscivano. Cominciava il mercoledì.

12 Marzo 2014

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