San Frediano (2013-2015)

LA VERITÀ DEL LUNEDÌ

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La giornata di lavoro è stata così massacrante che anche il mio gioco a calcetto ne ha risentito.
Non massacrante: offensiva. Per l’intelletto e non solo per il mio, ma per quello umano, per i sogni che uno può fare trovandosi qui o altrove, per quelle che chiamano capacità. Il gioco a calcetto ne ha risentito e si potrebbe quasi dire con lessico calcistico che non sono mai sceso davvero in campo, ma sono rimasto in ufficio ancora oltre l’orario di lavoro, anche oltre l’ulteriore orario di lavoro ulteriore.
Diceva il Cecco a nessuno in particolare – anche lui oggi ha giocato malissimo – che non c’era con la testa, era già pronto a partire con un treno notturno per Vienna, con i soldi in tasca che non dovrà cambiare una volta arrivato, la solitudine, i discorsi ridotti al minimo fino a incontrare Rosa. Continua a leggere

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In fuga dalla bocciofila

Alla ricerca di Vivian Maier | Vivian chi?

Vivan Maier, dicevamo lasciando la sala del cinema, non ho mica capito se facesse delle belle foto, ma non potrai negare che non abbia una bella storia.
Bah, un bel look, vorrai dire.


Ecco il punto, aggiungevamo, è che ci piace troppo pensare che tra la nostra robaccia nei cassetti, tra i nostri bigliettini delle scuole elementari e medie, tra i nostri diari segreti ci sia qualcosa di pazzesco che è solo in attesa di venir scoperto, rivalutato, che un giorno verrà in cui sarà non dico apprezzata, ma considerata.
Che tra cento anni quella nostra registrazione in formato midi, la nostra canzone registrata malissimo sarà una hit prima in classifica dall’altra parte del mondo.
Fa bene al morale. Continua a leggere

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Prato vista dalla Luna

TROVA LA DIFFERENZA

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Oggi, o forse ieri, ho iniziato questa rubrica su Prato. Ho chiesto alla persona che dorme accanto a me (originaria di Prato), le ho chiesto di nuovo la differenza tra un pratese e un fiorentino (l’ho chiesto come se fosse l’inizio di una barzelletta: su un autobus ci sono un pratese un fiorentino e un… ), le ho chiesto questo come se non parlassi di noi due.

Lei mi ha detto che la differenza starebbe in un certo grado di consapevolezza. Il pratese vive nel complesso di essere in una città di provincia. Il fiorentino non lo sa, pensa in cuor suo di essere a New York, a Londra, o in un posto del genere. E sbaglia.

Per il resto, pratesi e fiorentini sono assolutamente identici. Io ho ascoltato e non ho detto niente, poi lei si è messa a preparare le lezioni per i suoi studenti americani, dopo che aveva finito di riguardare delle bozze per il suo secondo lavoro come correttrice di bozze (in realtà di lavori ne fa tre, ma io cerco di non sopravvalutarla), mentre io mi sono messo con estrema calma a scrivere questa rubrica. A scriverla così, a caso, come mi veniva. Per nessun motivo particolare. La mia fidanzata pratese stava là davanti a me a lavorare, mentre io scrivevo due righe e ogni tanto la guardavo. Mi limitavo a perder tempo. Già.

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In fuga dalla bocciofila

Quo vado? | Adelphi

Si dice che la casa editrice Adelphi abbia avuto la funzione storica di portare i borghesi rivoluzionari ad assumere posizioni più reazionarie dagli anni settanta in poi.

La funzione di Checco Zalone è oggi quella di traghettare (senza creare allarmismi) la popolazione italiana piccolo borghese verso posizioni più miti nei confronti dei diritti acquisiti e nello specifico dei diritti dei lavoratori. La questione diritti dell’individuo tipo l’uguaglianza tra uomo e donna, i matrimoni gay o l’affermarsi della famiglia non-tradizionale di cui Zalone parla in modo apparentemente favorevole prende solo atto di un’evidenza e di una tendenza generale (è da intendersi quasi come un compromesso, e a conti fatti superfluo), mentre il punto chiave è ancora (come era stato nei film precedenti) il tema del lavoro.
La perdita del posto fisso viene presentata in Quo vado? come un atto dovuto, necessario. Come conseguenza di una cattivissima gestione politica, ma anche (e soprattutto) come una colpa dei lavoratori stessi. Il diritto del lavoratore è convertito in cattiva coscienza. Se il lavoratore non ha più diritti e posto fisso è in fondo colpa sua.
Ma, e qui sta la morale zaloniana, la cosa non deve spaventare nessuno: dopo un certo giro di pellegrinaggi si tornerà al punto di partenza, un lavoro si troverà, il cambiamento è solo gattopardiano: si va da posizioni reazionarie a posizioni altrettanto reazionarie. Non cambierà niente, nessuno ci farà del male, saremo solo un po’ più buoni. Forse andremo lontano, forse cambieremo vita, emigreremo, ma saremo sempre i soliti simpatici furbi italiani che in fondo hanno ragione su tutto, che la famiglia è patriarcale, che lavorare fa schifo e basta con ‘sta minchiata dei diritti delle donne e dei gay (per non parlare dei neri o di qualsiasi altra etnia).
Dopo il lungo viaggio sereno nella perdita dei diritti saremo appena un po’ più poveri e buoni di come eravamo prima: la messa una volta l’anno?, tirare un po’ la cinghia e anche questa generazione in qualche modo se la caverà. Per le successive, boh, si starà a vedere. Mentre intorno a noi tutti perdono il lavoro (nella sala si respira l’odore dell’ansia) proviamo a innamorarci. Innamoriamoci, mentre i ghiacci si sciolgono e masse di popolazione africane non hanno accesso ai farmaci di base. Innamoriamoci e proviamo a ridere (ma che ansia si respira in questo film) tutto si metterà per il meglio anche se i beni confiscati alla mafia verranno poi ripresi dagli stessi, anche se verremo licenziati, se niente è garantito. Innamoriamoci (qualsiasi cosa questo possa significare, nulla forse?, un modo di dividere l’affitto?) o almeno proviamoci.
Poi le luci si accendono e con facce dure usciamo fuori dal cinema. Ecco dove andiamo.

Se si prescinde dal valore d’uso dei corpi delle merci, rimane loro soltanto una qualità, quella di essere prodotti del lavoro. Eppure anche il prodotto del lavoro ci si trasforma non appena lo abbiamo in mano.
Karl Marx; Il capitale

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Prato vista dalla Luna

IL LABORATORIO DI SCRITTURA

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È successo che, con il mio collega di scrittura Ferruccio, abbiamo cominciato l’anno scorso ad andare a un laboratorio di scrittura. A Prato. L’ambiente fiorentino completamente saturo, ai reading non c’era posto neanche in quinta fila, ci avevano escluso anche dalle letture di poesie organizzate dalle scuole medie secondarie.

La prima volta che siamo andati eravamo emozionati, siamo partiti con la macchina di Ferruccio e ci siamo presentati al laboratorio di scrittura vagamente in ritardo. Per l’occasione, così da non creare equivoci al riguardo, ci siamo presentati con barbe lunghe di due mesi (alla Tolstoj per intenderci) e pesanti pastrani che arrivavano fino alle ginocchia. Facce lugubri. Così per mettere tutti a loro agio, là al laboratorio. Non abbiamo detto niente tutto il tempo, stavamo in fondo a massaggiare le nostre rispettive barbe, e poi ce ne siamo andati.

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In fuga dalla bocciofila

Irrational man | Fine corsa

Si può invertire una tendenza?

Si può fare un film su un tema universale come il binomio caso-destino, oppure rileggere un tema come per esempio, vediamo… uno qualunque, facciamo il tema del delitto perfetto?
Sì può?
Si può partire per capodanno, andare a trovare qualcuno che sta lontano e nemmeno si dormirà con lui, ma in un albergo in centro, in quel paese sperduto sulle montagne, con il rumore di un trolley che ci accompagna?
Si può?
Partire così, invertire una tendenza, andare al cinema alle 18 a vedere Star Wars e poi alle 21.30 a vedere Bella e perduta di Pietro Marcello? Ma quando si mangia?
Si può scrivere un pezzo su Guadagnino in cui si parla della ricchezza, di Pantelleria, di Dobermann che scivolano tra le nostre gambe come pesci di fiume, si può?
Si può tornare a vedere Allen malgrado tutto, malgrado non abbia più niente da dire, ecco qua, niente di niente, che la sua voce sia solo una rilettura di temi universali che non faranno invertire nessuna tendenza, ma la confermeranno.

Così le nostre partenze per Capodanno, i nostri amori spacciati a riempire questi giorni di ferie, le fughe a casa, le sbronze distanti, a sancire che anche domani è vacanza, e certo i nostri cinema a sottolineare niente, dai quali usciremo così, con la nebbia intorno e le micro-particelle d’acqua in bocca.

Irrazionale, dici?

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Prato vista dalla Luna

TIRO CON L’ARCO

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Quando ero ancora alle scuole elementari il mio amico Davide P. e la sua famiglia (i P.) si trasferirono a Prato. Ragioni di lavoro, di affitto, non so nemmeno io cosa. Ora che ci penso loro non erano fiorentini, ma stavano a Firenze già da molti anni. Fatto sta che decisero di lasciare la città nella conca per trasferirsi negli spazi ampi della piana.

Lo andavo a trovare il sabato o la domenica, a volte per l’intero week end. Eravamo i figli unici di quella generazione di apri-pista di figli unici, ancora privi di supporti tecnologici a cui i genitori potessero sbolognarci.

La casa nuova di Davide era più grande e più bella di quella vecchia. C’erano ampi campi intorno e in fondo stava una strada ad alta percorrenza. Mi ricordo che giocavamo come giocavamo a Firenze, stessa merenda con il pane e Nutella, e ricordo infine che il padre di Davide prese una nuova abitudine: di tirare con l’arco.

La cosa divenne sempre più un’ossessione per lui, al punto che aveva addirittura dei bersagli che non erano i normali covoni con al centro dei cerchi concentrici, ma dei finti cervi che da lontano sembravano veri. Io più che interessato all’arco, che per me era inutilizzabile come per i Proci a casa di Ulisse, ero affascinato da quel cervo finto. Così Davide e la sua famiglia, a trasferirsi a Prato, ci avevano guadagnato di possedere un cervo, pensavo.
Possedere un cervo: quasi un ossimoro.

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San Frediano (2013-2015), Stanza 251

Tra le persone più pratiche che ho conosciuto ci sono senza dubbio i poeti

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Tra le persone più pratiche che ho conosciuto ci sono senza dubbio i poeti. Penso all’abilità con cui scelgono parole come umettare, oppure penso alla parola nettàre. Io non ho scritto mai una poesia, solo una volta l’incipit, dedicato al quartiere in cui ho abitato due anni e che fa così:

Oltrarno, putrida latrina

Ho provato ad andare avanti, ma ho lasciato perdere perché credo che la poesia sia come l’amore, se funziona vuol dire che va bene e che c’è, altrimenti vuol dire che si è sbagliato, che ci si è confusi con altre cose.

Ho fatto vedere a Diana la poesia quell’incipit di poesia e lei ha detto: è bello perché è un novenario. Lei ha questa capacità comune a tutte le ragazze che ho avuto, di contare. Ho sempre trovato fidanzate che contavano, contavano cose differenti, ma comunque contavano. Diana per esempio conta le sillabe e questo suo argomento di conteggio me la rende graditissima.

Comunque dicevo dei poeti e di come non ho mai conosciuto nessuno più pratico, che è da un lato un modo per dire che io poeta non sono e quindi neppure una persona pratica, ma anche un modo per dire proprio la cosa che dico.

Penso a Ferruccio, che è il mio amico più poeta che conosco, il vecchio Ferruccio che stanotte ha attraversato il mare tra Sicilia e Sardegna. La traversata è avvenuta senza problemi, come riporta la pagina facebook di suo padre, che seguo (questo per dire solo che Ferruccio è a tutti gli effetti un poeta vivente).

Lui è davvero bravissimo a utilizzare parole, penso ad esempio alla parola ghirlanda, oppure… non mi viene in mente nient’altro, e in verità anche ghirlanda ora che ci penso è il nome di una via, Via Ghirlandaio sarebbe, abbreviata in ghirlanda, e fa parte di una toponomastica che appartiene sicuramente più a me che a lui, che lavoro all’ufficio postale tutto il giorno (anzi mezza giornata perché faccio il part-time) e passo le giornate a sentir parlare di vie. Alla fine se ci penso mi sembra di essere diventato uomo solo da quando ho quel lavoro e conosco le vie della città, mentre prima avevo zone avvolte da nebbia come fosse una fiaba (era bello non conoscere le strade, in verità).

Penso alle parole usate dal poeta Ferruccio senza pensare a nessuna parola in particolare, ma all’uso che lui riesce a farne, a come è pratico nel metterne una dietro l’altra a formare delle melodie, e se una non gli piace o non ci sta bene ne prova un’altra, e alla fine la trova, perché è una persona pratica, io credo. Sceglie sempre delle parole che ci stanno benissimo, Ferruccio, mentre io dopo quel mio unico incipit che è stato alla fin fine casuale, non ho saputo più come rigirarmi. Sarà che non sono pratico, mi dico, sarà che Ferruccio ha più dimestichezza con le parole umettare, con il verbo nettàre, che io non so nemmeno che vuol dire.

Mi piacerebbe molto finire di scrivere la mia poesia, forse un giorno che Ferruccio torna dal mare (ma è possibile che lui non torni mai dal suo viaggio in barca a vela, neanche a dicembre inoltrato, nemmeno nelle giornate cortissime di gennaio e poi fredde madide di febbraio lo vedremo gironzolare per il quartiere) gli chiederò di aiutarmi a ultimarla, o forse gli manderò queste mie parole a un fermo posta di un porto del sud, e lui le leggerà con le gambe penzoloni dalla barca che sfiorano il mare.

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Prato vista dalla Luna

GLI AMICI ARTISTI

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Ho degli amici artisti che sono giovani e sono artisti e vivono vicino a Firenze.
Sono belli e bravi, ma sono molto complicati.

Hanno esposto un loro lavoro a Prato, l’anno scorso, e io li ho accompagnati qualche volta a fare le riprese per questa loro opera. Da esporre. A Prato. L’opera era un video, una cosa concettuale sulla mappatura dei suoni che emette la città stessa. La città di Prato. Non concettuale, volevo dire: complicata.

Loro hanno esposto il loro video, e la sera dell’inaugurazione sono andato con la mia amica Silvia, ma siamo arrivati tardissimo, ci siamo persi in zona Inter-porto.

Non trovavamo il posto anche una volta arrivati in centro, l’università dei canadesi, abbiamo chiesto aiuto a una ragazza e lei ci ha accompagnato e se l’è pure vista con noi, l’opera dei miei amici. Non l’ha capita «Non ho capito», mi ha detto. E io le ho detto: «Come non hai capito? La mappatura… una cosa, le hai viste le formiche? Lo sai com’è l’arte contemporanea», ho detto alla ragazza sconosciuta.

Poi siamo andati via, e l’opera ha continuato a esporsi, in loop, per tutta la sera.

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Verde Rivista

La mungitura

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Lavoro alla centrale del latte già da due anni. Dico due anni, ma non ho una percezione chiara, del tempo, neanche lontanamente chiara. Ci penso solo quando mi domandano: quant’è che lavori alla centrale del latte? Allora rispondo in automatico che saranno due annetti, ma ora che ci penso un attimo è da più tempo che ci lavoro. Saranno quasi tre. Il tempo là dentro non passa, gocciola.

Lavoro in ufficio, alla parte amministrativa, anche se questa dicitura del mio lavoro è eufemistica per non dire fasulla. Perché io non amministro nulla, semmai sto al computer e vado dietro ai numeri che aumentano e decrescono (sono poi le medie di latte prodotto e una serie di dati correlati, tipo quanto ne vendiamo a chi, parlo alla prima plurale, io sono l’azienda). Per il resto rispondo. Rispondo sarebbe la risposta corretta (sic), quando mi chiedono di cosa mi occupo. Rispondo a stimoli, a mail, a telefonate. Una risposta deve durare massimo un minuto, per essere buona, penso una volta finito di rispondere e controllando il display.

Il mio ufficio è una stanza dai soffitti alti, una ex fabbrica di bottoni riconvertita in ufficio, in un angolo c’è una scultura di una mucca, giusto in un angolo e ci sovrasta. La scultura rappresenta la classica mucca da latte maculata bianca e nera, solo che è alta circa tre metri. È fatta di vetro resina e noi in ufficio la chiamiamo confidenzialmente La Vach. Come sta oggi La Vach? Sta da lunedì, rispondiamo il lunedì.

Il lavoro non mi pesa, o non troppo, rispondo a chi mi chiede com’è il lavoro d’ufficio. Scendo al mattino dall’inizio di viale Corsica, poi al semaforo con Piazza della Costituzione devo solo attraversare e sono arrivato. È comodo, rispondo a chi mi chiede del mio lavoro, vicino a casa, la paga nella norma. C’è qualcosa di particolare nel tuo lavoro?, mi chiedono a volte. Sì, rispondo, la cosa più strana del mio lavoro è che in ufficio sono il solo uomo presente. Ovvio che all’interno della Centrale del Latte ci sono altri uomini, dei tecnici e degli ingegneri che si occupano della manutenzione delle vasche in cemento e di quelle in acciaio o della revisione dei macchinari, uomini che sono incaricati di entrare con delle tute da palombaro dentro le enormi cisterne, che stanno giusto a fianco dell’ufficio. Ma, ecco il punto, nessuno uomo lavora dentro al mio ufficio, che è poi anche l’unico ufficio.

Non so esattamente quante sono le mie colleghe, ma se qualcuno me lo dovesse chiedere ci potrei pensare perché conosco i nomi di tutte, quindi vediamo: vicino a me ci sono Barbara, Alessandra e Michela. Poco più in là: Vanessa, Francesca, Stefania, Sara, Serena, Ilaria e Debora. Infine un’altra Barbara che va e viene soltanto in certi giorni. In totale fanno undici, undici donne in totale.

Lavorare con tutte queste donne è qualcosa al contempo di piacevole e di spiacevole, perché vivere in un ambiente iper femminilizzato non è sempre facile. Le donne hanno oramai il ciclo tutte nello stesso periodo (proprio come succede con le mucche, mi hanno spiegato), quindi ci sono dei periodi in cui l’ufficio è un luogo letteralmente impossibile.

A chi mi domanda come ho fatto a ottenere il lavoro rispondo sinceramente: è stato grazie alla raccomandazione di un vecchio amico, che poi sarebbe il direttore della centrale del latte. Giusto, perché nell’ufficio un altro uomo c’è, a pensarci bene, oltre a me ed è il capo, ma siccome lui lavora in una stanza dentro la stanza, accanto alla mucca gigante, ha un suo ufficio-box, per questo tendo a non conteggiarlo, oltre al fatto che lui sta là dentro dalla mattina alla sera e in giro non si vede quasi mai. Oltre ad aver assunto me il capo ha assunto tutte le mie colleghe, è il suo lavoro assumere, oltre che eufemisticamente amministrare (fa molto di più).

Com’è il tuo capo? mi chiede a volte qualcuno che sa che eravamo vecchi amici, com’è il vostro rapporto ora che lui è il tuo capo? Beh, sono cambiate tante cose tra noi, questo è certo. È bravissimo nel suo lavoro, direi che è quasi un genio in quello che fa, nella capacità di assumere persone che lavorano bene tra loro, tutto è in armonia, ed è merito suo. Se poi confidenzialmente mi domandassero qualcosa, poco, pochissimo in più, direi che il capo è bravo, ma è un po’ fissato con le donne, che non assume lavoratrici, ma tutte queste donne fanno di questo posto un harem e io certi giorni mi sento uno di quegli eunuchi del gran visir, solo che io non sono un eunuco. Il capo è un uomo, ha un suo modo di lavorare e amministrare che ne fanno un uomo delle enormi capacità, ma è anche un po’ un maniaco. Guarda le segretarie, come le guardo anche io, ma lui da quel ruolo, allunga le mani, accarezza loro le braccia, se le ingrazia, in verità non allunga le mani, ma ci prova, ecco cos’è. Ci prova con il suo argomento, con il suo metodo, con le sue strategie di capo, così come io, con i miei silenzi e le mie mezze parole e il mio essere un po’ eunuco e un po’ guardiano, in quell’ufficio.

C’è di più? Mi potrebbe domandare qualcuno, ma nessuno me lo domanda mai. Sì. C’è di più. Una volta al mese il capo ci convoca nel suo ufficio e ci chiede come va, è solo un caffè, dura dieci minuti, ci chiede come va, cosa abbiamo migliorato nel mese trascorso del nostro lavoro e come potremmo migliorare. Una strategia aziendale. Se c’è qualcosa che non va lui ci propone delle strategie per migliorare e mi vengono le lacrime agli occhi per come è bravo.
Ma questo vale per me.

Le mie colleghe escono fuori dal box e io le guardo come per capire se c’è qualcosa in più che dovrei sapere, ma di questo con me loro non parlano. Il capo, si dice, ha questa fissazione dei seni, e chi del resto non ce l’ha, penso asciugandomi le lacrime agli occhi.

Le donne dell’ufficio, io lo so ma non oso dirmelo neanche in una parte inconscia del mio cervello, ecco cos’è, vengono attaccate a uno speciale mungitrice per il latte fatta apposta per le donne, simile a quelle per le mucche, ma per donne, e il capo sta là che le guarda e le costringe a fare questa cosina, una volta al mese, e loro dopo dieci minuti escono con ancora i capezzoli in tirare e spremuti e io le guardo, guardo le magliette delle mie colleghe e se per caso una di loro quel giorno non indossa il reggiseno, posso vedere le aureole e i piccoli capezzoli in risalto, lievemente umide in corrispondenza, io lo so che il capo costringe le mie colleghe alla mungitura, come ho fatto a capirlo non lo so, un giorno ho bussato alla porta per dire, lo so che non è il mio turno, e c’era l’enorme mucca che quasi mi guardava dai suoi tre metri di altezza, come a dirmi non farlo, non entrare e le colleghe ai loro tavoli si sono interrotte dal loro tasteggiare su tastiere e voltate queste davvero, come a dire non farlo, scoprirai se la mungitura vale solo per me o anche per le altre, lo sapevano già che valeva anche per le altre, e anche io sapevo già tutto da prima di entrare, che quella vita semplice aveva un prezzo altissimo, per me e per tutti là dentro, non solo per le mie colleghe e i loro seni che si intravedono dalla scollatura, ma anche per me, il testimone, l’ignaro, quello all’oscuro di tutto.

Sono già due anni e passa che lavoro alla centrale del latte, il lavoro non sarà il massimo della vita, le giornate si assomigliano tutte, il lavoro è vicino a casa e io non ho visto niente, ho bussato quel giorno al box, ho messo la testa dentro e ho visto semplicemente che la maglietta della mia collega era un po’ abbassata, magari le era solo scivolata una spallina, cose che a volte succedono, e il rumore che ho sentito di sottofondo poteva non essere il fremito della mungitrice, con i suoi strattoni, ma forse era il deumidificatore che il capo tiene in ufficio per proteggere i sigari. Quando ho richiuso la porta c’era ancora l’enorme mucca in vetro resina che mi guardava, dall’alto, come guarda sempre in una certa direzione, e sembrava voler dire: anche questo vuol dire lavoro.

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