Concerti al Volume

La Tosse Grassa

Tosse grassa, Firenze, Volume, recensione

Che cos’è il culto della Tosse Grassa?

[Frattanto i glicini sono in fiore. Le foglie si intravedono appena, viene quasi da domandarsi se spunteranno mai, se siano previste le foglie per questo tipo specifico di piante da fiore. Non è ancora il mese più crudele, ma poco ci manca. Il glicine che forse non vedremo sfiorire dalle finestre di questa casa, da lasciare. È tutta una questione di case: di persone che si spostano da case a case, mentre studentesse al Mama’s Bakery parlano di horror vacui, come me, ma davvero non ne possiamo parlare]

Lui, il cantante della Tosse Grassa, non lo spiega, durante il concerto, cosa sia questo culto della Tosse Grassa, di cosa si tratta, ma fa riferimento alle nostre mattine, successive al concerto stesso, in cui ci sveglieremo e ci troveremo là a chiederci cosa sia tale culto e chissà inizieremo a celebrarne il rito. Inconsciamente? Il rito consisteva forse nel bere: Beviamo, diceva. Stamani una tisana depurativa e adesso un caffè lungo americano. Ieri una birra, un vino rosso, comprato da Marcello Newman, poi quello che rimaneva della grappa amarone, poi un whisky offerto da Anna. Beviamo. Studentesse dell’Istituto d’arte, qui di fronte a me, bevono caffè americano e parlano di triboli: a Tosse Grassa non sarebbero piaciute, o forse sì, avrebbe detto qualcosa di abbastanza affilato su di loro.

Ieri al concerto con Lapo, Marcello e Sophie, dicevo loro che un po’ il gruppo, ma nello specifico lui, la Tosse Grassa in persona, respingeva, questo era il verbo e lei, Sophie, mi domandava cosa significasse la parola. Io le facevo una sorta di gesto, con le mani, e spiegavo che era l’opposto di accogliere. Gioacchino, dopo i balletti a occhi chiusi, mi avrebbe parlato di tabù, il tabù fa quell’effetto là, con gli occhi lucidi per essere passato dall’oscurità alla luce, con il sorriso largo per chissà quali nuovissime alleanze, e Giulia affianco a lui. Ne scrivo qualcosa adesso, mentre queste mie studentesse davanti ripetono a voce alta la lezione su Masaccio, la vita di Masaccio, Santa Maria Novella e le stazioni? Le trovo davvero preparatissime sull’argomento.

Dicevo di Giacomo, a cui chiedevo qualcosa sul culto, il culto della Tosse Grassa, ma poi si finiva a parlare di tutt’altro. Lo guardavo, il cantante, là vicino a noi con ancora addosso i suoi anfibi bianchi, ma si era rimesso la maglietta. Ed era così sensibile, così discreto nei suoi modi, niente affatto il tizio ingestibile che avevo visto prima sul palco, urlare con l’elmetto da aviatore e le corna di vitello, il suo petto nudo peloso e grasso e quel porta pene africano tenuto davanti, come un ostensorio. Era molto tranquillo e rilassato e conciliato dopo il concerto e quasi sembrava un’altra persona, con il viso più disteso e lontani tutta una serie di tic d’artista, quel tirarsi su gli occhiali, ma solo dei movimenti molto lenti e attenzione all’altro. Così si accorgeva che io lo guardavo e mi guardava di rimando. Lo salutavo dunque, e gli chiedevo di geografia, perché mi sembrava impossibile affrontare un qualsiasi altro tema, dopo un concerto del genere, avremmo potuto parlare ora che ci ripenso delle mie studentesse, ma non mi è venuto e forse lui era uscito dal personaggio e non avrebbe avuto troppo senso come argomento.

Poi era mattina e io mi preparavo a uscire e andare al bar a scrivere due cose, con di fronte la ragazza dei problemi alimentari, sulla destra e a sinistra le studentesse che invece sono nuove e più in là ancora altre, che se qualcuno dovesse leggere questo mio e non avesse visto il concerto di ieri mi potrebbe quasi denunciare per pratiche innominabili e avrebbe poco senso replicare parlando di letteratura, di finzione, dire che non è vero niente, perché ha ragione Giacomo, anche se non capisco fino in fondo le sue parole, che questa letteratura mi infetta, che mi riguarda da vicino, come un porta pene africano riguarda quello a cui è adibito. Poi chiudevo tutto, velocemente bevevo il mio caffè americano: dopo mi sarei messo a scrivere qualcosa sul calcio così da passare una mattina, aspettando di entrare a lavoro.

19 Marzo 2014

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Concerti al Volume

Marcello e il mio amico Tommaso

Marcello, Volume Firenze, recensione

Fuori dal Volume, una Piazza, c’è Giacomo con il berretto da impresario che gli ho portato io da Boston e forse una mezza sigaretta che pende dalle labbra. Si muove con le spalle incurvate, si muove calcando i passi, com’è sgraziato Giacomo, ma non lo è per niente quando suona con Giulia, lui allora si aggira con il viso truce e il concerto deve ancora iniziare e non inizierà a breve che i Marcelli son tutti là fuori a mangiare la pizza con la fame degli adolescenti, con una fame e degli occhi di gente che ha vent’anni e forato la macchina mentre venivano qua da Roma. La prima cosa che dico loro è che la voce di Marcello è tutta diversa da come pensavo fosse, pur essendo di fatto riconoscibile a quella già sentita nell’album. E’ quella stessa voce, ma è pure un’altra. Faccio il mio ingresso nel mondo delle interviste ai musicisti con questa cazzata qui.

Il concerto poi va bene. Loro sono bravi, tanti là sul palco, e reggono bene la stanza stretta, angusta, gli americani seduti nelle prime file, reggono bene la loro giornata lunga cominciata in un’altra regione. Suonano il loro pezzo tormentone senza farne un caso, quando gli viene richiesto. Diana allora se ne può andare contenta e io rimango là, tra le prime file in ordine a dialogare con Giacomo ancora impresario che finalmente comincia a rilassarsi e tutto semplicemente va bene. Poi il concerto è finito e noi usciamo là fuori, la Piazza, dove si parla dei nostri progetti, brevissime interviste, calcio, In Fuga dalla Bocciofila, e altri progetti ancora, con quel modo che abbiamo noi di parlare delle cose ultimamente e così poi continuiamo a parlare con questi ragazzi di Roma che non hanno trentanni, che mi parlano di S.Lorenzo, del Pigneto lontano, di come si sono conosciuti Tommaso e Marcello, una volta tanto tempo fa che quest’ultimo ancora non parlava italiano e andava alla casa al mare, ad Albinia, ad Anzio, qualcosa con la A., non mi ricordo e là ci stava –sì, ci stava, nel senso che c’era– anche Tommaso che già allora giocava a calcio di Cristo, come ora, che gioca come un olandese, come Crujff, e là al mare nemmeno diventarono amici, solo si videro di sfuggita e parlarono la lingua internazionale del calcio o dei bambini e semplicemente costruirono i presupposti per l’incontro del futuro, quello sul Lago Trasimeno, in una minuscola isola dove si davano appuntamento i musicisti di mezza Italia o del centro Italia. Così là si riconobbero, ma anche quella volta finì là. Poi ci fu un terzo momento che avrebbe fatto di loro un loro specifico e un gruppo, ma di quello non abbiamo parlato, che qualcosa deve essere sopraggiunto, forse c’era da spostare la macchina perché pulivano le strade.

Poi Neri ha fatto i tarocchi, poi Giacomo e Giulia hanno suonato così bene, come una coppia alla Fitzgerald, come suonano bene quando non possono suonare che mezzanotte è passata e loro continuano a farlo pianissimo quasi al rallentatore o nel replay della moviola, e poi erano le tre ed era già mercoledì e domani c’era del resto da lavorare, quindi si andava a casa a fare una canna anche se io avevo proposto una tisana ed ero stato ringraziato, cortesemente, ma no, la tisana non la vogliamo che comunque siamo in tour e potremmo al limite drogarci e scopare, ma mai bere una tisana depurativa prima di dormire. Si parlava allora di letteratura, di Buzzati, di Un amore,

La mattina Marcello si presentava in cucina con la sua faccia appena sveglia quasi inglese e mi raccontava le ultime cose, come se io stessi facendo un’intervista a lui, e in effetti era così, ma mi chiedeva anche di me, della mia vita, delle mie mattine, del mio yoga e del mio ufficio, di questo quartiere, come se non facessimo interviste o non interviste di un certo tipo. Poi io uscivo di casa e gli spiegavo di chiudere bene la porta quando uscivano. Cominciava il mercoledì.

12 Marzo 2014

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