Racconti, Santa Croce (2017-...)

Uno scrittore israeliano

La prima volta in assoluto che ho dubitato che la sinistra fosse il lato giusto della politica avevo circa quindici anni. Ero a casa del mio amico Giancarlo e avevamo passato sei o sette ore a giocare alla playstation. A quel tempo, nella nostra città, la sinistra era come l’acqua per i pesci di Foster Wallace: qualcosa che è dappertutto, e quindi non si nota. Malgrado fosse così evidente chi aveva ragione nel dibattito politico, la sinistra non vinceva le elezioni a livello nazionale. Io assunsi il ruolo di rappresentante d’istituto e per un certo periodo presi la cosa molto seriamente, cercando di allineare il mio credo ai dettami internazionali: la Palestina, la lotta alle multinazionali, l’ambientalismo. Insomma quella linea retta che nella mia mente collegava la Rivoluzione d’Autunno fino a Porto Alegre e al G8 di Genova. Era strano fare politica se le cose erano così tanto chiare: perché farlo se era ovvio? Che piacere ci poteva essere nel combattere per l’evidente? Da un lato vi era il bene, che eravamo noi, e dall’altro stava il male. Erano gli anni di Berlusconi, il che rendeva tutto ancora più lampante. La vita politica italiana era un argomento privo di scarti, una tematica risolta una volta per tutte. Fu a casa di Giancarlo che io scoprii che esistevano persone di destra che non erano povere. Non solo uomini sfortunati che odiavano quelli ancora più poveri di loro, ignorando che il nemico vero era il Capitale. Esistevano persone di destra che non erano zotici razzisti che volevano gassare albanesi, zingari ed ebrei perché non avevano terminato la terza media e studiato che anche noi italiani in altre epoche eravamo sudici e puzzolenti e rubavamo agli occhi di qualcun altro. No, esisteva gente di destra che aveva grandi case in centro, che non diceva stupidaggini e leggeva prime edizioni di Adelphi. Come era possibile? La madre di Giancarlo era una bella donna elegante e aveva una casa arredata con mobili di pregio e quadri futuristi. Stavano in Via Fiesolana, dove la donna cresceva da sola i due figli adolescenti. Una casa adorna di scaffali zeppi di libri e finestre luminose. Eppure, malgrado tutto, la donna era di destra. Non si diceva in modo esplicito, ma lo sapevamo bene. Lo si sussurrava mentre Gianchi andava in bagno, nelle lunghe notti che passavamo a giocare a poker nel salotto di casa sua finendo pacchetti di sigarette, o quando facevamo una pausa per sgranchirci le gambe, i pomeriggi d’estate passati giocando a Pro Evolution Soccer fino a farci lacrimare gli occhi. In che senso di destra? Come era possibile? Un giorno la donna mi vide che scrutavo i volumi nella biblioteca al primo piano, e mi si avvicinò. «Tieni», mi disse, e me ne diede uno. Mi disse anche, «So da Giancarlo che ti piace scrivere, e allora penso questo faccia al caso tuo». Era un libro di uno scrittore israeliano, il che può sembrare una trovata retorica adesso che lo dico, ma è andata proprio così. A quell’epoca sarebbe potuta apparirmi una provocazione, ma giuro che io lì per lì non pensai neanche un attimo agli accordi del ’47. Era un libro stranamente bello, dove non succedeva niente o quasi, di un autore che ancora oggi è uno dei miei preferiti. Era un libro un po’ onirico che mi ricordò in un certo senso lo stile di Tabucchi, di cui pure in quella casa capeggiava l’opera completa. Ringraziai la donna e tornai dal mio amico in silenzio.

C’era un mistero in casa di Giancarlo che a quel tempo non fu mai approfondito, che rimase in attesa di trovare una risposta per molti anni. Rimase in sospeso anche quando quella casa venne venduta a una coppia di stilisti omosessuali, anche dopo che la donna si trasferì nel quartiere San Lorenzo con il suo nuovo compagno (Giancarlo non lo chiamava mai “il nuovo compagno di mia madre” come invece facevamo noi, ma sempre e soltanto per nome. Lo ricordo ancora oggi: Francesco). Poi l’enigma rimase definitivamente irrisolto quando Giancarlo e io crescemmo, lui si trasferì all’estero per lavoro e ci perdemmo quasi del tutto di vista.

 

 

Oggi il mondo è un posto molto più confuso di allora e la linea che collega la gloriosa rivoluzione, passando per il Social Forum, fino a questo presente, sembra essersi del tutto intrecciata o recisa. Anzi guardando indietro viene da chiedersi se sia mai esistito qualcosa del genere, dico una linea e o una specie di idea limpidissima, o se in fondo non avevano ragione loro.

Non tanto perché avevano ragione, ma perché di certo non avevamo ragione noi.

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