Le case degli italiani

La casa di Gianni

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La terza casa di Gianni: quella che mi permetterebbe di capire tutto.
La casa in Via delle Belle Donne, dove Gianni è nato e cresciuto, e che oggi affitta.
A delle studentesse del Polimoda, giapponesi. Indossano solo tuniche e abiti neri.
I colori, ancora, non glieli hanno insegnati a scuola?
No.
Il prossimo anno, o quello dopo ancora.
Ma Gianni, con questi bianchi e neri si trova bene, con queste studentesse monocromatiche, che ci siano loro in quella casa, e non qualcun altro più ingombrante.
La terza casa di Gianni: è quella che mi permetterebbe di scrivere questo racconto, e il suo cuore. Sviscerare i suoi sogni realizzati, infranti, spacciati. Mettere meglio a fuoco il suo concetto di amore. Sviluppare e archiviare le sue foto.
Quello che io cerco è la casa dell’infanzia: gli anni a giocare a pallone in Piazza Santa Maria Novella. Capire come giocava Gianni a pallone, in che ruolo, con quale voce chiedeva gli si passasse, le imprecazioni per i gol sbagliati o subiti, l’esultanza, tutti riflessi della casa dei genitori, la casa che fu.
Non la casa dei nonni, in Via del Castagno, che oggi è la casa di rappresentanza. Dove tiene il suo archivio di foto e opere d’arte. Non in quel bagno là, non in quella stanza da letto là, buona per dormire, come buttato su un tavolo se non c’è modo o tempo di farlo altrove.
Neppure nella sua collezione di quarzi con bolle d’aria dentro, che pure ritroverò nella casa numero due, la casa in campagna. Non è là, in quell’aria paleolitica, che si trova l’aria che io cerco, ma in quella sigillata dentro la casa tre. Mi ripeto, è là che io dovrei ricercare Gianni e finalmente capire ogni cosa.
Fissiamo degli appuntamenti, ci scriviamo delle mail, visito la casa in campagna, la casa bellissima: non ti pesa aver lasciato la vita in città? Domando.
No, per niente, risponde Gianni, e aggiunge che quando abitava in Messico e Guatemala era uguale, come fai un metro spunta subito qualcuno. Forse mi immagino che risponda così, distratto dal cane che viene a mettere la testa tra le mie gambe. Vuole che gli lanci lontano la pallina. Camminiamo insieme a Gianni, attraverso le stanze, come se pensassimo le stesse cose, ma non parliamo di niente.
La casa uno, dei nonni, è troppo complessa da capire, c’è una storia dietro che parla di antenati. Una storia che è a un passo da me, eppure mi è preclusa, perché mi manca tutto l’intermedio. Ho il passato e ho il presente, ma mi manca il momento, mi mancano le belle donne, la prima macchina fotografica, il suo primo scatto, non quelli che poi seguiranno, che troverò nei musei e nelle gallerie.
Camminiamo in queste due case magnifiche, su tappeti, di fronte a mandala buddisti. Camminiamo affianco, comunichiamo sempre di venerdì, senza comunicare di niente, se non frasi o canzoni, come stai Gianni? Come stai Simone? Come fossimo lo stesso segno zodiacale, e le case intorno a noi come costellazioni.
Io penso per un momento che questa è l’ultima casa di cui scriverò, una casa che non ho nemmeno mai visitato. Una casa dove adesso, con dei calzini caldi, stanno studentesse giapponesi come custodi di un tempio, sopra un piccolo letto, sopra un piccolo piumino, singolo, d’angolo, guardando dentro a uno schermo, strizzando gli occhi, sul tavolo delle matite, e una casa intorno di cui non sanno niente, di cui non so niente.
Decisiva, pietra di volta, cristallo di rocca delle case precedenti, di tutte le case raccontate in questo anno su una rivista letteraria pratese, e di me.

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